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Be quiet & No Panic: coronavirus e infodemia nell’Italia bloccata

Simone Bonzano #italia, #società, featured Leave a Comment

Un appello: cari concittadini, ce la fate ad accettare il lockdown, fermarvi e non continuare a alimentare panico e nevrosi? Questa è la vera sfida dell’Italia.

Mi ero ripromesso di non scrivere più di Covid19 imponendomi una quarantena social, ma ho deciso di rompere questo silenzio per un motivo semplice e abbastanza scontato: da oggi, 10 marzo, siamo “un paese protetto”.

Ovvero, dal Trentino alla Sicilia dobbiamo stare a casa. Possiamo uscire per motivi di lavoro, per motivi di necessità, per motivi di salute e basta.

Giusto? Sbagliato?

Non credo che queste due categorie si adattino più alla situazione che stiamo vivendo oggi. Esse competono alla normalità e questo paese di normale aveva già poco prima, figuriamoci adesso che abbiamo da gestire l’emergenza coronavirus e quella da panico/nevrosi da epidemia.

Di sicuro è utile, come utile sarebbe riprendere il controllo dell’informazione mediatica, di quella social e, ancora più di tutto, della nostra capacità di ragionare in un momento in cui le risposte del “popolo” sono di panico, nevrosi ed egoismo.



Il problema informativo

Infodemia. Questo è il nome della seconda epidemia che sta attraversando l’Italia, ovvero un surplus informativo dettato – a livello social – dalla nevrosi e – a quello professionale – dal “voler cavalcare l’onda” della notizia che supera il diritto di cronaca.

Come in molti casi, il “cavalcare l’onda” non è intrinsecamente negativo, ma lo diventa se, dal punto di vista etico, si scivola nello sciacallaggio o nel procurato allarme. Qui trovate un esempio molto concreto di infodemia, ma l’escalation del panico ci ha regalato nuovi esempi.

Il primo arriva dal Sole 24 ore che la settimana scorsa ha deciso di editare un inserto speciale sul Coronavirus ribattezzato “dossier antipanico”. Un’idea giusta, messa però in vendita da un giornale commerciale – che incassa da abbonamenti e pubblicità – per 4.99 € sullo store. Se non è reale sciacallaggio, ma poco ci manca.


Il caso La Repubblica

Il secondo arriva, di nuovo, da La Repubblica che ha deciso di cavalcare in maniera totale l’ondata di panico. Il titolo:

“Coronavirus, studio in Cina: Nell’aria per 30 minuti, distanza di sicurezza a 4,5 metri”.

Nel testo si legge:

“A sostenerlo uno studio di epidemiologi cinesi, pubblicato dalla rivista scientifica Practical Preventive Medicine e citato dal South China Morning Post, secondo cui il coronavirus, come già emerso nelle scorse settimane da altre ricerche, può rimanere per giorni sulle superfici, aumentando il rischio di contrarlo per chi le tocca.”

Quindi non un metro, ma 4,5, a cui l’articolo aggiunge:

“che la permanenza sulle superfici è soggetta a fattori variabili, come il tipo di superficie e la temperatura: a 37 gradi centigradi, il virus può resistere fino a due o tre giorni, su vetro, metallo, plastica, carta e tessuti, spiegano gli epidemiologi della provincia dello Hunan dopo le indagini su un cluster di contagi. Secondo lo studio, poi, il coronavirus può sopravvivere più di cinque giorni nelle feci o nei liquidi corporei.”

Il disclaimer arriva solo al terzo paragrafo: “Va detto che i dati che emergono da quest’analisi hanno bisogno di ulteriori studi per essere verificati”.

Troppo tardi Repubblica, il danno, ovvero il procurato allarme, lo hai già fatto. E questo sì che è sciacallaggio mediatico perché non ti leggo solo io, ma persone che si fermeranno al titolo.


Dagli all’untore

L’infodemia italiana non corre, ovviamente, solo sui media tradizionali, ma ha contagiato i social network.

È il risultato di anni di “informazione-fai-da-te” portata avanti compulsivamente e senza pensare agli effetti di cosa si posta. Il risultato è un surplus informativo non sempre utile, tanti “secondo me” fino ai “dagli all’untore”.

Quest’ultimi prendono poi la forma di additare chi “non fa lo smart working, ma va al lavoro sui mezzi pubblici” ignorando che non tutti i lavori possono diventare smart e che non sempre andare a piedi è possibile. Poco importa: per colui che osserva e commenta (ed è anche lui sui mezzi pubblici, evidentemente), gli altri sbagliano, sono dei pazzi irresponsabili, dei criminali che dimostrano come gli italiani siano un popolo ingestibile.

