Donald Trump e Gerusalemme: analisi di un errore fatale - il Caffè della Domenica del 10-12-2017

Scontri, dichiarazioni, condanne. Il Medio-Oriente diventa ancora più instabile grazie a Donald Trump ed alla decisione di riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele. Mappa: il Caffè e l'Opinione Licenza: CC 2.0

Fra pragmatismo, idealismo e diplomazia: perché riconoscere Gerusalemme capitale d'Israele è il marchio del fallimento diplomatico statunitense in Medio Oriente.


Sommario:

  • la scelta di Trump su Gerusalemme
  • Schulz e le richieste ad Angela Merkel
  • Hard Brexit? No, Soft-Brexit
  • Giappone ed Europa
  • Noi... una lettera aperta da parte della redazione

Motivazioni e controsensi della scelta di Trump su Gerusalemme

Una decisione in qualche modo attesa, annunciata, ma non per questo meno esplosiva: martedì 5 dicembre gli Stati Uniti d’America hanno riconosciuto Gerusalemme (e non più Tel Aviv) quale capitale di Israele.

Per i Palestinesi - e gran parte del mondo arabo - un “tradimento” del processo di pace. “Lo schiaffo del secolo” che cancella decenni di trattative di pace. Una decisione che unita alla marcia indietro degli USA in Iraq, Iran, Qatar e Yemen, sembra sancire la fine dell'influenza degli Stati Uniti nella regione. 

Le reazioni internazionali. Per Hamas e Fatah, quella di Washington sarebbe una scelta "criminale" che toglie definitivamente  gli USA dal tavolo degli interlocutori per la pace. Per Lega Araba, Iran e Turchia questa viola ogni risoluzione internazionale e riporta indietro il processo di pace di decenni. 

Unanime la condanna anche dall'Europa. Federica Mogherini sottolinea come la decisione di Washington non rispecchi la visione politica dell'Unione, Angela Merkel si distanzia dalla Casa Bianca e così anche Londra e Parigi: le ambasciate rimarranno a Tel Aviv. L'Italia vota contro la decisione statunitense al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Uniti ed anche Russia e Cina disconoscono l'iniziativa di Donald Trump: il mondo, dicono Mosca e Pechino, "è ora meno sicuro".

"Una nuova visione". Dalla Casa Bianca, però, sembrano vederla in maniera diversa. Per Donald Trump (per l'occasione non con la solita cravatta rossa, ma una azzurra come la bandiera di Israele), il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele, sarebbe stata presa "negli interessi degli Stati Uniti d'America". Lo scopo sarebbe quello di "sancire un nuovo approccio" per favorire e rilanciare i colloqui di pace" dopo  "decenni di politiche fallimentari" portate dalle amministrazioni precedenti, in particolare quella Obama.

Secondo, infatti, l'ambasciatore statunitense all'ONU Nikki Haley, intervistata dalla CNN, si tratta di "una scelta coraggiosa", in linea con la volontà di Trump di "rispettare le promesse elettorali" oltre che di "dare nuovo impulso al processo di pace" andando "a riconoscere una situazione (quella di Gerusalemme capitale di Israele) ormai cristallizzata". 

Haley tira in ballo anche il paragone con Reagan: come il presidente venne criticato quando chiese a Gorbaciov di "tirare giù" il Muro di Berlino, così Trump è criticato per una decisione che, "forse", fra qualche anno sarà osannata dalla storia.

Pragmatismo e diplomazia. Una logica semplice quella statunitense, pragmatica, che viene presentata come "realista".

Se il processo di pace si è arenato sul futuro status di Gerusalemme (controllo israeliano, controllo internazionale, controllo palestinese, divisione della città) togliendo questo dal tavolo - è il sunto del pensiero di Trump - si sblocca il negoziato. 

Talmente semplice che, sulla carta, potrebbe anche funzionare, peccato che in politica internazionale "pragmatismo" non faccia quasi mai rima con "diplomazia".

Riconoscere Gerusalemme capitale d'Israele e farlo senza indicare alcun distinguo fra Est e Ovest non rappresenta un passo avanti, ma, nell'ottica palestinese, una “perdita” sia concreta che ideologica. A sparire, infatti, non solo solo gli accordi di Oslo, ma il concetto che la situazione degli insediamenti sia reversibile, si tratta di percezione, ma la percezione popolare è  essenziale per dare vita a negoziati di pace proficui.

