Terroristi per una App - Tre anni di Brexit o no-Brexit? – il Ristretto del 25-10-2017

 Idil Eser, presidente di Amnesty turca, ora sotto processo in Turchia per "favoreggiamento al terrorismo". Foto:  Prachatai  Licenza:  CC 2.0

Idil Eser, presidente di Amnesty turca, ora sotto processo in Turchia per "favoreggiamento al terrorismo". Foto: Prachatai Licenza: CC 2.0

Inizia il processo in Turchia ai militanti di Amnesty, rei di aver scaricato una App “connesa” ai Gulenisti - Donald Tusk apre alla “no-Brexit”, ovvero il ritiro, da parte di Londra, dell’Articolo 50. Questo ed il punto su Europa, Germania e Medio-Oriente nella nostra rassegna stampa.

Si può essere accusati di terrorismo per un app? La Turchia contro Amnesty

Inizia ad Istanbul il processo contro il presidente ed il direttore di Amnesty International in Turchia, Idil Eser e Taner Kılıç, e altri 8 attivisti per i diritti civili.

L’accusa sarebbe di favoreggiamento e supporto al movimento del chierico Fethullah Gülen, considerato il mandante del fallito colpo di stato del 15 luglio 2016. La pistola fumante, sostengono gli inquirenti turchi, sarebbe una App di messagistica privata per telefonini: ByLock.

Secondo quanto stabilito dalla corte costituzionale turca, l’applicazione ByLock, scaricata da oltre 600.000 persone nel mondo, sarebbe stata “ridisegnata per l’utilizzo esclusivo dei Gulenisti”, ovvero per favorirne le comunicazioni criptate. Come tale, la sola presenza di ByLock sullo smartphone, potrebbe per far scattare l’accusa di “appartenenza ad una associazione terroristica”, o almeno questo vorrebbe provare la magistratura durante il processo.

Ad essere sotto accusa, sottolinea Amnesty, non sarebbe solo Kılıç, ma gli oltre 100.000 utenti turchi di ByLock “identificati” dai servizi di intelligence turca. Se il processo a Kılıç, ed agli altri militanti, dovesse concludersi con una condanna, questo potrebbe portare ad una nuova ondata di “purghe” politiche da parte del governo turco.

I militanti, fra cui uno svedese ed un tedesco, rischiano fino a 15 anni di carcere. Per un App.


 “La Turchia che salverà l’Europa”

Ai margini del processo di Ankara ad Amnesty International, e mentre dall’Unione Europea arrivano ulteriori condanne alla svolta “illiberale ed autoritaria” del paese, interviene il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

Rispondendo alle conclusioni del Consiglio europeo, dove i 28 hanno deciso di sospendere gli aiuti economi ad Ankara, Erdoğan rilancia lo scontro sostenendo come, al contrario di quanto sostenuto da Bruxelles, solo la Turchia potrebbe “salvare l’Unione Europea dai suoi cronici problemi”.

“Un’Europa senza Turchia si troverebbe” argomenta Erdoğan “stretta nella morsa della xenofobia e la crescita dei partiti Neo-Nazisti”.

La Turchia, conclude il Presidente, “non avrebbe bisogno dell’Europa, sarebbe la UE ad aver bisogno della Turchia”.


3 anni di Brexit?

Continuano i dubbi sulla Brexit. Secondo il capo-negoziatore dell’Unione Europea, Michel Barnier, la costruzione di un accordo commerciale fra UE e Regno Unito potrebbe prendere fino a tre anni. Per di più, il patto dovrebbe essere approvato, una volta sottoscritto, da tutti i parlamenti dei 27 paesi, esattamente come il CETA.

Si tratterebbe quindi di un periodo superiore ai 17 mesi rimanenti alla data ufficiale della Brexit (29 marzo 2019) che potrebbe sforare anche i due anni di “regime transitorio” chiesto a Firenze da Theresa May.

L’intervento di Barnier, dopo l’ottimismo messo in mostra dai 27 nel corso del Consiglio d’Europa, ha riaperto la questione Brexit, anche alla luce delle crescenti difficoltà che Theresa May sta riscontrando in patria.

Riassumendo, quindi, le trattative sarebbero in fase di stallo, bloccate sulle tre questioni basilari del divorzio, ovvero, il futuro status dei cittadini europei in Gran Bretagna, la costruzione o meno di confini fisici in Irlanda ed il conto che Londra dovrebbe pagare per ottemperare agli impegni presi per il periodo 2014-2020. Il pressing da parte della UE per “ulteriori concessioni” da parte del governo britannico, inoltre, sta fratturando il partito conservatore fra sostenitori di May e quelli dell’Hard-Brexiter Boris Johnson dando forza al partito laburasta di Jeremy Corbyn, favorevole ad un secondo referendum sulla Brexit.

In questo scenario, interlocutorio l’intervento tenuto a Strasburgo il 24 ottobre dal Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, che ha aperto ad una possibile revoca della Brexit. Secondo Tusk, infatti, “la decisione finale sulla Brexit spetterebbe solo a Londra” sottolineando come le alternative siano un “buon accordo, un non-accordo, o una non-Brexit”.

