La Russia ed il Petrolio: come Putin ha ricostruito la propria politica estera - il Caffè della Domenica del 19-11-2017

La rete degli affari petroliferi di Mosca in Europa, Asia e Sud America. Clicca sull'immmagine per ingrandire. Licenza: CC 2.0

La crisi saudita ha messo in luce la rete internazionale che la Russia di Vladimir Putin ha creato negli anni dapprima con Gazprom e poi con Rosneft: i suoi due colossi petroliferi statali. Una rete che abbraccia anche la UE, sempre in bilico fra crisi e riforme.

Rosneft. Gazprom e la rete politica internazionale di Vladimir Putin

Verona, ottobre 2017, X Forum Economico Euroasiatico. Per Igor Sechin, CEO di Rosneft, la più grande compagnia petrolifera del mondo, le notizie sulla “morte del petrolio sarebbero quantomeno esagerate” ed il greggio “rimarrà” il principale combustibile “dell’industria mondiale” ancora per i prossimi 20-30 anni.

Sechin ne è convinto e così lo è il suo “datore di lavoro” Vladimir Putin, di cui, fra l’altro, il CEO di Rosneft è stato vice quando l’attuale Presidente era il sindaco di San Pietroburgo. Raramente, infatti, le azioni di Sechin e della “sua” Rosneft (la compagnia è controllata al 50% direttamente da Mosca) sono indipendenti dalle volontà di Mosca, di cui la compagnia ne rappresenta, ormai, il “braccio economico” della sua politica estera.

Il triangolo Miller-Putin-Sechin. Un discorso simile vale per l’altra grande compagnia petrolifera di proprietà del Cremlino, ovvero Gazprom. Altro leader globale, stavolta nel gas, anch’essa guidata da un ex-collaboratore di Putin, Alexey Miller, e anche Gazprom parte integrante della politica estera russa. Niente di strano, obietteranno i più pragmatici: in fondo da sempre gli interessi delle grandi compagnie “nazionali” sono strategici per i singoli stati.

Eppure, il triangolo fra Gazprom, Rosneft e Cremlino non è una semplice “tutela” degli interessi moscoviti. Gli eventi degli ultimi mesi dimostrano infatti come mediante i suoi due colossi, Mosca mira alla creazione di un network politico in cui i singoli accordi commerciali diventano un modo per finanziare alleati o crearsene di nuovi. Una politica totalmente pro-attiva più simile a quella operata dalle compagnie cinesi che dal modello occidentale, ma estremamente più aggressiva del sistema messo in atto da Pechino.


Gas e Gazprom. In Europa, tutto inizia con Gazprom, ovvero il monopolista per l’esportazione del gas naturale russo, nonché pilastro della politica regionale del Cremlino.

La compagnia controlla il 40% dell’approvvigionamento di gas in Europa e la quasi totalità di quello consumato dall’Europa Orientale – compresi quelli anti-russi – e da quella Centrale. Qui è strategico il rapporto con la Germania, individuata dalla Russia come competitor regionale volto a creare un’interdipendenza economico-politica fra i due paesi.

Depotenziare l’asse Berlino-Washington (e, in misura minore, Berlino-Parigi), significherebbe indebolire l’influenza statunitense nella regione a cui seguirebbe un atteggiamento complessivamente più pragmatico e meno idealista da parte della UE sulla questione ucraina.

Le pipeline. In quest’ottica, diventano centrali sia il North Stream 1 e 2, le pipeline che connettono la Russia alla Germania passando sotto il Mar Baltico, che il suo braccio meridionale Turkish Stream, in realizzazione nel Mar Egeo.

North Stream, una volta completato il raddoppio osteggiato da alcuni paesi europei, incrementerà l’afflusso di gas alla Germania annullando, allo stesso tempo, benefici fiscali che i vecchi gasdotti su terra davano ai “paesi ribelli” all’egemonia regionale russa: Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e, soprattutto, Ucraina.

Turkish Stream, invece, permetterà un aumento della presenza russa sul mercato dell’Europa meridionale, con il rafforzamento dei rapporti con l’Italia, altro partner centrale, e con il nuovo “alleato”: la Turchia di Erdogan.


Rosneft. Se nei primi dieci anni del nuovo millennio, Gazprom è stato il principale “ariete politico” di Putin, ruolo che continua a recitare in Europa, a livello mondiale questo titolo spetta ora a Rosneft. 

La compagnia petrolifera, guidata da Sechin, è diventata la vera “banca” della geopolitica di Vladimir Putin, la quale accompagna con investimenti ed accordi di sviluppo, buona parte delle iniziative di politica estera messe in campo da Mosca, soprattutto in Medio Oriente.

Colpire Riyadh per ferire Washington. Nel corso degli ultimi 5 anni, Rosneft è stata centrale per ridimensionare il peso politico regionale dell’Arabia Saudita, paese “controllore” dell’OPEC, l’associazione dei paesi produttori di petrolio, e, per trasverso, degli Stati Uniti, primo alleato della monarchia saudita.

Grazie all’espansione globale di Rosneft, infatti, la Russia è diventata il maggior paese produttore di petrolio al mondo, titolo che le permette di insidiare il duopolio Saudita-Statunitense per il controllo del prezzo del greggio. Non è un caso, infatti, che Rosneft abbia investito decine di miliardi di dollari nella regione solo nell’ultimo anno fra QatarLibia e Kurdistan, fra cui spiccano i 30 miliardi all’Iran e la recente entrata della compagnia in Egitto, co considerato un protettorato saudita, grazie alla cessione da parte di ENI del 30% della concessione del super-giacimento Zhor.