Il risultato di questo ed altri atteggiamenti simili è la nevrosi, non aiutata dalla pessima gestione della comunicazione ufficiale. Sono in tanti, in Italia, che pensano che il progressivo ampliamento del lockdown sia dovuto al fatto che il “nostro” coronavirus sia più letale del normale, che “il governo ci racconti delle balle”, che non si guarisca, eccetera. Non aiuta che “nonostante il lockdown” continui ad aumentare il numero dei morti (come se esistesse un effetto immediato di certe misure).

Abbiamo, sostanzialmente, perso il controllo dell’informazione.


Immagine 1: letalità in Italia fra 24 febbraio e 9 marzo. Matteo Villa su dati Protezione civile

Italia e epidemia

Esiste infatti una possibile risposta al “perché muoiono così tante persone in Italia” e arriva – fra gli altri – da Matteo Villa dell’ISPI.

Al 9 marzo, ore 11:00, il sito dell’OMS/WHO registra un totale di 9172 casi in Italia (compresi decessi e guarigioni) con 463 decessi, ovvero una letalità – mortalità legata al numero degli infetti – del 5%.

Nel frattempo la Corea del Sud registra 7513 casi con 54 decessi, letalità dello 0,7% mentre la Cina registrava 80.924 casi con 3140 decessi con mortalità del 3%. Altri paesi registrano mortalità che si pongono fra il dato cinese e quello sudcoreano.

I motivi di questa discrepanza possono essere innumerevoli, ma un’ipotesi sta prendendo sempre più piede, ovvero che in Italia il numero dei contagiati sia sottostimato.

Secondo Villa, l’Italia ha de-facto perso la capacità di capire come si evolva l’epidemia nel paese. Stando dalla figura 1, dal 24 febbraio al primo marzo l’andamento dell’epidemia in Italia rientrava nei parametri di letalità degli altri paesi (2/3%) che poi è il dato che dall’OMS – sulla base di quanto osservato in Cina – confermano essere la letalità del virus. Dopo il primo marzo, però, il dato è letteralmente esploso arrivando al 5%. Visto che non esistono evidenze mediche che in Italia il virus sia di un ceppo più letale, Villa individua come punto di svolto il cambiamento di policy per i controlli, ovvero il non fare più tamponi a tutti coloro che potrebbero o meno essere entrati in contatto col virus, ma solo ai sintomatici per alleggerire il peso sui laboratori e il servizio sanitario locale (oltre ai costi perché il tampone, al SSN, costa e le risorse sono, come sempre, misere).

La conclusione di questo ed altri studi simili, è che i contagiati in Italia – compresi asintomatici e casi leggeri non ascritti al Covi19 – possano essere – figura 2 – fra i 46.000 e i 23.000 se consideriamo una letalità, rispettivamente, al 1% o al 2%. 15.000 se la letalità fosse del 3%. I numeri di cui ci auto-tempestiamo da giorni, in pratica, non rispecchiano la reale estensione del contagio ed è per questo che, da una parte non bisogna farsi prendere dal panico e, dall’altra, è importante far rispettare il contenimento.


Immagine 2: scenari di contagio, di Matteo Villa su dati Protezione Civile

Il contenimento

Se la ricostruzione di Villa ed altri risultasse vera, in Italia non ci troveremmo di fronte ad un contagio recente, ma ad un’epidemia scoperta in stato avanzato, ipotesi, peraltro, già avanzata a febbraio dai medici dell’Ospedale Amedeo di Savoia. La “strana” differenza fra il dato italiano e quello sudcoreano si spigherebbe così visto che, da loro, a) la policy è quella di tamponare tutti i possibili contagiati (ovvero tutti coloro che sono entrati in contatto col virus) e b) l’epidemia è stata scoperta in maniera più rapida (anche per la vicinanza con la Cina che ha fatto scattare subito l’allarme).

I coreani, quindi, sarebbero riusciti a contenere l’epidemia sul nascere (infatti i nuovi casi sono in calo) e così – per ora – pare siano riusciti a fare i tedeschi e i francesi che hanno casi in aumento, ma letalità bassa (e speriamo per loro che così rimanga). Noi, probabilmente, abbiamo perso la battaglia per il contenimento prima ancora di cominciarla ed è per questo che ora è necessario – e sensato – limitare la nostra vita sociale.


Ecco, questo è il mio messaggio ottimista per la situazione che stiamo vivendo: usiamo il tempo che ci viene dato per informarci realmente e per evolvere quello spirito critico assopito da decenni di preconcetti e finte informazioni.

Abbiamo tempo, facciamolo.


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