E che sia questo il vero piano finale dell’Unione Europea, ovvero “costringere” Londra ad un passo indietro? Intanto, alcuni Conservatori britannici hanno chiesto alle università di “compilare liste dei professori” che potrebbero essere responsabili “di propaganda anti-Brexit”.

 
 

Il Pan-Europeismo ed il futuro dell’Europa

Alle prossime elezioni europee del 2019, gli eurodeputati potrebbero essere eletti in liste pan-europee legate alle “famiglie politiche europee”, e non secondo le circoscrizioni nazionali attualmente in uso.

L’ha sottolineato sempre Donald Tusk nel corso del suo intervento al Parlamento di Strasburgo del 24 ottobre. Parlando di come l’eventuale uscita della Gran Bretagna dalla UE porterà ad una necessaria riduzione nel numero dei seggi, Tusk ha precisato come questa “non inficerà il progetto di liste elettorali pan-europee” in discussione al Parlamento europeo.

Sull’eventualità di un’elezione pan-europea si è cominciato a discutere nel gennaio 2017, un’idea che ha portato, da una parte, alla nascita dei primi partiti “transnazionali” (i Diem25 di Iannis Varoufakis) e, dall’altra, alla proposta di Jean-Claude Juncker di far eleggere il Presidente del Consiglio Europeo e quello della Commissione Europea proprio mediante un’elezione pan-europea.


 Angela Merkel, sotto pressione in Germania e, per la prima volta, messa sotto accusa dall'interno del suo stesso partito. Foto:  European People's Party  Licenza:  CC 2.0

Angela Merkel, sotto pressione in Germania e, per la prima volta, messa sotto accusa dall'interno del suo stesso partito. Foto: European People's Party Licenza: CC 2.0

L’esempio di Kurz e l’attacco alla Merkel

Nonostante i dubbi dei Verdi sul tetto al numero dei rifugiati, il varo della "Coalizione Giamaica" in Germania sembra avvicinarsi sempre di più. Eppure, dall’interno del partito cristiano-democratico arrivano i primi attacchi alla leadership di Angela Merkel.

Secondo Alexander Mitsch, militante della CDU e leader della neonata corrente di destra “Iniziativa Liberal-Conservatrice” (FKA), la CDU avrebbe bisogno di un nuovo leader che prenda il posto, appunto, della Cancelliera.

Per Mitsch, infatti, Merkel e le sue politiche sull’immigrazione “troppo di sinistra” sarebbero i principali responsabili per il deludente risultato elettorale della CDU alle ultime elezioni. Per ovviare alla crisi, i conservatori tedeschi dovrebbero imparare dal leader austriaco Sebastian Kurz che, a 31 anni, sembra avviarsi ad assumere il ruolo di Cancelliere sulla base di un programma fortemente conservatore e “anti-immigrazione”.

Pur se i rischi per Merkel rimangono nulli, la nascita di FKA ed il fatto che per la prima volta venga messa in dubbio la leadership della Cancelliera da parte della sua stessa CDU, marcano un cambiamento nello scenario politico tedesco.

Queste, infatti, potrebbero essere le prime avvisaglie di quella possibile svolta a destra dei Cristiano-Democratici (e soprattutto dei Cristiano-Sociali bavaresi) paventate dagli osservatori al seguito della grande affermazione dell’estrema destra della AfD alle ultime elezioni di settembre.


Il punto in Medio Oriente

Siria. Secondo il Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, l’esercito di Ankara avrebbe concluso le operazioni militari nell’area di Idlib, la zona del nord-est della Siria dove si erano arroccati i miliziani di Tahrir al-Sham, l’erede di al-Qaeda in Siria.

Ora, sostiene Erdoğan, l’esercito si “dirigerà verso Ifrin”. Un eventuale attacco avrebbe, però, conseguenze imprevedibili nel complesso network delle alleanze in Medio-Oriente. Ifrin è, infatti, uno dei cantoni della Federazione Democratica della Siria del Nord, il territorio dei Curdi siriani alleati degli Stati Uniti nella battaglia all’ISIS.

Iraq. Il governo del Kurdistan Iracheno sarebbe intenzionato a “sospendere l’indipendenza” nella speranza di riaprire il dialogo con Baghdad ed evitare una escalation militare. L’annuncio arriva dopo la “riconquista”, da parte dell’esercito iracheno delle aree di Kirkuk e della diga di Mosul, passati sotto il controllo curdo nel 2014 dopo l’offensiva dello Stato Islamico.

Arabia Saudita. Per il principe Mohammed bin Salman, l’Arabia Saudita “ritornerà” presto “ad un Islam moderato aperto a tutte le religioni”.

Questo è quanto dichiarato dall’erede al trono della potente monarchia saudita al summit del FFI, l’Iniziativa per i Futuri Investimenti del paese.

La monarchia saudita, continua bin Salman riferendosi ad alcune delle riforme annunciate dal governo nelle ultime settimane, sradicherà “l’estremismo” nel paese per ripotarlo alla condizione di “paese moderato aperto al mondo”.

 
 

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