Perché il populista Viktor Orban ha vinto: l'epica della minaccia "esterna"

Perché il populista Viktor Orban ha vinto: l'epica della minaccia "esterna"

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Con quasi il 50% dei voti, Viktor Orban vince le elezioni in Ungheria: analisi del successo della propaganda anti-liberale.

L'obiettivo de il Caffè, è quello di occuparsi di  politica, italiana ed internazionale, di raccontarvi storie ed eventi, ma, soprattutto come questa venga percepita, assimilata e ritrasmessa sul web.

Tale connubio distonico di realtà e percezione, fatti e narrazione lo ritroviamo in quella che è la figura più polarizzante dell'Unione Europea: Viktor Orban, il leader del partito popolare ungherese Fidesz rieletto per la terza volta consecutiva premier.

Esistono infatti due Orban. Il primo, quello "ufficiale", è il politico ungherese autodefinitosi "democratico illiberale" che controlla e governa un Ungheria modellata a sua immagine e somiglianza. L'altro è l'Orban totem dell'euro-scetticismo, quello che va da Le Pen a Salvini, da von Storch a Wilders, quello del no ad ogni forma di immigrazione e della "difesa del popolo ungherese", almeno quello che si riconosce in lui.

Il primo vive a Budapest, il secondo in rete e spopola, tra l'altro, fra i tweet e sub-tweet del populismo italiano. 


Premessa: il voto ungherese

Al momento in cui scrivo, lo spoglio ha coperto il 97% dei voti e Fidesz, il partito di VIktor Orban è attulmente al 48.7%, quasi trenta punti sopra l'estrema destra di Jobbink (19,5%). Segue l'opposizione socialista di MSZP al 12,3%, i verdi di LMP al 6,9% e la sinistra liberale di DK al 5,6%. 

Orban, grazie alle peculiarità di una legge elettorale con forte "premio di maggioranza" (è questa quella "legge democratica" che vogliamo in Italia), otterrà i due terzi dei seggi. Rispetto a quattro anni fa, Fidesz ha cannibalizzato i voti social-democratici e rosicato qualcosa anche all'ultra-destra di Jobbink e questo nonostante le opposizioni abbiano cercato di  porre l'accento sulla "decostruzione democratica del paese" e la corruzione del governo.

Non è servito a nulla, e la ragione è il contesto in cui l'Ungheria si sente inserita o, meglio, minacciata. Perché parlare dell'Ungheria di Viktor Orban non è diverso che parlare della Turchia di Erdogan o della Russia di Putin: paesi in un cui il reale contesto politico-economico ha il suo peso, ma non quanto il modo (o i modi) in cui questo viene proiettato all'elettorato.


"L'eroe" Viktor Orban e l'Ungheria

L'Ungheria è, infatti, un piccolo paese memore, però, di un passato imperiale e passato dal blocco sovietico all'Unione Europea. Una scelta, quest'ultima, compiuta per "mettersi al sicuro", anche economicamente, dalla Russia, ma che ha creato un senso di straniamento e minaccia: quello di trovarsi schiacciata fra i due colossi, la Russia e l'Europa. 

Un sentimento viscerale e popolare su cui Orban ha costruito la propria narrazione politica, quella del "partigiano della causa ungherese", di "eroe epico irredentista", "guida" di un popolo di 6 milioni di persone fra i giganti del mondo.

"Vinco e penserò ai nemici del paese" è stato lo slogan di Orban durante queste elezioni, evocando lo spettro di fantomatiche minacce che minano all'identità ed i valori "tradizionali" dell'Ungheria. Una nuova epica nazionale piuttosto che una campagna elettorale, con al centro il nemico lontano che agisce nell'ombra (il grande vecchio), George Soros, il drago da sfidare e domare (l'Unione Europea) e l'armata che incombe al di là di una barriera di filo spinato: gli immigrati africani e musulmani, i "diversi".

Il trucco di questo tipo di populismo alla "Games of Thrones", in Ungheria come negli altri paesi, non è quello di creare "minacce aliene", lontane dall'elettorato, ma di giocare con le ansie della contemporaneità, trasformare le debolezze in "attacchi", i dubbi in paure, le paure in voti.

Così quella stessa UE che alimenta l'economia ungherese (gran parte del PIL dipende dai fondi strutturali europei), diventa "quella che non difende l'Ungheria", soprattutto sulla questione migranti che "invadono il paese" e che, quindi, vuole "azzerare l'identità del paese". Il discorso, da politico scivola poi nell'ideologia, dipingendo i valori della democrazia liberale come opposti alla tradizione, alla "purezza d'animo" del popolo ungherese ("i valori liberali dell'occidente includono la corruzione, il sesso e la violenza"): i problemi non dipendono dall'animo ungherese (buono e retto), ma dalle influenze negative dell'Europa sembra dire Orban.

Una retorica simile a quella messa in campo, appunto, da Putin a Mosca, da Erdogan in Turchia o da qualunque leader populista europeo, ora e nel passato. Come per loro, la soluzione di Orban è una sola: la costruzione di "uno stato volutamente illiberale" una "democrazia non liberale". 


Viktor Orban: il populista

Cosa vuol dire "democrazia illiberale"? Limitare il potere giudiziario e la libertà di stampa, attaccare le ONG (strumenti di Soros, dice il governo di Budapest) e bloccare il processo di "accettazione" ed integrazione della comunità LGBTQ. Ancora, creare veri e propri campi di concentramento (nota bene: concentrazione, non sterminio) per immigrati, condurre referendum su "l'Europa ci tratta bene o no" e proporre il conflitto costante fra Budapest e Bruxelles.

Fra leggi e narrazione, questa è, in sunto, l'Ungheria di viktor Orban ed è per questo inutile interpretare i dati elettorali in maniera tradizionale, elencando chi ha vinto o chi ha perso. Come è inutile continuare a considerare Fidesz un partito popolare e quindi centrista. Il suo bacino è volutamente omni-comprensivo perché non vuole essere un partito, ma la proiezione stessa dello stato.

Non si tratta, ancora, di fascismo o dittatura mono-partitica, e forse non lo diventerà mai, ma rimane un impoverimento della struttura democratica, l'ultima evoluzione della "tendenza maggioritaria" dei partiti-nazione di cui Fidesz è solo l'ultima incarnazione.


Opinione conclusiva di respiro più ampio

Il rischio, in Ungheria come anche in Italia, è mettere in moto meccanismi difficili da fermare.

Non a caso, esplorando internet, per esempio su Twitter tramite l'hastag #Orban, si trovano frase tipo "magari avessimo in Italia un leader come lui", giudizi tipo "ora tremino i burocrati europei" fino ad arrivare all'estremismo della destra anti-Soros.

"2000 infami in rete per un mondo migliore. 2000 cecchini per educare i servi di Soros" dice un tweet dell'8 aprile riferendosi alla "schedatura" di duemila cittadini ungheresi considerati, dal governo di Budapest, "agenti di Soros". Un tweet a cui un altro utente ha risposto "Soros, maledetto [...] ebreo come Lenin, Trotzky, Rosenberg, Rothschild, Goldman-Sachs, Zuckerberg e Bloomberg".

Si tratta di persone lontane dalla politica? Forse...

Stiamo sempre attenti ad evocare "mostri" per fare politica.

Molto attenti.


Letture consigliate

- un ritratto di Orban: the Economist

- la propaganda di Orban e l'uomo dietro tutto: POLITICO

- la crisi della democrazia come valore: New York Times

- Orban e la crisi dell'occidente: Washington Post

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