Theresa May ed il fronte interno della Brexit - Il Caffè del 6-4-2017

Theresa May mentre firma la lettera alla Commissione Europea. Foto: Prime Minister Office Licenza: CC 2.0

Theresa May mentre firma la lettera alla Commissione Europea. Foto: Prime Minister Office Licenza: CC 2.0

Una lettera firmata da Theresa May ed indirizzata al Presidente della Commissione Europea Donald Tusk è quello che è servito per invocare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona che regola il processo di uscita dall’UE. Un’intera carriera politica ed il futuro della Gran Bretagna, messe in gioco nei fogli di due lettere e quello che rappresentano: l’abbandono da parte del Regno Unito dell’Unione Europea.

Un momento storico. La lettera, ha dichiarato il Primo Ministro a Westminster pochi minuti dopo aver firmato la missiva, rappresenta per la Gran Bretagna un “momento storico da cui non si può tornare indietro” in cui il paese “riassume il controllo del proprio destino”. O almeno così sarà dal 2019, quando – accordo o no –le trattative dovranno concludersi. Fino ad allora il “destino” della Gran Bretagna, nonché il futuro politico della stessa May, sarà invece nelle mani dei 27 paesi rimanenti dell’Unione.

L'appello. La lettera, dice il Cancelliere dello Scacchiere (il ministro delle finanze britannico) Philip Hammond, è stata elaborata per “impostare il tono” delle trattative ed “esprimere” le priorità del paese. Visto il contenuto si potrebbe affermare che, in sostanza, il governo britannico si appella alla benevolenza degli ormai prossimi ex-partner europei.

Stiamo lasciano l’UE, ma non l’Europa - e vogliamo rimanere partner leali ed alleati dei nostri amici nel continente.
— Theresa May, estratto delle lettera alla Commissione Europea

Il fulcro della lettera è, infatti, il continuo richiamo da parte del Primo Ministro britannico alla collaborazione fra Gran Bretagna ed i 27 per il bene del commercio internazionale. Idealmente posta di fronte a vari modelli di cooperazione con la UE – norvegese, svizzero, canadese e turco – Theresa May punta così ad ottenere – come si legge nella seconda pagina della lettera –uno “special deal”. "Il migliore degli scenari possibili” dovrebbe realizzarsi in “una partnership profonda” ed esclusiva, “qualcosa mai tentato prima” che garantisca alla Gran Bretagna un accesso privilegiato al Mercato Unico senza che questo comporti eccessivi dazi doganali e senza che la Gran Bretagna debba contribuire – o almeno non in maniera eccessiva – al budget europeo.

I modelli di collaborazione fra UE e partner esterni sintetizzati in punti.

I modelli di collaborazione fra UE e partner esterni sintetizzati in punti.

L'esempio del Canada. Il modello delle "special deal" sarebbe l’accordo commerciale col Canada – il CETA – che Londra vorrebbe superare e migliorare. Il problema? –il CETA ha richiesto cinque anni di contrattazioni, mentre la Gran Bretagna ne ha solo due per arrivare ad un accordo che diventano poi 18 mesi considerando i passaggi parlamentari necessari per la ratifica, a Londra come a Bruxelles. Con poco tempo a disposizione e con la necessità di un accordo, la Gran Bretagna si ritrova n una posizione di estrema debolezza al tavolo del confronto: davanti a lei il “peggiore degli scenari possibili”, quel “no-deal” che relegherebbe il Regno Unito a passare dalle regole del Mercato Comune - e dell’Unione Doganale – a quelle meno favorevoli del WTO, le quali comportano l’introduzione di tariffe sull’import-export con conseguenti ripercussioni sull'economia del paese.

La City di Londra, una delle carte in mano a Theresa May nei confronti dell'Europa. Foto: Andy Sedg Licenza: CC 2.0

La City di Londra, una delle carte in mano a Theresa May nei confronti dell'Europa. Foto: Andy Sedg Licenza: CC 2.0

La questione della City. Per arrivare allo “special deal” Londra ha poco da offrire. Il settore finanziario – la grande forza economica del Regno Unito – è l’obiettivo neanche troppo velato di alcuni dei 27, soprattutto Lussemburgo e Malta a cui seguono l’Italia con Milano e la Germania con Francoforte: tutti interessati a prendersi un pezzetto dell’enorme comparto finanziario della City di Londra. Allo stesso tempo, tanto più le trattative andranno in direzione della “hard-Brexit” profilata da Theresa May, tanto più le società finanziarie presenti a Londra si muoveranno all’interno dei confini europei, diminuendo ulteriormente il potere contrattuale della Gran Bretagna.

