Tsunami Macron - La minaccia europea verso Londra - La battaglia di Marawi e il Qatar- il Ristretto del 12-6-2017

 L'Assemblea Nazionale di Parigi. Foto:  French Embassy in the U.S.  Licenza:  CC 2.0

L'Assemblea Nazionale di Parigi. Foto: French Embassy in the U.S. Licenza: CC 2.0

Domenica elettorale in Francia ed Italia. Emmanuel Macron si conferma al vertice della politica francese. In un elezione macchiata dall'alto astensionismo, il suo partito stravince avvicinandosi alla maggioranza assoluta. Proseguono le crisi in Qatar, dove la Turchia sta intervenendo in favore dell'emirato, e nelle Filippine, dove prosegue la battaglia contro lo Stato Islamico.

Macron travolge la Francia.

Domenica 12 giugno si è svolto in Francia il primo turno delle elezioni legislative atte a rinnovare i 577 membri dell'Assemblea Nazionale di Parigi.

Secondo i risultati, la coalizione fra La République en Marche (LRM) del Presidente Emmanuel Macron ed il Movimento Democratico (MoDem) avrebbe raggiunto il 32,31% dei votanti, aggiudicandosi immediatamente 2 seggi. Secondo le proiezioni IPSOS per il quotidiano Le Monde, la coalizione guadagnerebbe fra i 415 ed i 455 al secondo turno garantendo al Presidente la più vasta maggioranza nella storia repubblicana.

Al secondo posto si piazza la coalizione di centrodestra guidata dai Les Républicains (LR) con il 23,59% dei voti (validi dai 70 ai 110 seggi). I socialisti, sprofondati al 7,44%, potrebbero essere la terza forza in parlamento riunendo il fronte della sinistra moderata e arrivando, nel ballottaggio, a conquistare fra i 20 ed i 30 seggi. Ottimo il risultato della coalizione di estrema sinistra guidata da Jean-Luc Mélenchon che arriva al 15,31%, ma che rischia di fermarsi fra gli 8 e i 18 seggi a causa del sistema elettorale.

Annichilito, invece, il Front National. Dopo il risultato storico delle Presidenziali (21,30%), il partito di Marine Le Pen ottiene solo il 13,20% dei voti rischiando, al secondo turno di ottenere fra i 3 e i 10 seggi. 

Il problema, sottolineano gli analisti, è stata l'astensione, arrivata al 51,34%, più del doppio rispetto al dato delle Presidenziali (25,44%), celebrate il mese precedente.

Il primo colpevole sembra essere la frequenza. Le elezioni parlamentari sono state la settima volta che gli elettori francesi sono stati chiamati alle urne in meno di un anno fra il primo ed il secondo turno delle regionali, dipartimentali, presidenziali e legislative.

Il secondo problema sembra essere proprio il sistema a doppio turno senza ballottaggio. A questo accedono, infatti tutti i candidati che hanno superato il 12,5% dei voti nei rispettivi seggi. Questo, indicano gli esperti, finisce però per togliere senso al voto al primo turno, soprattutto per gli elettori meno politicizzati. A fronte del tracollo nell'affluenza, si è infatti riaperto in Francia il dibattito sulla riforma dello scrutinio e l'accorpamento delle Presidenziali e delle legislative nello stesso giorno: a rischio - sottolinea Renaud Pila, editorialista di LCi - ci sarebbe la futura legittimità del parlamento.

Il secondo turno si terrà domenica 18 giugno.


 Il parlamento europeo in sessione notturna. Fonte:  European Parliament  Licenza:  CC 2.0

Il parlamento europeo in sessione notturna. Fonte: European Parliament Licenza: CC 2.0

L'ultimatum dell'Europa alla Gran Bretagna.

Mentre Theresa May si trova ancora impegnata nelle delicate trattative con il Partito Democratico Unionista (DUP) atte a definire il programma futuro governo, l'Europa ha deciso di intervenire a gamba tesa nella situazione politica inglese.

Bruxelles ha fatto sapere al governo britannico che servirà almeno un anno per ridefinire il mandato della Commissione al capo-negoziatore Michel Barnier, qualora Londra si ostinasse a discutere prima sull'accordo commerciale e solo in seguito sulle clausole inerenti al divorzio stesso, leggasi "Brexit bill".

Questo porterebbe l'inizio dei negoziati dal 19 giugno 2017 al 19 giugno 2018, lasciando, così, solo 6 mesi di tempo per le trattative. Una volta siglato, l'accordo deve essere ratificato dal Parlamento Europeo prima dell'effettiva Brexit prevista per il marzo 2019. 

La UE non ha la reale intenzione di procrastinare le trattative né, tantomeno, di sposare l'approccio britannico e la recente dichiarazione va letta nell'ottica di pressare il governo londinese, più che di venirgli incontro. In sostanza, Bruxelles ha avvisato Londara che la pazienza della UE starebbe finendo.

Fonti interne di Bruxelles hanno dichiarato come, nonostante fra Londra e Bruxells esistano da mesi colloqui "non ufficiali" atti ad aggiornare Theresa May delle singole posizioni dei 27, il governo britannico abbia più volte dimostrato "di non esser pienamente consapevole" della delicatezza dei negoziati.


Lo Stato Islamico e le Filippine.

Sabato 10 giugno, l'ambasciata statunitense a Manila e l'esercito filippino hanno ufficializzato l'intervento delle forze speciali statunitensi nella campagna per la liberazione di Marawi. La città, situata sull'isola meridionale di Mindanao, è stata occupata il 23 maggio dai miliziani del Gruppo Maute, affiliati allo Stato Islamico.

