Le tensioni fra NATO e Mosca e le scelte economiche europee: la rassegna stampa internazionale – il Ristretto del 23-12-2017

 Immagini dalla crisi ucraina, l'ultima goccia che ha fatto traboccare i vaso nei rapporti fra NATO e Russia. Foto:  Sasha Maksymenko  Licenza:  CC 2.0

Immagini dalla crisi ucraina, l'ultima goccia che ha fatto traboccare i vaso nei rapporti fra NATO e Russia. Foto: Sasha Maksymenko Licenza: CC 2.0

Di sicuro, fra le notizie sulla Brexit e quelle sulla Catalogna, oltre alle continue uscite di Donald Trump, ci sono delle notizie che vi sarete persi.

Per voi abbiamo deciso di preparare questa rassegna della stampa internazionale.


Sommario:

  • le tensione sull'Atlantico fra Russia e NATO
  • il riarmo russo ed i prossimi dieci anni
  • l’Ucraina e lo scontro fra USA e Russia
  • Erdogan e l’economia come scelta politica
  • L’accordo commerciale fra Europa e Messico

La NATO e le provocazioni della Russia.

La NATO sarebbe preoccupata per l’aumento delle attività dei sottomarini russi nel Mediterraneo e nel Nord-Atlantico. Questo il titola della Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung che riporta le parole del Segretario Generale dell’Alleanza Jens Stoltenberg.

“La Russia ha investito molto nella sua Marina, soprattutto nei Sottomarini” dice Stoltenberg “e le attività di quest’ultimi è ai livelli più alti dai tempi della Guerra Fredda”. Soprattutto, sottolinea il Segretario, la maggioranza delle operazioni avviene “molto vicino alle coste dei paesi NATO”.

Ad essere messo a rischio dalle attività della marina russa, sostengono i vertici dell’Alleanza, sarebbero le rotte atlantiche su cui viaggiano i trasporti logistici fra Europa e Nord-America. La risposta a quelle che vengono prese come provocazioni da parte dei russi, chiosa Stoltenberg, è la costituzione di “un nuovo Comando per l’Atlantico e per la Logistica in Europa”: un nuovo hub militare concepito in chiave di un escalation delle tensioni con Mosca.


Il riarmo di Mosca

Sempre la Frankfurter Allgemeine Zeitung riporta un articolo di Marco Seliger sullo stato del riarmo russo: una serie di investimenti che, sostiene Dmitry Gorenburg in uno studio dell’Università di Harvard, permetterebbero a Mosca di sconfiggere qualsiasi paese vicino, Cina a parte.

Alla base di questo riarmo, spiega Saliger, la volontà della Russia di supportare la propria espansione geopolitica, di cui abbiamo più volte parlato su il Caffè e l’Opinione.

La volontà di ricostruire la potenza militare russa si scontra, però, con la crisi economica. Secondo i militari, infatti, la cifra sarebbe inferiore a quella necessaria per il riammodernamento delle Forze Armate, calcolata in 25.000 miliardi di Rubli nei prossimi 6-7 anni. Il Cremlino, invece ne propone 19.000 miliardi (270 miliardi di Euro) spalmati su 10 anni e destinati, soprattutto all’aviazione, esercito e armi atomiche.

In particolare nella prossima decade, Mosca pianifica di far entrare in servizio 470 nuovi carrarmati T-14 “Armata”, 12 nuovi trasporti Il-76 per l’esercito e mantenere in servizio costante almeno 12 dei propri sottomarini balistici, quelli armati di testate atomiche.

Nonostante i problemi economici, infatti, l’obiettivo di Mosca rimane lo stesso: riuscire a condurre due guerre allo stesso tempo, almeno secondo gli studi proposti dalla Fondazione Carnegie.


Le forniture di armi statunitensi a Kiev

Uno dei punti di contrasto fra NATO e Russia è l’espansione dell’Alleanza nei vecchi paese del Patto di Varsavia dopo la caduta dell’URSS, un atteggiamento che Mosca prende come di sfida e che è letteralmente esploso con la crisi ucraina.

Lunedì 18 dicembre, la Russia si è ritirata da un centro di attività congiunte NATO-Russia creato allo scopo di monitorare la debole tregua attualmente in essere fra Kiev e le forze separatiste dell’Est del paese. Un ritiro che a cui gli USA hanno risposto, riporta il quotidiano francese le Monde, con la decisione di mutare il sostegno al governo di Kiev.