Fin dai tempi della Guerra Fredda, mai la sicurezza dell’Europa è stata così fragile. Indebolire la nostra cooperazione in materia per la prosperità dei nostri cittadini sarebbe un errore madornale.
— Theresa May, estratto delle lettera alla Commissione Europea

Sicurezza per commercio. Per evitare questo (tragico) finale, Theresa May ha un’unica arma a sua disposizione: la partecipazione britannica ai programmi di difesa comune e a quelli anti-terrorismo. Tale strategia – che strizza l’occhio ai paesi baltici e in generale all’Europa dell’est – ha già sortito, però, l’effetto di contrariare l’azionista di maggioranza dell’Europa: per la Germania, infatti, usare l’anti-terrorismo per ottenere un accordo commerciale favorevole suona come un “grossolano ricatto”.

Il rischio "no-deal". Nessuna delle parti - se non a scopo di provocazione come ha recentemente fatto proprio Theresa May - in causa si augura apertamente il “no-deal”, ma questo rimane uno scenario contemplato con cui “fare i conti” come ricorda sia la Commissione Esteri di Westminster che il Bundestag tedesco. Dello stesso avviso anche il Parlamento Europeo. Per i parlamentari europei, infatti, Londra dovrebbe dimostrare più rispetto per le istituzioni comunitarie ricordandosi il potere di veto che il Parlamento dell’UE ha nei riguardi di qualsiasi accordo. Gli ostacoli verso una qualsiasi forma di accordo per il governo britannico non finiscono qui: la novità è l’apertura di un fronte interno composto dagli "Hard-Brexiters" presenti in quel Partito Conservatore che solo otto mesi aveva acclamato Theresa May come propria leader.

Il caos a Westiminster. La maggioranza dei 330 parlamentari conservatori rimane aperta alla possibilità di continuare a contribuire limitatamente al budget europeo se questo servisse a preservare una forma di accesso privilegiato al Mercato Comune. Eppure quello che era un monolitico fronte a supporto di Theresa May, sta mostrando segnali di frattura. Questo è rappresentato dalla nascitta dello “European Research Group”, una fazione di 59 conservatori euroscettici - a cui si aggiungono 11 laburisti, i deputati dell'UKIP e gli Unionisti dell'Irlanda del Nord - uniti da un unico obiettivo: un divorzio pulito dalla UE senza alcun tipo di esborso economico anche se questo portasse al famigerato “no deal”. Il presupposto per l'ERG - espresso dal leader Steve Baker - è semplice: il Regno Unito sarebbe in una "posizione ideale" per "catalizzare" le attività imprenditoriali e "difendersi da pratiche predatorie". Chi ha bisogno delle "catene" della UE dunque?

La strana alleanza. Finora, proclamando la Hard-Brexit e la volontà del governo di non cedere alle volontà di Bruxelles, Theresa May è riuscita a tenerli a bada, ma quei 59 voti potrebbero risultare fatali al momento del voto finale sulla Brexit. Con solo 10 voti separano infatti il governo dalle opposizioni, il rischio che il governo si trovi in minoranza a fronte dell'eventuale accordo con la UE sono realistici sia per le divisioni interne dei Tories sia per la recente sortita dei laburisti. Ispirati da un idea di Tony Blair - per cui si potrebbe arrivare ad un accordo che sancisca nei fatti l'uscita dall'Unione Europa, ma ne conservi lo status quo attuale - i laburisti si sono dichiarati contrari a sottostare al ricatto del “o l’accordo o nulla” sventolato dal governo. Per Keir Starmer, parlamentare dei Labour incaricato di seguire la Brexit, “sarebbe inevitabile che qualora non si raggiungesse un accordo, il governo sarebbe costretto a riaprire i negoziati”.

Ancora 18 mesi e gli effetti della lettera che doveva dettare i toni e le priorità della trattativa saranno finalmente palesi, così come il futuro politico di Theresa May e quello della Gran Bretagna.


Per approfondimenti:

- sui rischi dell'accordo provvisorio fra l'UE ed il regno unito: POLITICO

- i modelli per i futuri rapporti fra UE e Regno Unito: BBC News

- il WTO spiegato: Institute for Government

- la posizione europea sulla Brexit: The New York Times

- le posizioni dei 27 sulla Brexit: il Caffè e l'Opinione

- la City e la Brexit: Financial Times

- Milano e la Brexit: QuiFinanza

- sul "no deal": The Spectator

- l'European Research Group ed il suo "organo di stampa": conservativehome

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