Chi di internet ferisce…: gli ultimi colpi del Russiagate a Donald Trump - il Caffè del 31-10-2017

 La bandiera statunitense rovesciata equivale ad una richiesta di aiuto contro pericoli militari o, nel caso del Russiagate, quando sono in pericolo le istituzioni democratiche. Foto: il Caffè e l'Opinione Licenza:  CC 2.0

La bandiera statunitense rovesciata equivale ad una richiesta di aiuto contro pericoli militari o, nel caso del Russiagate, quando sono in pericolo le istituzioni democratiche. Foto: il Caffè e l'Opinione Licenza: CC 2.0

Fra le rivelazioni di Facebook e le accuse dei procuratori speciali, la Casa Bianca si trova di nuovo al centro delle polemiche per i rapporti fra la campagna elettorale di Donald Trump e il Cremlino.

Mentre Facebook rivela che i post, spesso falsi o denigratori, pubblicati da fonti russe avrebbero raggiunto, durante la campagna elettorale del 2016, oltre 126 milioni di utenti statunitensi, la Casa Bianca riceve un brutto, doppio colpo.

Dopo mesi di investigazioni, sono state rese note le prime accuse a membri dell’entourage elettorale del Presidente statunitense Donald Trump in merito al “Russiagate”, riguardanti i contatti fra la campagna repubblicana e l’intelligence russa, che avrebbero contribuito ad “alterare” i risultati della competizione elettorale dello scorso anno.

Il caso Manafort. Nella giornata di lunedì 30 ottobre, infatti, è stato reso nota dal procuratore speciale Robert Mueller, la messa sotto stato di accusa dell’ex-manager della campagna elettorale Paul Manafort e del suo socio Rick Gates.

Fra i 12 capi d’accusa sarebbero “cospirazione contro il governo statunitense”, riciclaggio ed evasione fiscale. Entrambi, sostiene il procuratore, sarebbero rei di non aver denunciato la propria attività di lobbisti a favore dell’Ucraina, in particolare per conto dell’ex-Presidente Yanukovych, rifugiatosi in Russia in seguito alla “rivoluzione” del 2014.

In relazione a questa attività, i due, sostiene Mueller, avrebbero contribuito a riciclare, dal 2005 al 2016, circa 75 milioni di dollari. Soldi  sporchi passati per un complesso sistema di società offshore ed usati per “rafforzare” la posizione del presidente filo-russo.

Mentre i due accusati, supportati dalla Casa Bianca, si sono dichiarati innocenti, Mueller ha sganciato immediatamente un’altra bomba, meno attesa: il caso Manafort era già noto da un anno - e per questo più grave.

Il caso Papadopolous. Sempre lunedì, infatti, è stato reso noto che, in data 5 ottobre, l’ex-consigliere per gli esteri George Papadopoulos si sarebbe riconosciuto colpevole di aver mentito alla FBI riguardo ai propri contatti con esponenti russi vicino al Ministero degli Esteri di Mosca.

Fra questi, sottolinea il Washington Post, sarebbe Joseph Mifsud, il professore ex-funzionario maltese, che avrebbe giocato un ruolo importante per far pervenire alla campagna repubblicana le “migliaia di mail” su Hillary Clinton in posseso del governo russo. Gli stessi documenti che, apparsi in rete nelle battute finali della campagna elettorale, avrebbero “gettato fango” sulla candidata democratica finendo per danneggiarne la già traballante immagine.

Anche senza contenere alcun materiale compromettente, infatti, le mail documentavano i rapporti della candidata con le grandi banche, in particolare Goldmann Sachs e la strategia per diffamare l’integrità morale del suo avversario alle primarie Bernie Sanders. Inutile dire, tutti argomenti più volte usati da Trump per attaccare Clinton.

La Casa Bianca sulla difensiva. Nessuna delle due indagini tocca direttamente Trump o attuali membri della Casa Bianca. Ciononostante, l’amministrazione Trump, così come la Russia, è corsa immediatamente ai ripari, onde evitare ulteriori danni d’immagine per l’amministrazione.