Tutti concetti di diplomazia spiccia che Trump, qui come negli accordi commerciali o sull'accordo sul clima, sembra non conoscere.

Il passo indietro storico. Sin dagli accordi di Oslo del 1993 (quelli sottoscritti da Yasser Arafat e Yitzhak Rabin) il futuro status di Gerusalemme - la città contesa per eccellenza - è stato legato alla soluzione dei "due Stati".

Dentro questo quadro d'accordo - sottoscritto da entrambe le parti sotto lo sguardo di Bill Clinton - Gerusalemme Ovest sarebbe diventata capitale di Israele, con Gerusalemme Est capitale della Palestina. Inoltre, ed è bene ricordarlo, secondo lo statuto internazionale la parte orientale della città non è parte di Israele bensì dei cosiddetti "territori occupati".

Poco importa quindi se, dopo decenni di politiche da parte del governo di Tel Aviv a favore dei coloni, la parte orientale della città risulta, ora, sempre più “fagocitata” dagli insediamenti israeliani. L'idea stessa che un giorno anche solo una parte di Gerusalemme sarebbe stata "capitale della Palestina", era quanto teneva in vita i negoziati e, cosa non secondaria, l'attuale establishment palestinese.

Un solo stato. Ufficialmente la soluzione dei due stati non è stata ancora abbandonata, ma,la volontà decisionista unilaterale di Donald Trump, nonostante le smentite della Casa Bianca, sembra spingere in direzione contraria.

Chiedere ai Palestinesi di "accettare" la situazione attualmente vigente sul terreno, significa, infatti, di rinunciare alle norme contenute negli accordi di Oslo accettando il fatto che il destino della Cisgiordania sia quello di essere una regione di Israele, magari autonoma, ma non uno stato indipendente.

La follia unilaterale. Se “in nome del pragmatismo”, del "tanto oramai è così" i Palestinesi dovrebbero rinunciare a Gerusalemme, perché non anche alla propria contiguità territoriale visto che il territorio controllato dal governo di Ramallah altro non è che un patchwork intervallato di insediamenti israeliani? A questo punto, se non esiste una contiguità - perché "pragmaticamente" oramai gli insediamenti sono lì - come è possibile creare uno stato?

Questo è il dilemma che non colpisce solo la Palestina, ma lo stesso popolo israeliano che si ritrova, per una decisione che nasce fuori dai propri confini, in uno stato di agitazione. 

Sono ormai quattro giorni che nella regione infuriano gli scontri. Da Betlemme ad Hebron, da Gaza a Ramallah 4 morti (2 in Cisgiordania e 2 a Gaza in reazione ad il lancio di razzi dalla Striscia) e centinaia di feriti in quello che, come minaccia il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, potrebbe essere l'inizio di una nuova Intifada. 

La protesta si muove anche in Libano dove gruppi di rifugiati palestinesi hanno assaltato la sede dell'ambasciata statunitense.

E mentre gli scontri continuano, viene da chiedersi come si sia potuto pensare che questa decisione potesse servire a qualcosa.

Per approfondimenti:

- cosa si può capire dalla decisione statunitense: BBC news

- il blog-roll delle proteste: Middle East Eye

- la situazione di Gerusalemme Est: Vox (Video)



 Foto:  Martin Schulz  Licenza:  CC 2.0

Foto: Martin Schulz Licenza: CC 2.0

Verso una nuova Germania?

Sarebbe ancora troppo presto per sperarlo, ma la possibilità è concreta: il prossimo governo tedesco potrebbe essere quello della "fine" dell'Austerity e l'inizio delle riforme in Europa.

Queste, infatti, sono alcune delle condizioni proposte dal leader dei socialdemocratici Martin Schulz per la formazione di una Grande Coalizione con la CDU di Angela Merkel. Un programma che abbraccia sia la Germania che l'Europa e che fa della demolizione del modello dell'Austerity uno dei suoi pilastri.

