Non vorrei abitare ad Amazon City, ma… – l’Opinione del 26-10-2017

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Le “Sfere”, l’ultimo allargamento previsto da Amazon al suo “Campus” a Seattle. Amazon sta cercando una seconda città dove avere sede lanciando un concorso che fa ragionare, molto, sul nostro modello di sviluppo. Foto:  Manuel Bahamondez H  Licenza: CC 2.0

Lasciare lo sviluppo urbano alle richieste aziendali? Ricorda un po’ un modello vecchio, eppure è quello a cui potremmo andare incontro, se il caso della seconda sede di Amazon diventasse la norma.

Amazon, quella Amazon, ha recentemente annunciato l’intenzione di edificare una nuova sede negli Stati Uniti, ed il paese, bontà sua, è esploso in un turbinio di candidature (238) i cui toni hanno raggiunto vette di dadaismo.

Come descrivere infatti in maniera diversa il video di un sindaco (figura politica) immerso nei propri ultimi acquisti sul sito (Danbury, Connecticut), o alla proposta (a Stonecrest, Georgia) di fondare una nuova città chiamata, per l’appunto, Amazon.

Cosa non è, se non puro dadaismo politico, l’iniziativa di riempire la propria città di scatole di Amazon e pulsanti per mandare “tweet positivi” verso l’azienda come è successo a Birmingham, Alabama. O lo “spam” di recensioni a 5 stelle su acquisti compiuti per beneficenza dal sindaco di Kansas City, Missouri, decantanti le lodi della propria città oppure, infine, la decisione di “colorare” l’Empire State Building (sì, anche la “cool” New York si è gettata nella mischia) di un bell’Arancione-Amazon. Pensa che fortuna! New York ha l’arancione fra i suoi colori!

Dimenticavo, a questo teatrino vanno aggiunte le promesse di sgravi fiscali, le cessioni di terreni a costo zero e qualsiasi tipo di dono umanamente concepibile (vogliamo parlare di un cactus gigante arrivato da Tucson, Arizona?), e si avrà un quadro della situazione.

Tutto per “avere” Amazon e, guardando i numeri, si può anche capire il perché di tanto affanno.

L’investimento pianificato per la nuova sede dalla compagnia di Jeff Bezos, semplicemente il terzo uomo più ricco del pianeta, si aggirerebbe attorno ai 5 miliardi di dollari, che porterebbero alla creazione di 50.000 nuovi posti di lavoro “a medio-alto reddito” (NB: non sul territorio, trattasi di relocation e campagne nazionali). A questo, suggerisce la stessa Amazon, si aggiungerebbe l’indotto, che, per farsi un’idea, a Seattle, attuale sede della società, è equivalso finora a 38 miliardi di dollari, ovvero 1 dollaro e 40 centesimi per ogni dollaro investito dalla compagnia, 53.000 posti di lavoro creati nella città ed un incremento generale del reddito dei cittadini.

Soldi, lavoro, investimenti: ovvero come sistemarsi una città e, perché no, riguadagnarsi il seggio di sindaco, il tutto con un dossier e un po’ di pubblicità. Per gli Stati Uniti, niente di nuovo, considerando quanto accaduto in passato per Google, laddove si è giunti a cambiare il nome di una città (Topeka, Kansas, si è chiamata per un mese Google), pur di attirare gli uffici della corporation.

Al di là del fatto che io preferirei vivere ad Amazon ed essere un Amazonian piuttosto che a Google ed essere un… Googlers? Googlonian?, quanto sta succedendo attorno alla compagnia di acquisti online assume, però, caratteristiche diverse da quanto successo, in passato, per Google (o Facebook, Apple, eccetera).

Sì, perché Amazon ha indetto un vero e proprio bando di concorso nazionale, un “casting” con tanto di “requisiti” che la nuova città deve avere per “candidarsi”. Come dire che della pianificazione o del tessuto economico frega poco: lavoratori e competenze me le porto da fuori se serve.

Fra i requisiti: un ambiente “busines-friendly”, un’area edificabile da sviluppare velocemente (e senza troppi cavilli burocratici) a non più di 30 miglia da un centro abitato e 45 minuti da un aeroporto, con un possibile accesso al trasporto pubblico di massa. E ancora: un’ottima copertura per la fibra e per il segnale dei cellulari, un ambiente votato all’eco-sostenibilità ed alla qualità della vita, una comunità aperta e multiculturale, oltre alla capacità di favorire la rilocazione e la formazione di “tecnici”.

In parte il ritratto della perfetta smart-city e quello del distretto industriale pianificato da puro manuale di economia. Niente da eccepire quindi, tranne che tale “pianificazione” non stia arrivando da un input politico, quindi legato ad una visione di “benessere” e “sviluppo” di una comunità, ma da una corporation privata. Sarebbe un po’, esagerando, come se il commerciante decidesse che i lampioni di fronte all’esercizio abbiano lo stesso colore del proprio logo o il macellaio richieda che l’allevamento ed il mattatoio siano nei pressi del proprio esercizio.

Siamo una società capitalista, e va bene, ma siamo sicuri che sia questo il modello di sviluppo che vogliamo?

Intendiamoci, vengo da Torino e conosco il modello “classico” della città industriale, quello fatto di identificazione fra azienda e comunità, e, proprio per questo, la smart-city di Amazon, ecologica ed high-tech mi piace molto di più che quello FIAT (Volkswagen, General Motors eccetera).

Solo che vorrei (sono un pazzo lo so), che tali input non venissero dalle compagnie private, ma dalla politica, da quegli amministratori i cui “piani di sviluppo” presentati nelle campagne elettorali tendono ad infrangersi di fronte a budget limitati ed all’incubo “dell’indebitamento”.

Scusate, ma perché Amazon può farmi un discorso di puro investimento sull’indotto ed un’amministrazione locale no? Perché Amazon può parlarmi di ricadute economiche sulla città, mentre un evento culturale o un’infrastruttura pubblica deve essere considerata solamente dal mero punto di vista di entrate ed uscite dirette?

“Amazon city”, chiamiamola così, è al limite della città perfetta e ci abiterei, solo che vorrei che una città, magari la mia, fosse così a priori di un investimento multimiliardario di Amazon, Google, Apple, Ebay o qualunque altra compagnia privata. Vorrei, insomma, che la politica locale (e nazionale ed europea, vero Nord-Block per l’Austerity?) pensasse un po’ più in prospettiva, non a far quadrare i bilanci ed essere rieletti.

Se no, smetto di votare per il sindaco e mi scelgo un amministratore delegato. Però, poi, voglio anche i dividendi.

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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