Give me a (trade) war: Trump, l'acciaio, l'Europa e l'Italia

Give me a (trade) war: Trump, l'acciaio, l'Europa e l'Italia

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Mentre l’Italia si avvia verso le elezioni, Donald Trump scatena una guerra commerciale con l'Europa sull'acciaio, a scapito, soprattutto dell'Italia.

La voce della ragione è quella cosa che ti fa leggere una notizia, passata come secondaria nel cuore dell’ordalia della campagna elettorale, analizzarla e trovarci un insegnamento. O almeno questo è quello che è successo con una storia fortemente radicata nell’economia internazionale, ma che ha un messaggio nascosto, segreto e molto vicino all’Italia.

La storia. Giovedì 1 marzo, Casa Bianca, incontro con dirigenti ed amministratori dell’industria dell’alluminio e dell’acciaio statunitensi. Tema: la salvaguardia dell’industria metallurgica, il “buy American” ed i dazi doganali sulle importazione dall’estero.

“[I dazi] saranno del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio e lo saranno per un lungo periodo di tempo così sarete protetti” la proposta di Donald Trump, annunciando la firma del decreto da lì ad una settimana.

L’obiettivo, sostiene il Presidente, sarebbe quello di “proteggere il mercato interno”, come promesso in campagna elettorale, e “salvare posti di lavoro”: uno dei capisaldi della politica commerciale della destra protezionista statunitense. Parole d’ordine, e concetti, che ritroviamo in molti movimenti simili in Europa e, senza citarli perché siamo nel silenzio elettorale, in Italia.

Una proposta che suona positiva (chi non vorrebbe salvare posti di lavoro), ma che sembra ignorare la realtà dell’industria statunitense. Ancor più grave, essa nasconde in sé il germe della prossima probabile guerra commerciale fra gli Stati Uniti ed i suoi principali partner commerciali.

Partiamo dal mercato interno. Secondo un dossier pubblicato nel 2015 per i Servizi di Ricerca del Congresso statunitense, sarebbe quantomeno “difficile” quantificare la reale portata benefica delle “misure protezionistiche” in campi quali “lavoro, produzione o qualunque altro tipo di indicatore”. Gli autori, Michaela Platzer e William Mallet, sostengono come “non esistano prove empiriche”, quindi certezze, dei vantaggi del protezionismo, soprattutto perché gli effetti sono minori rispetto alla portata di “forze macroeconomiche quali la crescita globale ed il relativo aumento della domanda”.

Che poi vuol dire, in parole povere che il protezionismo ha meno effetti positivi – per i lavoratori e le aziende – di quante ne abbia il commercio globale. Se cominciate a vedere dei collegamenti con quanto portato avanti da alcune forze politiche italiane, non siete sulla cattiva strada.

Della stessa idea del rapporto del 2015, è, più recentemente, Daniel Ikenson del Cato Insitute, un think-thank di destra. “Certamente” sostiene il ricercatore, “alcune compagnie avranno nuovi appalti, assumere nuovi lavoratori”, nel sud e nel Midwest (aree dove risiedono gli elettori di Trump), ma rischiano di far aumentare il costo delle opere pubbliche perché “le risorse disponibili sarebbero ridotte per soddisfare le nuove misure protezionistiche”.

Tutto questo senza considerare, come pare fare Donald Trump, che, dati alla mano, gli Stati Uniti producono il 71% dell’acciaio che utilizzano e che il taglio dei posti di lavoro subito dal settore non viene dalla “globalizzazione”, bensì dall’automatizzazione delle fabbriche.

Le ripercussioni in Europa. Voci di corridoio, riporta POLITICO, sottolineano come diversi membri dello staff di Donald Trump abbiano cercato più volte di far cambiare idea al Presidente. A schierarsi per il no ai dazi sarebbero stati, fra gli altri, il Segretario di Stato Rex Tillerson e quello alla Difesa Jim Mattis, preoccupati per le ripercussioni del provvedimento sugli alleati degli Stati Uniti: Giappone e Europa.

Ripercussioni che sono arrivate immediatamente dal blocco europeo, ovvero il secondo produttore mondiale di acciaio.