Riscoprirsi di sinistra. La SPD, dopo anni passati a cullare il sogno di spostarsi verso il centro, sembra riscoprirsi partito di sinistra proponendo, fra le altre cose:  la fine del dumping salariale per rilanciare il potere d'acquisto dei ceti lavoratori; la riduzione delle tasse sui redditi medio-bassi aumentandole per i redditi più alti e rilanciare gli investimenti pubblici. 

A questo Schulz ha unito la necessità di portare avanti l'integrazione europea, prima di tutto quella fiscale lavorando di comune accordo con la Francia di Emmanuel Macron, alleggerendo le misure di Austerity che pesano sui paesi "del sud".

L'addio a Schröder. In sostanza, con queste proposte la SPD sembra voler chiudere, almeno idealmente, con il proprio passato, ovvero con quell'Agenda 2010 voluta dall'ultimo Cancelliere socialdemocratico, Gehrard Schröder, "responsabile" dell'impoverimento dei lavoratori tedeschi. 

Difficile che tutte le proposte - come l'introduzione di un assicurazione sanitaria "civile" o di una pensione "di solidarietà" - possano venir accettate dalla CDU di Angela Merkel, ma la SPD ha per la prima volta il coltello dalla parte del manico. 

La rivincita della SPD. Non esistono alternative plausibili alla Grande Coalizione. La FDP si è già defilata scegliendo la strada dell'opposizione; i Verdi non hanno abbastanza voti per supportare un governo della CDU ed un alleanza fra Cristiano Democratici e gli opposti estremismi di Linke e AfD non è fattibile.

Rimangono, quindi, solo i socialdemocratici, un partito che, peraltro, aveva già scelto l'opposizione e che è stato "convinto" a tornare sui suoi passi per evitare le elezioni anticipate. Un partito che intende "batter cassa" e non ritrovarsi, di nuovo, a prendersi la responsabilità di un programma di governo liberal-liberista.

Saranno trattative complesse quelle tedesche, ma i primi segnali di cambiamento sono già arrivati. In settimana il leader della CSU, frangia bavarese e tradizionalista della CDU, si è dimesso.

Per saperne di più:

11 punti per cambiare la Germania e l’Europa: la SPD si presenta alla Merkel – il Ristretto del 9-12-2017


CO Cultura!


 Qualcuno che sarà molto deluso quando si accorgerà che la Hard-Brexit è, ufficiosamente, fuori dai negoziati. Foto:  diamond geezer  Licenza:  CC 2.0

Qualcuno che sarà molto deluso quando si accorgerà che la Hard-Brexit è, ufficiosamente, fuori dai negoziati. Foto: diamond geezer Licenza: CC 2.0

Un piccolo passo verso la Soft-Brexit...

Un giorno, il dicembre 2017 verrà ricordato come il momento in cui la Gran Bretagna scelse, senza ufficializzarlo, la Soft-Brexit. Solo in questo contesto si può, infatti, capire l'accordo raggiunto da Londra e Bruxelles sul cosiddetto "divorzio". 

Leave means... Quando a marzo, presa da hybris politica e soffiando sul "fuoco" sovranista, Theresa May pronunciò le proprie linee guida per la Brexit, "lasciare significava lasciare". No, quindi, all'ingerenza della Corte di Giustizia Europea, controllo delle frontiere ed un saldo ridotto del budget europeo. La Gran Bretagna "riguadagnava la propria sovranità" tornando ad essere un pari dell'Unione Europea.

Mesi dopo e la Gran Bretagna, quella delle preoccupazioni della City, delle richieste di autonomia di Londra e Scozia e delle insofferenze dei Brexiters, fa un realistico, quanto totale, passo indietro.

Londra capitola a Bruxelles. Così il governo della Hard-Brexit accetta di saldare circa 50 miliardi di Euro all'Unione, di garantire la giurisdizione della Corte sui cittadini europei residenti in Regno Unito per otto anni e, soprattutto, paventa di adeguarsi ai regolamenti europei qualora la trattativa commerciale non riesca a far fronte all'enigma irlandese. 

