Macron, il futuro dell'Europa e della sinistra: cosa ci dicono le elezioni francesi - l'Opinione del 24-4-2017

 Il vincitore del primo turno delle presidenziali francesi, Emmanuel Macron. Foto:  Emmanuel Macron, candidat du mouvement En Marche  di  Mutualité Française  Licenza:  CC 2.0

Il vincitore del primo turno delle presidenziali francesi, Emmanuel Macron. Foto: Emmanuel Macron, candidat du mouvement En Marche di Mutualité Française Licenza: CC 2.0

Domenica si è svolto in Francia, il primo turno delle elezioni presidenziali considerate, a ragione, centrali per comprendere il futuro dell'Unione Europea. Il risultato è il ballottaggio fra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, il crollo dei partiti tradizionali e la nascita, in Francia come prima in Olanda, di un nuovo fronte di sinistra.

Emmanuel Macron è il vincitore del primo turno delle elezioni presidenziali francesi con il 23,7% dei voti. Il 7 maggio egli affronterà il ballottaggio contro la leader dell'estrema destra "sovranista" Marine Le Pen, alla quale sono andati il 21,5% dei voti. Eliminati dalla competizione il repubblicano François Fillon (19,9%), il candidato dell'estrema sinistra Mélenchon (19,4%) ed altri sette aspiranti alla presidenza della Francia, fra cui spicca il socialista Benoit Hamon ed il suo 6,3%.

Riparte la campagna elettorale. Al ballottaggio l'indipendente di centro-sinistra Macron è dato per vincente con una percentuale, dice un sondaggio compiuto sabato ad urne ormai chiuse, assestato fra il 62 ed il 64% dei consensi. Una volta riconosciuta la sconfitta, infatti, sia Fillon che Hamon hanno invitato a votare per Macron contro Le Pen. Mélenchon ha invece dichiarato che, prima di esprimere un'intenzione di voto, si consulterà con 450.000 tesserati del suo movimento "La France Insoumise", probabile una convergenza, almeno parziale, contro Marine Le Pen.


Attendendo il 7 maggio,  l'esito del voto francese - e quello olandese di marzo - ci permette intanto di trarre delle riflessioni sullo stato attuale dell'Unione Europea e dei suoi cittadini nei primi quattro mesi del 2017.

Il peso dei media, e dei social, nei sondaggi. La prima vera lezione delle elezioni francesi, riguarda, infatti, l'opinione pubblica europea ed i suoi media. Domenica in Francia, come a marzo in Olanda, i sondaggi hanno previsto correttamente l'esito delle elezioni e, nel caso francese, con una precisione quasi assoluta. Sembrano quindi passate le paure associate al "fallimento" dei sondaggi del 2016, incapaci di prevedere la vittoria del "sì" alla Brexit e di Donald Trump alle elezioni statunitensi.

Il paradosso? Che né nel caso britannico, né in quello statunitense, i sondaggi avevano in realtà sbagliato: in Gran Bretagna il voto era incerto, mentre negli Stati Uniti, Hillary Clinton ha vinto quello popolare, ma la vittoria è andata a Trump per via del sistema dei grandi elettori. Mentre il "mood" sui social - e sui media che li cavalcano - rimane pessimista, la "vittoria" dei sondaggisti in Olanda e in Francia potrà rassicurare coloro che al facile sensazionalismo preferiscono la corretta informazione.

 Marine Le Pen che affronterà Emmanuel Macron il 7 maggio al ballottaggio, al meeting del Front National del 2012. Foto:  Blandine le Cain  Licenza:  CC 2.0

Marine Le Pen che affronterà Emmanuel Macron il 7 maggio al ballottaggio, al meeting del Front National del 2012. Foto: Blandine le Cain Licenza: CC 2.0

La Francia non è un paese xenofobo, ma il populismo è in crescita. Ancora a febbraio, Marine Le Pen era data vincente al primo turno grazie al 28% delle intenzioni di voto. Una campagna elettorale sotto tono, l'allarme populista e la crescita a sinistra di Jean-Luc Mélenchon (il cui programma euroscettico ha conquistato una parte del voto di protesta), ne ha rosicato il vantaggio portandola al secondo turno in svantaggio e con scarse possibilità di vittoria.

Passato il pericolo? Forse. La Francia si risveglia dalla prima tornata come un paese xenofobo e razzista di quanto paventato anche se il populismo euroscettico rimane un problema. Combinando infatti i dati di Le Pen e di altri candidati minori, il partito euroscettico vale, un buon 30% dell'elettorato, che diventa il 49 aggiungendo i voti critici di Mélenchon.