La città, capoluogo della regione a maggioranza musulmana del Lanao del Sur, era caduta nelle mani deii jihadisti a seguito del tentativo, portato avanti dalle forze di sicurezza filippine, di arrestare Isnilon Hapilon. Quest'ultimo, leader del gruppo Abu Sayyaf, a cui il Maute è legato, è considerato l'"Emiro", o governatore locale, dello Stato Islamico nel Sud-Est Asiatico, parte del "Califfato" di al-Baghdadi e dell'ISIS.

Sempre secondo il comando generale filippino, le forze statunitensi non starebbero impegnate direttamente nel conflitto, ma fornirebbero solo supporto tecnico e di intelligence.

Nonostante i tradizionali buoni rapporti fra i due paesi, la cooperazione militare fra USA e Filippine è arrivata a sorpresa. Nell'ultimo anno il governo filippino, nella persona del Presidente Rodrigo Duterte, si è dichiarato favorevole all'espulsione di addestratori e consulenti militari statunitensi dal paese, culminata nell'annunciato distacco del paese dall'orbita di influenza statunitense. Lo stesso Duterte ha confermato di non essere stato messo a conoscenza dell'intervento statunitense, deciso in autonomia - e secondo costituzione - dalle forze armate filippine e dal Dipartimento della Difesa.

La crisi ha finora provocato 200 morti, fra cui 20 civili, e oltre 200.000 rifugiati. L'obiettivo della neonata coalizione sarebbe di liberare la città entro lunedì, data in cui cade l'anniversario dell'indipendenza delle Filippine.


 L'Emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani assieme al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante la visita di quest'ultimo a Doha nel maggio del 2017, pochi giorni prima dell'inizio dell'embargo. Foto:  Ninian Reid  Licenza:  CC 2.0

L'Emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani assieme al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante la visita di quest'ultimo a Doha nel maggio del 2017, pochi giorni prima dell'inizio dell'embargo. Foto: Ninian Reid Licenza: CC 2.0

La Turchia per il Qatar

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha chiesto ufficialmente la revoca totale dell'embargo contro il Qatar promosso dall'Arabia Saudita, dal Bahrain, dall'Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti. Questo, sottolinea il presidente, deve avvenire prima dell'inizio "dell'inizio del mese santo del Ramadam".

La crisi è nata il 5 giugno quando questi paesi hanno interrotto ogni rapporto diplomatico con Doha (la capitale del paese), richiamato i propri ambasciatori e concesso 14 giorni per il rimpatrio ai cittadini qatarini residenti all'estero. Con le sanzioni gli altri paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) intenderebbero colpire il Qatar in qualità di "principale finanziatore di gruppi estremisti" e in qualità di "simpatizzante" dell'Iran. 

Al di là, però, delle motivazioni, la crisi qatarina ha radice più profonde, ovvero la supremazia regionale. Grazie ai proventi nella vendita di gas naturale di cui il paese è ricco, il Qatar è stato capace di creare-una rete di influenza nella regione paragonabile a quella saudita, permettendo a Doha di operare in maniera autonoma rispetto agli altri paesi del GCC, allineati con Riyad. La miccia che ha fatto esplodere la crisi sarebbe stata la telefonata di congratulazioni dell'Emiro al-Thani verso il neo-Presidente iraniano Rouhani. L'Arabia Saudita è attualmente impegnata militarmente in Yemen contro i ribelli sciiti Houthi appoggiati proprio da Teheran.

La decisione turca rompe l'isolamento politico del Qatar e segue la ratifica avvenuta mercoledì 7 giugno da parte del Parlamento di Ankara per l'invio di 3000 soldati turchi nel paese. Sempre la Turchia, insieme all'Iran, si sta dimostrando fondamentale per rifornire il paese di prodotti alimentari, i beni maggiormente colpiti dall'embargo.


Il ritorno dell'Italia alle coalizioni

Domenica 12 giugno si è svolto il primo turno delle amministrative che hanno coinvolto oltre 1011 comuni per un totale di 9 milioni di elettori.

Attendendo il ballottaggio del 25 giugno, il principale sconfitto sembra essere il Movimento 5 Stelle (M5S), considerato dai sondaggi il primo partito del paese con oltre il 30% delle intenzioni di voto. Nelle grandi città dove si votava, Genova, Parma, Verona, l'Aquila e Palermo, il M5S non è riuscito ad arrivare al ballottaggio, superato sia dal Centrodestra che dal Centrosinistra.

Al di là dei singoli risultati, il dato principale è proprio la rinascita delle "coalizioni" mentre all'orizzonte si prefigura il ritorno al modello elettorale proporzionale. In questo scenario, ad uscirne rafforzato è stato il Centrodestra, avanti in molti comuni.

Sembrerebbe così ricomporsi lo strappo fra Forza Italia (FI) e Lega Nord consumatosi dopo il cosiddetto "Patto del Nazareno", l'accordo di desistenza politica/collaborazione fra l'allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Questo aveva provocato la rottura fra una FI arroccata su posizioni più centriste ed una Lega Nord orientata verso le posizioni sovraniste e lepeniste proposte da Matteo Salvini. L'apparente collasso del modello populista-euroscettico in Europa e la necessita di guadagnare voti per andare al governo, ha permesso la riformazione, a meno a livello locale, del vecchio asse FI-Lega a cui si è aggiunto la destra di Fratelli d'Italia guidati da Giorgia Meloni.

La tornata elettorale era considerata un test per le prossime elezioni politiche, ma, nell'esaminare i risultati, non va sottovalutato come, in elezioni comunali, prevalgano, spesso, fattori locali rispetto alle valutazioni nazionali.

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