“Non rimarremo seduti mentre la nostra industria viene colpita da misure inique che mettono a rischio migliaia di posti di lavoro in Europa” ha dichiarato Jean-Claude Juncker all’indomani della decisione di Trump.

L’Unione, ha continuato il Presidente della Commissione, “farà ricorso al WTO (organizzazione mondiale del commercio) per controbilanciare i dazi statunitensi”. Una proposta ripresa dal Commissario per il Commercio Cecilia Malmström come chance per “preservare la stabilità del mercato europeo”.

Leggasi: evitare un implosione produttiva ed un aumento dei prezzi di altre materie.

La guerra commerciale globale. Il rischio concreto, per la UE, sarebbe di ritrovarsi ad essere il principale mercato di vendita dell’acciaio cinese come di quello brasiliano e messicano, i tre maggiori esportatori verso gli Stati Uniti, a danno dei principali produttori continentali, Germania ed Italia (rispettivamente settimo e nono produttore mondiale).

Per difendersi, l’Europa, ha spiegato il vice-Presidente della Commissione Jyrki Katainen, potrebbe trovarsi costretta a tassare l’import estero scatenando, a quel punto, una vera e propria guerra commerciale di respiro globale.

Una possibilità già paventata dallo stesso Ministro dell’Economia tedesco Matthias Machnig, appoggiato dal Ministro degli Esteri Sigmar Gabriel, il quale ha sottolineato che anche Italia, France e Spagna sarebbero d’accordo.

Della stessa idea sarebbe anche la stessa Cina, che paventa “conseguenze importanti per l’attuale ordine mondiale”.

Parole che suonano come oro nelle orecchie dei sovranisti quali il Segretario statunitense al Commercio Wilbur Ross, uno dei “falchi” di Trump. Un potenziale “effetto domino”, in cui i maggiori mercati mondiali si chiudessero, parzialmente, all’export, sarebbe “la soluzione al problema globale del surplus produttivo europeo e cinese”, additati dalla alt-right di Washington come i carnefici dell’industria pesante statunitense.

No alla globalizzazione, ma a che costo? Parole che risuonano nelle orecchie dei sovranisti di tutto il mondo, ma il ritorno all’economia pre-WTO, ovvero pre-globalizzazione, potrebbe rilevarsi un disastro, soprattutto per i posti di lavoro.

La guerra dei dazi andrebbe a coinvolgere, infatti, rapidamente altri settori, fra cui quello agricolo, il tessile e la componentistica, tutte voci importanti non solo per l’Europa, ma per l’export italiano. Questo per un semplice motivo che sembra sfuggire a molti che guardano il commercio in maniera semplicistica. Esportare, ottenere buoni accordi commerciali non è legato alla sola massimizzazione dei profitti o ad un solo settore, ma, dal punto di vista degli stati, è IL modo per ottenere vantaggi nelle importazioni, ovvero prezzi più convenienti.

Limitare un settore, quindi, non è (e non sarà) scevro da conseguenze su altri e questo sia per gli Stati Uniti che per l’Europa e l’Italia. Conseguenze che significano, in parole povere, aumento dei prezzi al consumo e contraccolpi occupazionali.

Il vero obiettivo. A fronte di tutto ciò, considerati i (pochi) benefici (la competizione con la Cina) ed i rischi, perché allora l’amministrazione Trump avrebbe scelto questa strada?

La risposta è molto terra-terra: le elezioni di mid-term di quest’anno, a scapito delle probabili conseguenze a medio-lungo termine. Un altro caso, quindi, in cui l’ideologia ed il “bisogno” di una vittoria politica locale rischia di avere effetti deleteri sull’occupazione e l’economia mondiale.

Tutto questo ci porta alla vera domanda irrisolta, ovvero: a fronte dell’automatizzazione dei processi produttivi, che è più della delocalizzazione, la causa reale della contrazione occupazionale del settore industriale, siamo sicuri che la soluzione sia diminuire la domanda?

O siamo di fronte a soluzioni dettate più dall’ideologia, quella, propria della alt-right seguita dalle controparti europee, di frantumare il commercio globale, più che da una reale valutazione del problema?

Ai posteri l’ardua sentenza.

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