Il dilemma europeo - l'Opinione del 7-11-2017

 L'Europa, i suoi colori e le sue bandiere. Foto:  European Parliament  Licenza:  CC 2.0

L'Europa, i suoi colori e le sue bandiere. Foto: European Parliament Licenza: CC 2.0

L’Europa, intesa come Unione Europea, intesa come tutti i 27 paesi membri, ha un problema, ovvero come evitare il collasso di se stessa. Come?

Non è che sia un problema proprio urgentissimo, in fondo l’economia ha ripreso a tirare, la disoccupazione scende e l’ondata populista, figlia della crisi degli ultimi anni, è stata parzialmente arginata, ma sarebbe anche ora di cominciare, così, tanto per non farsi trovare impreparati.

Stiamo parlando del portare avanti il processo di integrazione europeo, ovvero, la vera, grande, sfida del continente se questa non vuole trovarsi schiacciata dalla crescente influenza russa nei paesi orientali, dalla potenza commerciale della Cina di Xi Jinping, nuovo grande alleato dei 27, e diventare un ricco ed agiato spettatore degli avvenimenti mondiali.

Non il “se”, quindi, d'altronde l’Unione Europea è, per sua stessa definizione, un ente progressivo, ma il come.

Francia vs Europa? Sul piatto due modelli: l’Europa a più velocità (o “multi-speed Europe”) promossa dal Presidente francese Emmanuel Macron e la nuova “governance” immaginata dalla Commissione Europea del lussemburghese Jean Claude Juncker,  ovvero elezioni pan-europee ed unione delle figure di Presidente della Commissione e quello del Consiglio europeo.

Due modelli profondamente antitetici con il primo, quello “francese” che propone geometrie variabili e “sotto-unioni” sempre più strette fra i “paesi che ci starebbero”, mentre il secondo focalizzato sul percorso condiviso che “accetti” le posizioni dei “dissidenti”, ovvero Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, ma anche Romania e Bulgaria.

Se il modello “Juncker” sembra più in linea con i principi comunitari, quello sponsorizzato da Macron ha vantaggi che l’altro non può garantire: la rapidità di attuazione, mettendo da parte l’opposizione dei paesi riluttanti, e la contraddizione della “moneta senza uno stato”, l’Euro.

In mezzo, la Germania. Entrambi sono attualmente bloccati dalla titubanza tedesca. Pur non essendo di principio contraria, infatti, Angela Merkel si è dimostrata riluttante a dare pieno appoggio ad Emmanuel Macron, senza per questo sostenere il modello Juncker, considerato poco efficiente. Due i motivi:  non perdere per strada i paesi dell’Europa orientale, e la naturale refrattarietà tedesca a mettere in comune "i soldi". In questo caso, si tratta in sostanza del debito.

Eppure, proprio dalla Germania arriva la proposta più semplice ed al contempo più rivoluzionaria presentata negli ultimi mesi.

Bond franco-tedeschi. Norbert Röttgen, ex-Ministro dell’ambiente nel governo secondo governo Merkel e presidente uscente della commissione esteri del Bundestag in quota CDU, ha infatti proposta l’introduzione di “Bond Franco-Tedeschi" emessi da entrambi i governi per finanziare i vari progetti comuni esistenti fra i due principali paesi dell’Unione.

Questo, afferma Röttgen servirebbe a rilanciare la cooperazione fra Berlino e Parigi, creare un esempio virtuoso di integrazione per gli altri paesi europei e, soprattutto, risolvere la diffidenza tedesca verso il debito comune.

In confronto all’ESBies, l’Eurobond promosso ai tempi, fra l’altro, dall’allora ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti, il bond franco-tedesco sarebbe limitato al debito sovrano tedesco e a quello francese, scommettendo sulla riduzione di quest’ultimo.

Francia per il sì, Germania no. Fonti interne all’Eliseo, citate da POLITICO, hanno espresso il supporto francese alla proposta di Röttgen segnalando come questa “sia in linea” con quanto proposto da Macron due mesi fa alla Sorbona.

L’opposizione arriva, però, proprio dalla Germania, non tanto dalla CDU, ma dagli altri partiti conservatori impegnati nelle consultazioni per il nuovo governo. Per la CSU bavarese, infatti, non ci sarebbe “alcun modo” per evitare il principio di “condivisione del debito” un principio che pare condiviso dai liberali della FDP.

Il populismo, il vero spauracchio. Il vero problema, però sembra essere un altro, ovvero il rischio populista. La CSU, e buona parte della CDU, sono molto preoccupati dell’emorragia di voti subita alle ultime elezioni nei confronti degli euroscettici/populisti di Alternativa per la Germania (AfD).

Secondo Alexander Radwan, parlamentare della CSU, il bond darebbe “un segnale sbagliato”, ovvero che il governo tedesco, partiti bavaresi compresi, vogliano usare, appunto, “le tasse tedesche per pagare gli errori degli altri paesi”, il mantra del populismo. A meno di un anno dalle elezioni in Baviera, dove AfD ha raggiunto il miglior risultato nella vecchia Germania Ovest, questo diventa un rischio da non correre.

 La Brexit secondo Bansky. Foto:  www.bansky.co.uk  Licenza:  CC 2.0

La Brexit secondo Bansky. Foto: www.bansky.co.uk Licenza: CC 2.0

Problemi d'Europa. Integrazione contro rischio populista, ancora una volta, e nel cuore del continente, il dilemma europeo torna così alla ribalta: seguire un percorso di integrazione considerato dai più scontato o rischiare il contraccolpo elettorale da parte dello spauracchio populista?

Vale per la Germania e per la Baviera, ma anche per la Francia (in cui bisogna ammettere il coraggio di Macron di sfidare “lo spettro” del Front National), l’Italia, dove legislazioni vengono messe da parte, appunto, “per non dare segnali sbagliati” (leggasi: Ius Soli) o qualsiasi altro paese europeo quando si appresta ad elezioni.

Eppure, nessun passo avanti avviene a costo zero, sia questo un Bond, una “multi-speed Europe” o la federazione europea di Juncker. Come Europeo, preferirei vedere un Europa salda e con una direzione precisa, piuttosto che, come giornalista, leggere di mille nuove proposte, europee e nazionali, che si arenano ogni anno perché "non bisogna dare segnali di un certo tipo sennò alle elezioni sale la X (completate con il vostro partito spauracchio di riferimento) e non va bene" 

Se l'Europa rimane immobile, come non dare ragione proprio a Röttgen, quando afferma che “una UE in cui niente si muove più, si consuma e perde la propria legittimità?"

Rosneft ed il petrolio: come Putin tiene in piedi il Venezuela di Maduro - il Caffè del 9-11-2017

Il caso Puigdemont - L'Europa e gli USA: i due giganti dai piedi d’argilla – il Caffè della Domenica del 5-11-2017