Teatrale, come sempre, il Presidente, il quale paventa la ricusazione del procuratore generale Mueller, sottolineando in un tweet come egli si occupi di “fatti avvenuti ben prima della campagna elettorale”, tralasciando quelli della “corrotta Hillary e dei Democratici”.

Secondo l’ufficio stampa presidenziale, infatti, Papadopoulos sarebbe stato niente di più che un semplice consigliere volontario per lo più sconosciuto e senza nessun legame effettivo con la campagna.

Una dichiarazione che, però, sembra contrastare con i fatti. I capi d’accusa a Papadopoulos sarebbero solo il “primo passo di un'indagine” che potrebbe allargarsi presto.

 L'ambasciata russa a Washington DC, uno dei luoghi dove, secondo le indagini del Russiagate si sarebbero svolti alcuni incontri fra i membri della campagna elettorale di Donald Trump e i rappresentanti del Ministero degli Esteri russo. Foto:  Adam Fagen  Licenza:   CC 2.0

L'ambasciata russa a Washington DC, uno dei luoghi dove, secondo le indagini del Russiagate si sarebbero svolti alcuni incontri fra i membri della campagna elettorale di Donald Trump e i rappresentanti del Ministero degli Esteri russo. Foto: Adam Fagen Licenza: CC 2.0

L'assett russo. Come scrive POLITICO, citando ex-ufficiali del controspionaggio statunitense, Papadopolus potrebbe essere stato un “asset” dell’intelligence russa: un informatore interno alla campagna di Donald Trump.

Perché infatti, si chiede il quotidiano, questo volontario apparentemente sconosciuto ai vertici della campagna, sarebbe riuscito ad entrare in contatto con Mifsud? E perché ci sarebbero mail provenienti dagli stessi vertici che lo incoraggiano a perseguire questa strada?

Durante la campagna sarà infatti lo stesso Papadopolous a cercar di organizzare un incontro fra Trump e vari politici russi. Incontri che vengono cassati dallo stesso Manafort, che conferma l’interesse ai contatti, ma aggiunge come il futuro presidente “non affronterà tali viaggi” allo scopo di “non mandare segnali” all’elettorato. A farli, chiude Manafort in quello che sembra l'identikit dello stesso Papadopolous, dovrebbe essere “qualche funzionario minore”.

 Paul Manafort, destra, nel 2016 in qualità di leader della campagna elettorale di Donald Trump. Foto:  Disney | ABC Television G  Licenza CC 2.0

Paul Manafort, destra, nel 2016 in qualità di leader della campagna elettorale di Donald Trump. Foto: Disney | ABC Television G Licenza CC 2.0

Il legame fra Papadopolous e Manafort. Non sarebbe infatti un caso che l’annuncio della colpevolezza di Papadopolous sia stato dato il 30 e non il 5 ottobre, questa serve per contestualizzare meglio le accuse a Gates e, soprattutto, a Manafort.  L’ex-consigliere potrebbe infatti risultare, come suggeriscono le ricostruzioni fornite dal Mueller, più di un semplice “ingranaggio” nei rapporti fra la campagna elettorale di Trump ed il Cremlino, ma la stessa “pistola fumante” che conferma tali legami.

Questo potrebbe trascinare a fondo lo stesso Manafort, già “reo” di aver avuto più incontri, ancora nel luglio 2016, con il miliardario russo Oleg Deripaska, vicino a Putin e già indagato nello scandalo dei Panama Papers, per “aggiornarlo” sulla campagna elettorale.

Se la collusione fra Russia e Manafort venisse confermata il caso potrebbe allargarsi alla stessa Casa Bianca. Sarebbe stato proprio Manafort a fare campagna a favore della nomina di Mike Pence quale vice-presidente di Trump.


Per approfondimenti:

il caso Papadopolous spiegato: POLITICO

Il senato, Trump e Mueller: POLITICO

un analisi della situazione e le paure di Washington: The Washington Post

il Russiagate e le sue evoluzioni future: The New Yorker

la strategia di difesa della Casa Bianca: South China Morning Post

il rapporto Deripaska/Manafort: Quartz

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