L'Europa fra migranti e scelte politiche: Bruxelles scende in campo contro la Polonia, l'Ungheria e la Slovacchia - il Ristretto del 31-8-2017

    Il Parlamento Europeo riunito. Gli ultimi mesi del 2017 si presentano pieni di sfide per l'Unione Europea, soprattutto sul fronte migranti e contro il populismo. Foto:  European Parliament  Licenza:  CC 2.0

 

Il Parlamento Europeo riunito. Gli ultimi mesi del 2017 si presentano pieni di sfide per l'Unione Europea, soprattutto sul fronte migranti e contro il populismo. Foto: European Parliament Licenza: CC 2.0

Mentre Agosto si avvia alla fine, il Parlamento Europeo riprende i lavori. Sul tavolo il rapporto con Polonia e Turchia, ma soprattutto la questione migranti con il tentativo della Slovacchia e dell’Ungheria di bloccare la redistribuzione dei migranti da Italia e Grecia agli altri paesi UE.

Bruxelles e la lotta per le quote migranti

La Corte di Giustizia europea “dovrebbe respingere i ricorsi del governo slovacco e di quello ungherese” contro le quote di ricollocamento dei migranti.

Questo è il parere dell’avvocatura generale sul ricorso, in linea con quanto precedentemente ribadito dalla Commissione nei confronti di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca.

Negli ultimi mesi, l'Ungheria di Viktor Orban, membro del Partito Popolare Europeo Viktor Orban, e la Slovacchia del Socialista Rober Fico avevano, infatti, richiesto alla Corte l’annullamento del processo di ridistribuzione nei propri paesi dei migranti arrivati in Italia e Grecia. Quote a cui, peraltro, l’Ungheria non ha mai adempito e che la Slovacchia ha recentemente sospeso.

Nel 2014, allo scopo di alleggerire il peso degli arrivi alla Grecia e all'Italia, l’Unione Europea ha creato un piano di redistribuzione dei migranti in attesa di identificazione atto a coinvolgere tutti i paesi dell'Unione. Proprio l'opposizione dei paesi del blocco orientale (appunto, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) hanno portato al parziale fallimento dell'iniziativa europea. A Luglio 2017, infatti, secondo i dati ufficiali della Commissione, dei 66.400 rifugiati presenti in Grecia solo il 24% sarebbe stato ricollocato. Ancora più tragica la situazione italiana, dove la cifra scende ad un misero 18% (su 39.600 migranti registrati nel paese).

Finora, solamente Norvegia e Svizzera, peraltro paesi non facenti parte dell’Unione, avrebbero accolto il 100% dei migranti a loro destinati. Fra i membri della UE spiccano Finlandia (circa 86%), Portogallo (47% ), i paesi baltici (fra l’80% lettone ed il 41% estone) e via via tutti gli altri. Ultimi, appunto, la Slovacchia (2%), la Repubblica Ceca (0,4%), Polonia ed Ungheria (entrambe allo 0%).

Nonostante i moniti dell’avvocatura generale, di solito accettati dalla Corte di Giustizia, e le spinte provenienti dalla Commissione, l’Ungheria, considerato il paese guida della “rivolta”, non sembra intenzionata a fare passi indietro

Anzi, secondo il Segretario di Stato ungherese per la Giustizia Pál Völner, il monito degli avvocati europei sarebbero la prova di quanto la UE sia “complice di George Soros” nell’ambito di un “complotto” ordito dal miliardario considerato da Orban suo nemico giurato per “distruggere l’identità del paese”.


 Le proteste in Polonia contro la riforma del potere giudiziario voluta dal governo. Foto:  Sakuto  Licenza:  CC 2.0

Le proteste in Polonia contro la riforma del potere giudiziario voluta dal governo. Foto: Sakuto Licenza: CC 2.0

La crisi fra Polonia e Unione Europea.

I migranti non sono l’unico punto di tensione fra il governo polacco e la Commissione Europea. Quest'ultima si è infatti dichiarata pronta ad attivare l’articolo 7 del trattato di Lisbona, qualora il governo di Varsavia non ritirasse la propria riforma del sistema giudiziario.

Nel mirino della UE, l’unica delle tre leggi volute dal governo e firmata dal Presidente Andrzej Duda, ovvero quella che prevede la nomina diretta da parte del Ministro della Giustizia dei presidenti dei tribunali. Oltre ad annullare l'indipendenza della magistratura, tale legge garantirebbe all’esecutivo il diritto di licenziare quei giudici il cui "modus operandi" vada in contrasto con le linee guidate dettate dal Ministero e, di conseguenza, del governo.