Proprio l'Irlanda, intesa come isola, sta facendo tornare alla realtà il governo May. Dublino - spalleggiata dalla UE - non vuole alcuna frontiera sull'isola, gli unionisti di Belfast - centrali per la maggioranza a Westminster - non vogliono alcun statuto speciale per l'Irlanda del Nord, rendendo difficile il non creare una frontiera sull'isola. Un gioco di veti incrociati che pregiudicano le trattative e la cui soluzione è stata posticipata, con una clausola: qualora non si trovasse una soluzione, l'intero Regno Unito si doterà di uno "statuto speciale".

Ovvero, regolamentazioni e standard europei: la base per quella Soft-Brexit che equiparerebbe la Gran Bretagna alla Norvegia, fuori dall'Unione, ma dentro i trattati.

Per saperne di più:

Finalmente un accordo sulla Brexit, o forse no – il Ristretto del 9-12-2017

Brexit? Così nacque la Piccola Bretagna - l'Opinione del 6-12-2017


L'Opinione

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Brexit? Così nacque la Piccola Bretagna - l'Opinione del 6-12-2017

C'era una volta un paese, forte imperiale e potente. Poi vennero:

- due guerre mondiale e la perdita dell'impero;

- la Brexit;

e quel paese non fu più.


Il Giappone e l'Europa

L’Europa si conferma il nuovo leader del mercato globale. Venerdì 8 dicembre, la UE ha annunciato il nuovo accordo commerciale con il Giappone, un trattato che unisce due economie che, da sole, coprono il 30% del PIL mondiale. Si tratta del terzo grande accordo commerciale sottoscritto da Bruxelles dopo quello con il Vietnam nel 2015 e quello con il Canada nel 2017.

L'accordo, ribattezzato "auto per formaggio" è il più grande accordo mai stipulato dall'Unione in ambito agro-alimentare. In sostanza, il Giappone introdurrà standard europei per i controlli di sicurezza sulle sue auto - una delle industrie principali del paese - semplificando, quindi, l'ingresso di queste sul mercato europeo. In cambio, l'Europa ottiene libero accesso al Giappone per i suoi prodotti alimentari, DOP e IGP compresi.

“Solo in dazi doganali risparmieremo miliardi” ha dichiarato il Commissario per il Commercio Cecilia Malmström sottolineando, in un’intervista a POLITICO, come la Commissione Europea si prepara alle trattative con il Mercosur – l’Unione Economica dei paesi dell’America Latina, un accordo che si preannuncia quattro volte più grande di quello col Giappone, in termine di volumi di merci.

In questa corsa ad accaparrarsi il mercato dell’export, l’Europa sta, di fatti, riformando l’intero sistema del WTO, originariamente nato su spinta – e standard – statunitensi. I trattati recentemente introdotti, introducono, anche se ancora in maniera parziale, la tutela dei marchi di origine controllata, uno standard “inventato” in Europa e mai veramente recepito a livello internazionale.

Con il CETA, l’accordo con il Giappone ed i futuri trattati – all’orizzonte anche Messico e Australia – i partner commerciali accettano che lo Champagne venga solo dalla Francia, il Parmigiano Reggiano o la Mozzarella di Bufala dall’Italia e così via. Una rivoluzione commerciale che va a rafforzare quella che, nel complesso, è la prima potenza esportatrice del mondo.

A guadagnarne i principali esportatori europei, Germania, Italia e Francia, a perderne, gli USA e, soprattutto il Regno Unito, un paese che rimane un importatore netto e che si ritroverà, dopo la Brexit, a dover fronteggiare un gigante a pochi chilometri dalla sua costa meridionale.

Per approfondimenti:

- l'accordo commerciale con il Giappone: Commissione Europea


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Buon Compleanno a noi.

Non è nostra usanza usare gli spazi del magazine per parlare di noi stessi, ma il 6 dicembre nasceva ufficialmente il Caffè e l'Opinione.

Per ringraziarvi di tutto il vostro supporto dedichiamo questo spazio a voi: siete voi la vera notizia, il nostro scoop. 

Grazie di cuore e, come sempre, "Buona Lettura!"

Brexit: l’ammutinamento della Camera dei Comuni – il Ristretto del 14-12-2017

11 punti per cambiare la Germania e l’Europa: la SPD si presenta alla Merkel – il Ristretto del 9-12-2017