L'euro-scetticismo è forte nelle aree rurali. Osservando la mappa del voto per collegi, Marine Le Pen è vittoriosa nel nord e nel sud della Francia, soprattutto nelle aree rurali. Rimangono lontane dal voto per l'estrema destra le città del paese. A Parigi, Lione, Digione, Tolosa, Nantes e Bordeaux ha trionfato Macron, mentre, nel feudo "lepenista" della Costa Azzurra, Fillon si porta a casa Nizza. Marsiglia, e le sue specificità sociali, si è divisa fra Fillon, Mélenchon e Le Pen.

Si concretizza così, l'ennesimo paradosso. L'Europa, in Francia come in Olanda e nel Regno Unito, risulta più fragile nelle aree rurali, ovvero quelle più lontane dal fenomeno dell'immigrazione, più soggette alla migrazione interna - i giovani verso i centri urbani - e dove è più forte, paradossalmente, l'incidenza dei fondi strutturali per lo Sviluppo Rurale e Regionale dell'Unione Europea.

Abbiamo bisogno dell’Europa perché l’Europa ci rende più grandi, l’Europa ci rende più forti
— Emmanuel Macron, sul ruolo della Francia in Europa

A fronte del populismo, il voto europeista esiste e resiste. A fare da contraltare alla crescita dell'euroscetticismo, il voto francese ha confermato l'esistenza di una maggioranza favorevole all'Unione Europea e ad una maggiore integrazione. In Francia, i catalizzatori di questo voto sono stati Emmanuel Macron - "l'Europa ci rende più forti" il suo slogan - e Benoit Hamon, ma l'aderenza al progetto europeo - con riserva - fa parte anche dell'elettorato di Filllon e di quello meno massimalista e più riformatore di Mélenchon.

Un eguale sentimento europeista si è visto anche in Olanda, dove i veri vincitori delle elezioni di marzo sono stati i liberal-sociali di D66 e la sinistra alternativa dei GroenLinks, due partiti pro-UE. Europa sì, ma con riserva,anche per l'attuale Primo Ministro olandese, il liberale Mark Rutte. Sia in Francia che in Olanda, la richiesta degli elettori è di rimanere in Europa, limitandone i bizantinismi e riformandola, ma rimanendo fedeli al percorso comune del continente.

La sconfitta del socialismo tradizionale. In Francia come in Olanda, le elezioni hanno sancito il completo collasso dei tradizionali partiti della sinistra di governo: il Partito Socialista francese e il Partito dei Lavoratori olandese. Per quest'ultimi è stata fatale l'alleanza di governo con i liberali di Rutte, mentre per la Francia, il responsabile principale si chiama François Hollande, il Presidente della Repubblica uscente, che ha trascinato con sé il proprio partito. Hollande era stato eletto, infatti, per indicare una nuova via alla Francia, ma è invece rimasto bloccato dalle idiosincrasie del proprio partito, legato al pubblico impiego e alla classe lavoratrice, ma guidato da una leadership liberal-progressista.

 Benoit Hamon, il candidato socialista autore di un'effimera rimonta a gennaio e finito quindi con il 6,5% dei voti, il peggior risultato dei socialisti dal 1969. Foto: Thibaut Prévost  Meeting de B. Hamon  via  photopin   (license)  B. Hamon

Benoit Hamon, il candidato socialista autore di un'effimera rimonta a gennaio e finito quindi con il 6,5% dei voti, il peggior risultato dei socialisti dal 1969. Foto: Thibaut Prévost Meeting de B. Hamon via photopin (license) B. Hamon

Il fallimento socialista si può esemplificare nella campagna elettorale del proprio leader, Benoit Hamon. Nella necessità di smarcarsi dall'ombra di Hollande e riconquistare la propria base, Hamon ha cercato una, tardiva, svolta verso sinistra. Questo lo ha reso una copia sbiadita, sebbene più concreta, di Mélenchon che ne ha cannibalizzato la base più ortodossa, mentre, al centro, Macron si è accaparrato quella progressista. Il risultato è stato il 6% dei voti alle presidenziale che consegna il partito all'oblio.

A chi importa vincere? Quello che dobbiamo fare è servire il paese
— Justin Trudeau, Primo Ministro canadese sul ruolo della politica nella società

Una nuova sinistra, diversa. Di fronte al fallimento della sinistra che guarda al centro ed alla rottura della propria base elettorale, la risposta non è, guardando alla Francia ed all'Olanda, la svolta a sinistra, ma la creazione di un nuovo percorso e di una nuova base elettorale trasversale: nei Paesi Bassi D66 e GroenLinks,  Emmanuel Macron in Francia.

Mélenchon in Francia e Corbin in Gran Bretagna, sono il risultato di una svolta massimalista all'interno dell'elettorato della sinistra europea, mentre questi nuovi movimenti rappresentano un nuovo elettorato, lontano dalla social-democrazia classica e più vicino al Socialliberalismo dei Democratici statunitensi.

Punto di riferimento di questo nuovo elettorato, che potremmo definire, "obamiamo" è il quarantaseienne canadese Justin Trudeau, in attesa della probabile vittoria del trentanovenne Emmanuel Macron.

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