La riforma, sottolinea da Berlino la Cancelliera tedesca Angela Merkel, “sarebbe contro i principi dello stato di diritto” e per questo l'Unione “non può stare zitta di fronte a questa materia” anche se questo portasse alla rottura con la Polonia. Per questo la minaccia di ricorrere all'articolo 7, il quale, se applicato, comporterebbe la sospensione del diritto di voto alla Polonia in ogni materia comunitaria. Questo, sottolinea il vice-presidente della Commissione Frans Timmermans, averebbe in maniera automatica “non appena la riforma verrà pubblicata”.

Fra i partner europei, solo l’Ungheria di Viktor Orban ha espresso la propria solidarietà a Varsavia. Slovacchia e Repubblica Ceca stanno cercando di mantenere le distanza dal governo polacco nonostante i forti legami politici fra questi paesi.

La speranza europea è che lo spauracchio dell’articolo 7 convinca Duda a ritirare la riforma. Rilevante sarà l’apporto della piazza polacca. Secondo Judy Dempsey del think tank Carnegie Europe questa sarebbe formata da “decine di migliaia di cittadini polacchi scesi in piazza per difendere i valore della libertà di stampa, dell’indipendenza della magistratura e della separazione dei poteri”. Sarebbero loro, indica il Carnegie, la principale testa di ponte per arginare la svolta illiberale di Varsavia.

Per ora, le proteste popolare e la pressione internazionale hanno portato al veto presidenziale su due delle tre leggi di riforma volute dal governo polacco.


Il braccio di ferro con Ankara

L’Unione Europea sembra non essere ancora pronta ad abbandonare la Turchia, almeno per ora. Questo quanto emerge dall'incontro fra l’alta rappresentante UE per la politica estera Federica Mogherini ed il ministro degli esteri turco. 

Per l'Europa. sostiene Mogherini, la cooperazione con la Turchia rimane centrale, ma questa deve essere sostenuta "da concreti passi positivi nei campi dello stato di diritto e delle libertà fondamentali”.

Con questa affermazione, Bruxelles si dimostra favorevole a mantenere aperto il dialogo con la Turchia purché questa cambi atteggiamento verso opposizioni e dissidenti. Il riferimento sarebbe alle migliaia di arresti seguiti al fallito colpo di stato del 15 luglio 2016 oltre che ai costanti attacchi alla libertà di stampa.

In difesa del proprio paese, il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha ribadito come l'ondata di arresti nei confronti dei giornalisti sarebbe stata rivolta, “non verso coloro che fanno bene il proprio lavoro” ma contro "i sedicenti giornalisti” il cui vero scopo sarebbe di “appoggiare il terrorismo”. Finora sono oltre 200 i giornalisti finisti in carcere in Turchia.

Come già annunciato sulle pagine di questa testata, la strategia europea nei confronti di Ankara sembra girare attorno all’Unione Doganale fra UE e Turchia ed il suo allargamento.

In cambio della richiesta turca di “allargare” l’attuale accordo a tutti i propri prodotti (per ora è limitato a quelli industriali), l’Europa potrebbe esigere una revisione sostanziale ed un “alleggerimento” delle riforme costituzionali approvate in Turchia ad Aprile. Queste, considerate illiberali e fondamentalmente autocratiche, dovrebbero entrare in vigore ufficialmente nel 2019, alla fine dell’attuale mandato presidenziale di Erdogan.


Il punto in Olanda

Sono passati più di cinque mesi dalle elezioni ed ancora nessun nuovo governo si è installato a l’Aia. Le urne primaverili hanno avuto il pregio, dal punto di vista dell’Europa, di aver arginato il fenomeno populista di Geert Wilders, ma, come contrappasso, stanno costringendo il paese ad una lenta e quanto mai complessa ricerca di una coalizione di governo.

Attualmente, le trattative coinvolgono i liberali di centro-destra del Partito per la Libertà e Democrazia (VVD) del Primo Ministro Mark Rutte, i social-liberali del D66, i Cristiano Democratici (CDA) e i conservatori dell’Unione Cristiana. Quest’ultimi hanno preso il posto della vera novità uscita della urne olandesi: gli ecologisti di sinistra del Groenlinks di Jesse Klaver.

Considerati inizialmente come quarta gamba del governo, il partito, reduce dal suo miglior risultato si è ritirato dalle trattative vedendo nell’appoggio ad un governo di centro-destra, il rischio di perdere il proprio elettorato.

Da qui la necessità, visto il rigido proporzionalismo della legge elettorale olandese, di coinvolgere nelle trattative i tradizionalisti cristiani dell’Unione Cristiana vicini alle posizioni della CDA, ma abbastanza lontani da quelle dei D66 e dello steso VVD. Escluso, per ora, il ritorno alle urne.

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