Un nuovo ordine mondiale? La lunga marcia dell'Europa verso la Cina - il Caffè del 2-6-2017

Manifesto di propaganda politica cinese degli anni 60. Foto: Pedro Ribeiro Simões Licenza: CC 2.0

Manifesto di propaganda politica cinese degli anni 60. Foto: Pedro Ribeiro Simões Licenza: CC 2.0

Dopo il G7 e la decisione di Donald Trump di abbandonare gli accordi sul clima di Parigi, Unione Europea e Cina sono più unite che mai. Con gli USA sempre più verso l'isolamento, Bruxelles cerca un nuovo partner internazionale su commercio e ambiente, la Cina di assurgere al ruolo di prima potenza economica mondiale. Che sia la nascita di un nuovo ordine mondiale?

Un anno fa Bruxelles e Pechino si stavano accingendo ad una guerra commerciale, per via della richiesta cinese del conferimento dello status di “economia di libero mercato” alla Cina da parte del WTO.

Questo avrebbe limitato, da parte dei paesi occidentali, la possibilità di applicare quelle norme “antidumping” attualmente in uso per “regolare” i prezzi di acquisto delle merci cinesi. La questione è meno “semantica” di quanto possa sembrare, e di fronte alla volontà cinese, l’Europa era pronta a scatenare una guerra commerciale, pur di evitare l’invasione di merci cinesi sottocosto.

Dodici mesi sono passati, e tale conflitto, mai esploso, sta per essere messo da parte a favore di un rapporto costruttivo in difesa del libero commercio globale fra UE e Cina. La principale motivazione? Mutui interessi commerciali, accresciuti dall’uscita degli Stati Uniti dai principali accordi commerciali internazionali, soprattutto il Partenariato Trans-Pacifico (TPP) e gli accordi sul clima di Parigi.

Donald Trump, il Presidente, ancora nell'occhio del ciclone per lo scandalo Russiagate, ha annunciato l'abbandono degli Stati Uniti dagli accordi sul clima di Parigi. Foto: Michael Vadon Licenza: CC 2.0

Donald Trump, il Presidente, ancora nell'occhio del ciclone per lo scandalo Russiagate, ha annunciato l'abbandono degli Stati Uniti dagli accordi sul clima di Parigi. Foto: Michael Vadon Licenza: CC 2.0

La rottura sul TPP. Tutto ha inizio il 23 gennaio 2017. Tre giorni dopo l'insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump firma il primo atto del suo piano “America First”: l’uscita degli USA dal TPP.

Perfezionato nel 2015, l'accordo doveva facilitare il libero scambio tra gli Usa, Canada e altri dieci paesi dell’Oceano Pacifico (Australia, Brunei, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam), i quali andavano a coprire il 40% della produzione economica mondiale. Obiettivo principale dell’accordo, considerato uno dei pilastri della dottrina economica di Barack Obama: creare un blocco economico nel Pacifico atto a contrastare l’espansione dell’economia cinese.

Per Obama, un modo per favorire il libero commercio su scala globale, per Trump, un accordo “ridicolo” il cui unico risultato sarebbe stato la perdita di lavoratori e produzione per gli Stati Uniti.

Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare cinese al meeting di Davos del 2017. Foto: World Economic Forum Licenza: CC 2.0

Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare cinese al meeting di Davos del 2017. Foto: World Economic Forum Licenza: CC 2.0

L’occasione inaspettata della Cina. La retromarcia statunitense, lascia aperta la strada per la Cina. Il giorno dopo l’uscita di Washington dal TPP,  infatti, l’Australia, con il Giappone il principale alleato economico degli USA nel Pacifico, rilancia l’accordo proponendo l'allargamento all’Indonesia e, soprattutto, alla Cina.

Pechino diventa così, agli occhi di molti, il nuovo faro del libero commercio globale ed a Davos, durante il World Economic Forum, il Presidente cinese Xi Jinping sottolineerà l'impegno cinese a favore della globalizzazione. La Cina, sostiene il Xi, continuerà  "a nuotare nel vasto oceano del mercato globale” assieme ai partner internazionali, prima fra tutti la UE.

In una certa misura, l’era in cui potevano fare conto sugli altri è arrivata alla fine: è ora che l’Europa sia l’artefice del proprio destino.
— Angela Merkel, ad un comizio elettorale dopo il G7 di Taormina

Il G7 di Taormina e l’isolamento degli USA. Si arriva al meeting dei G7 a Taormina ed il Presidente degli Stati Uniti appare distante, poco intenzionato a ratificare qualsiasi accordo in difesa dell’ambiente, sul commercio o sull’immigrazione. Alla fine un accordo viene sottoscritto, ma nell'insoddisfazione generale.

Tornata in Germania, infatti, Angela Merkel definirà il summit “molto insoddisfacente” e, fuori dalla sua consueta cautela politica, la sottolineerà, in un comizio a Monaco, come l’Unione Europea debba prepararsi ad “essere artefice del proprio destino” e  guardare “ai propri interessi” per quanto riguarda la difesa, l'immigrazione ed l'ambiente. Francia e Italia, immediatamente, condividono..