Secondo fonti dirette del Dipartimento di Stato, infatti, gli USA sono pronti a fornire all’Ucraina “equipaggiamento di tipo letale”, principalmente missili anti-carro Javelin. Questo va a cambiare la natura del supporto che, finora, aveva visto arrivare nel paese solo attrezzature per la sorveglianza e le contromisure elettroniche.

L’intento statunitense, fice il portavoce del Dipartimento Heatther Nauert, sarebbe quello di “fornire all’Ucrania la capacità di […] difendere la proprio integrità territoriale e prevenire aggressioni future”. Immediata la risposta russa: la consegna delle armi potrebbe “portare ad un bagno di sangue”.


Le scelte economiche di Ankara in chiave politica.

Secondo i dati statistici di dicembre, la Turchia assisterebbe ad una crescita del 11.1% del PIL in questo trimestre, un dato superiore a quello cinese, indiano e previsto dalla maggioranza degli economisti.

Questa, sottolinea il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan sarebbe la miglior risposta a chi vede nel paese uno “stato debole”.

Ciononostante, è il senso di un’analisi del magazine POLITICO, questa crescita comporta grandi rischi: aumento dell’inflazione, svalutazione della moneta e l’aumento del deficit. Tutti segnali che, esauritasi la sbornia, sembrano alludere all’insostenibilità della crescita turca.

Difatti l’inflazione mensile è al 13%, molto al di sopra di quel 5% inserito nella legge finanziaria da Ankara. Anche la Lira Turcha sta assistendo al tracollo del proprio valore: l’11% in tre mesi.

A difendere l’operato del governo arriva Hatice Karahan, unico consigliere donna del presidente e professoressa all’Università Medipol di Istanbul. Per il consigliere, la crescita sarebbe “normale” e ascrivibile all’inaspettato tracollo del PIL nel 2016 al seguito del fallito colpo di stato. Non ci sarebbe quindi molto da preoccuparsi, anche se la stessa Karahan ammette che il governo dovrà fare uno sforzo per rendere sostenibile questa crescita.

Il problema, sostiene POLITICO, è che Erdoğan ed il suo governo sarebbero ideologicamente refrattari ad un rialzo dei tassi di interesse, l’unica cosa che fermerebbe la svalutazione della Lira. Per il presidente, infatti, questo non sarebbe conciliabile con la necessità di mantenere alto il tasso di crescita in vista della doppia elettorale – parlamentari e presidenziali – del 2019. 

Se il banco dovesse saltare, allora la vittoria di Erdoğan nel 2019 sarebbe a rischio: un’eventualità che il Presidente non sembra neanche voler contemplare.


L’Europa ed il Messico: prove di un accordo economico

L’Unione Europea ed il Messico sarebbero ad un passo dal chiudere un accordo commerciale. Lo sostiene Giulia Paravicini, dalle pagine di POLITICO.

Bruxelles è difatti fiduciosa di ottenere da Città del Messico il definitivo assenso alla protezione dei marchi registrati europei, in particolare la Mozzarella italiana ed il prosciutto Manchego spagnolo, due prodotti che hanno equivalenti nell’industria alimentare messicana.

Se questo succedesse, non ci sarebbero più ostacoli, per l’Unione, per chiudere trionfalmente un 2017 che ha visto, anche, la sottoscrizione dell’accordo col Giappone, ritenuto impossibile solo l’anno scorso.

L’accordo è particolarmente importante per il Messico permettendo al paese di diversificare la propria economia, attualmente centrata su USA e NAFTA, un accordo che, fra l’altro, Donald Trump sembra intenzionato a ricusare.

“La UE” sostiene la relatrice dell’accordo, l’italiana Alessia Mosca, “sta riempiendo il vuoto a livello di commercio mondiale, lasciato libero dagli Stati Uniti”. Un enorme successo sottolinea Mosca: con la probabile firma, il Messico si unirebbe a “Canada, Giappone e tutti i paesi di quello che era il TTP, nel riconoscere i marchi e gli standard europei”.

A fronte del protezionismo statunitense, chiosa Mosca, “l’Europa starebbe dando una dimensione globale ai propri standard qualitativi” oltre a garantire la protezione dei marchi DOP – quindi anche quelli italiani – laddove prima non esisteva.

 

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