Una febbrile attività concentrata in aree di conflitto o “zone molli” dell’influenza saudita che appare più evidente se si unisce questo a quanto portato avanti dalla Russia in Siria.

India, Cina, Sud America. Non c’è solo il Medio Oriente nelle mire di Rosneft, così come non c’è solo Europa in quelle di Gazprom. In Asia, la compagnia ha acquisito il 98% di Essar Oil, un affare da quasi 13 miliardi di dollari che garantirà alla Russia una quota consistente in uno dei mercati emergenti, oltre a consolidare un partenariato, quello russo-indiano, storico per Mosca.

Sempre in Asia, Rosneft è stata al centro di uno dei principali affari dell’anno. Si tratta dell’acquisizione da parte della Compagnia energetica cinese CEFC del 14% dell’azienda russain un giro d’affari che ha coinvolto, fra gli altri, il Qatar ed Intesa Sanpaolo. Con CEFC, la Cina entra fra i partner di Rosneft legando la crescente Cina di Xi Jimping alla Russia di Putin.

Infine il Sud-America, dove l’offensiva commerciale e politica russa sembra aver subito un impennata dopo l’elezione di Donald Trump e l’uscita degli USA dal TTiP, il Partenariato TranPacifico. La Russia, e Rosneft, sono dietro i continui salvataggi del Venezuela di Maduro e della sua PDSVA, la compagnia petrolifera venezuelana.

Sempre Rosneft è il partner principale della brasiliana Petrobras, nello strategico giacimento di Solimoes, ed è entrata, insieme alla privata Lukoil, nello sfruttamento dei giacimenti petroliferi in acque costiere del Messico. In Argentina sarà, probabilmente, Gazprom il possibile partner del governo di Buenos Aires per lo sviluppo dell’industria dello Shale Oil.


Nel complesso, una rete transnazionale che sta portando la Russia ad essere non solo una potenza militare, ma anche il primo produttore di petrolio al mondo e, più importante, a ritagliarsi un ruolo all’interno di quella che era l’area geopolitica tradizionale degli Stati Uniti. 

Fra i giganti Cina e USA, sono Rosneft e Gazprom i due arieti tramite cui Putin, e la Russia, riescono ad avere una forza di azione geopolitica che è superiore alla sua reale statura economica.

Per saperne di più:

Petrolio, Russia ed Iran: l’Arabia Saudita e la sua svolta – il Caffè della Domenica del 12-11-2017

Rosneft ed il petrolio: come Putin tiene in piedi il Venezuela di Maduro - il Caffè del 9-11-2017


I passi avanti dell’Europa verso l’integrazione

Il 2017 vorrebbe essere ricordato, a Bruxelles, come l’anno della riscossa dell’Europa dopo un 2016 segnato dalla Brexit e dalla grande paura populista. Una paura che si riversa nelle attuali crisi diplomatiche fra l’Unione e la Polonia o l’Ungheria.

Per fare questo l’Europa, soprattutto dopo le elezioni francesi e quelle tedesche, sembra essersi instradata sulla strada della maggiore integrazione, almeno secondo il modello “flessibile” delle molte velocità.

Secondo questo schema l’Europa ha sottoscritto il patto (il PESCO) una serie di progetti di cooperazione industriale e strategica che formerà il nocciolo del futuro esercito europeo. A parteciparvi, 23 paesi. A parte la Gran Bretagna, uno storico oppositore della difesa comune, ma in uscita dall’Unione, ci sono la Danimarca, storicamente refrattario ai programmi di sicurezza, il Portogallo, per motivi politici, Malta ed Irlanda, paesi neutrali.

Un ulteriore passo avanti è stato compiuto il 16 novembre, quando il Parlamento Europeo ha votato, con una maggioranza di 390 voti contro 175, per avviare il processo di ratifica degli Accordi di Dublino, quello che regola il processo di immigrazione verso l’Unione Europea.

Grazie al voto, la Commissione potrà lavorare su un nuovo regolamento che, secondo il testo approvato all’Europarlamento, abolirà l’obbligo di processo delle pratiche d’asilo per i paesi di ingresso e un nuovo sistema di ripartizione dei rifugiati più flessibile. Vengono aggiunte anche delle pene per i paesi che, come fatto dalla Polonia, dall’Ungheria, dalla Repubblica Ceca e dalla Slovacchia, si rifiutino di accettare i profughi, ovvero la perdita dei fondi strutturali europei.

Per saperne di più:

Difesa comune europea: il come e i retroscena di una decisione "storica" - il Caffè del 14-11-2017

Brexit, Catalogna e stato di diritto: i temi caldi dell’autunno europeo – il Ristretto del 15-11-2017


Il Libano e l'Arabia Saudita: il nuovo fronte della crisi.

Dopo tre giorni, il Premier libanese Saad al-Hariri, ha lasciato l'Arabia Saudita, il paese da dove aveva dato l'annuncio delle dimissioni. Una notizia che ha fatto "infuriare" il governo libanese, tant'è che il Presidente del Libano Michel Auon non le ha ancora accettate.

Per gran parte dei politici a Beirut, le dimissioni sarebbero state forzate proprio dai Sauditi in una mossa anti-iraniana. Teheran è infatti il principale sponsor di Hezbollah, uno dei partiti sciiti dell'alleanza di governo guidata dal sunnita Hariri.

Per approfondimenti: 

- Hariri, il Libano e l'Arabia Saudita: Middle East Eye

La crisi tedesca ed il futuro della Germania – il Caffè del 21-11-2017

Brexit, Catalogna e stato di diritto: i temi caldi dell’autunno europeo – il Ristretto del 15-11-2017