La svolta sul clima. Si arriva così a giovedì 1 giugno e Donald Trump annuncia l’uscita ufficiale degli Stati Uniti dagli accordi sul clima siglati a Parigi nel 2015.

Questo, sostiene Trump, permetterà agli Stati Uniti di “liberarsi dei lacci imposti da lobbysti stranieri”, e, ad esempio, rilanciare l'industria del carbone statunitense abbandonata per inseguire "un'invenzione cinese" atto a limitare l'industria statunitense, ovvero, il cambiamento climatico. Un possibile nuovo accordo, “più equo” nei confronti degli Stati Uniti (secondo maggior produttore di Gas Serra al mondo), non è escluso, conclude la Casa Bianca, se “sarà possibile si farà, se no, pazienza”.

Trump è decisivo, ma sugli impegni per l’ambiente non ci ritireremo di un millimetro.
— Paolo Gentiloni, nella conferenza stampa di chiusura del G7 di Taormina

Per l’Europa si tratta della goccia che fa traboccare il vaso e la dimostrazione finale che gli Stati Uniti non possono più esseri visti come i leader mondiali sia nel commercio che nella green economy. Poche ora dopo la conferenza stampa di Trump, infatti, Francia, Germania ed Italia hanno dichiarano in modo congiunto il proprio rifiuto a riconsiderare il trattato, invitando, nel caso della Francia, ingegneri ambientali, ecologi e società statunitensi attive nella “green economy” a trasferirsi nell’Unione.

Inizia così la ricerca di una nuova partnership.

Donald Tusk, Li Keqiang  e Jean-Claude Juncker al Summit EU-Cina di Berlino del 2-6-2017. Foto: European External Action Licenza: CC 2.0

Donald Tusk, Li Keqiang  e Jean-Claude Juncker al Summit EU-Cina di Berlino del 2-6-2017. Foto: European External Action Licenza: CC 2.0

Una nuova leadership. Cina ed Unione Europea si incontrano venerdì 2 giugno a Berlino, per un summit fra il Premier cinese Li Keqiang, il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ed il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker.

Nel corso dell’incontro, sia la Cina che la UE si sono impegnate ad aumentare lo sviluppo delle tecnologie “verdi” e a stanziare 100 miliardi l’anno fino al 2020 per supportare la riduzione di gas inquinanti nei paesi in via di sviluppo. I nuovi impegni si uniscono alle politiche di riduzione nella produzione d’acciaio e carbone applicate proprio da Pechino all’inizio dell’anno.

Un futuro nuovo ordine mondiale. Ai margini del vertice, suggellando un’alleanza inconcepibile solo dodici mesi fa, Juncker definisce la Cina il miglior candidato a prendere il posto degli Stati Uniti per “la leadership” mondiale sul clima, siano essi politici o economici, finora in mano agli Stati Uniti.

Della stessa idea il Ministro dell’Economia tedesco Sigmar Gabriel durante una sua recente visita in China, “in un periodo in cui altri”, gli Stati Uniti, “mettono in atto politiche di protezionismo […], Cina ed Europa si ergono per il commercio globale ed il multilateralismo”. Tradotto: il nuovo asse del commercio globale non passa più sull'atlantico, attraverso l'antica via della seta.

Il punto di vista cinese. La nuova cooperazione euroasiatica ha i suoi vantaggi anche per la Cina. Una maggior integrazione commerciale con l’Europa garantirebbe al paese una soluzione al problema del debito, volato al 250% del PIL, soprattutto per quello privato, il primo al mondo.

Allo stesso tempo, la UE potrebbe essere per Pechino un importante alleato geopolitico soprattutto nei riguardi delle rivendicazioni cinesi nel Oceano Indiano, in quello Pacifico e nel Mar del Giappone, da cui dipendono i diritti su parte delle importanti rotte commerciali del paese.

Fra i due soggetti rimangono vari blocchi e scogli da affrontare, ma ora più che mai la Cina più degli Stati Uniti sembra rappresentare il partner più affidabile per gli europei.

Così, gli Stati Uniti si avviano sempre di più all’isolamento internazionale, Pechino e Bruxelles ripongono le armi, avanzando l’una incontro all’altra, verso un possibile nuovo ordine mondiale, per gentile concessione di Donald Trump.


Per approfondimenti:

- il nuovo TTP senza gli USA: The Guardian

- sulla Cina, leader del nuovo ordine mondiale, grazie a Trump: Bloomberg

- un analisi della Trumpconomics: FXCM

- il commercio mondiale secondo Trump: CNBC

- Angela Merkel e la svolta asiatica: Frankfurter Allgemeine Zeitung

- l'uscita degli Stati Uniti dall'accordo sul clima: The Guardian

- la One Belt, One Road cinese: BBC News

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