L’Europa fra Iran e USA: la sfida a Donald Trump è iniziata – il Caffè della Domenica del 15-10-2017

La foto della settimana: Federica Mogherini, Alto rapppresentante per gli Affari Esteri della UE, e Javid Zarif, Ministro degli Esteri iraniano, durante i colloqui di Vienna del 2015, dove è stato sottoscritto l'accordo sul nucleare iraniano. Foto: European External Action Licenza: CC 2.0

La foto della settimana: Federica Mogherini, Alto rapppresentante per gli Affari Esteri della UE, e Javid Zarif, Ministro degli Esteri iraniano, durante i colloqui di Vienna del 2015, dove è stato sottoscritto l'accordo sul nucleare iraniano. Foto: European External Action Licenza: CC 2.0

Coinvolgere il congresso e gli alleati – leggasi NATO – per minare il trattato. Questo sembrerebbe il piano di Donald Trump per revocare l’Accordo sul Nucleare Iraniano (JCPOA). Inoltre gli aggiornamenti su Brexit, elezioni in Austria e la crisi catalana.

Trump, la rincorsa all'Iran e le resistenze europee

Nel suo discorso pronunciato venerdì, il Presidente degli Stati Uniti ha reso noto che la Casa Bianca non certificherà quest’anno la corretta applicazione da parte dell’Iran degli accordi. L’incombenza passa quindi al Congresso, che avrà 60 giorni per ratificare o de-certificare definitivamente l’accordo.

L'Iran come la Corea. Per Trump il JCPOA, fortemente voluto dall’amministrazione Obama del 2015, sarebbe un sostanziale errore, in quanto nei fatti - sostiene il Presidente - non bloccherebbe la “minaccia che il programma nucleare di Teheran porta nelle regione”.

La questione, continua Trump, rischia di far diventare l’Iran “una seconda Corea del Nord”, ed è per questo “importante”, per la Casa Bianca e gli USA, intervenire il “prima possibile”, introducendo nuove e più restrittive condizioni.

Questo significherebbe imporre nuove sanzioni economiche al paese e, soprattutto, al commercio estero di Teheran, nella fattispecie a quello fra Iran ed i paesi dell’Unione Europea. Nella visione di Donald Trump, sarebbero proprio loro, gli “alleati”, ed i loro interessi economici nella riapertura del commercio con l’Iran, i principali responsabili della debolezza del JCPOA.

L'attacco ai Pasdaran. La soluzione, indica Trump, sarebbe di portare tutta la procedura di certificazione dal diritto internazionale sotto l’ombrello della della Legge statunitense, ovvero della Corte Suprema statunitense e della Casa Bianca.

Altro punto nell'agenda di Trump sarebbe bloccare le attività dei Guardiani della Rivoluzione (IRG), quei Pasdaran che sarebbero, nelle parole del Presidente, i corresponsabili delle stragi di Assad in Siria, della destabilizzazione dell’Iraq e della regione.

Il Presidente ha quindi reso noto di aver dato istruzione al Tesoro statunitense di bloccare ogni asset economico collegato direttamente o indirettamente alla IRG, un provvedimento riservato, di norma, alle organizzazioni terroristiche.

Gli accordi commerciali e la UE. Nonostante quanto dichiarato nel corso della conferenza stampa, gli Stati Uniti, però, non avrebbero il potere di “sospendere unilateralmente” il JCPOA, né di modificarlo, e infatti non sembra questo il fine del Presidente statunitense. Piuttosto, Trump sembrerebbe intenzionato a rallentare l'applicazione del trattato allo scopo di limitare le attività economiche dell'Iran e, di conseguenza, dell'Unione Europea.

Nel 2015, il desiderio della UE (prima delle sanzioni il primo partner commerciale dell'Iran) di "rientrare" nel mercato iraniano, ha spinto Bruxelles ad assumersi il ruolo di guida per la redazione del JCPOA, facendo fronte alla debolezza d'una amministrazione, quella Obama, agli sgoccioli del proprio mandato. 

Proprio gli effetti di nuove sanzioni e delle pressioni statunitensi sull'asse commerciale Teheran/Bruxelles sarebbero, nella strategia di Washington, il possibile "Cavallo di Troia" di Trump per forzare l'Europa fuori dall'accordo e costringere l'Iran di nuovo al tavolo delle trattative.

Il no dell'Europa. La risposta dell’Unione Europea non si è fatta attendere. Per Federica Mogherini, Rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione, Trump non avrebbe potere di sospendere o de-certificare il trattato. Ciò spetterebbe all’ONU ed a tutti i paesi coinvolti nella stesura dello stesso.

Da parte sua l’Europa non vede nessuna ragione per giustificare l’atteggiamento degli Stati Uniti. L’accordo, sottolinea Mogherini, starebbe infatti funzionando alla perfezione. Della medesima idea sarebbero non solo Germania, Francia e Gran Bretagna, ma anche Cina e Russia.

Per Mosca, in particolare, qualunque sospensione del JCPOA, rischierebbe di innescare conseguenze pericolose a livello mondiale. Solo Isreale ed Arabia Saudita, nemici dell’Iran e fortemente contrari all’accordo, avrebbero appoggiato la decisione di Washington.

Rassegna Stampa:

- Trump si rifiuta di certificare il trattato. ma non lo abbandona: le Monde

- Macron e Merkel contro Trump sull'Iran: Frankfurter Allgemeine Zeitung

- la rabbia di Trump contro l'Iran: Suddeutsche Zeitung

- il congresso e la minaccia di Donald Trump: The Guardian

- l'isolamento degli Stati Unit: Russia Today

- l "peggior accordo mai esistito", Trump e l'Iran: South China Morning Post 


Sebastian Kurz, il "Macron austriaco", il "millenial" che governerà, probabilmente, l'Austria alla guida di un governo di coalizione con i nazionalisti. Foto: Bundesministerium für Europa, Integration und Äußeres Licenza: CC 2.0

Sebastian Kurz, il "Macron austriaco", il "millenial" che governerà, probabilmente, l'Austria alla guida di un governo di coalizione con i nazionalisti. Foto: Bundesministerium für Europa, Integration und Äußeres Licenza: CC 2.0

L’Austria al voto ed il rischio Kurz

Il prossimo governo austriaco, quello che uscirà dalle elezioni parlamentari di domenica 15, potrebbe essere un nuovo grattacapo per l’Unione Europea. I favoriti, in un sistema che premia le coalizioni, sarebbero il Partito Popolare (ÖVP), guidato dal trentunenne ex-Ministro degli Esteri Sebastian Kurz, ed i nazionalisti del Partito della Libertà (FPÖ) noti per le proprie posizioni anti-migranti ed euro-critiche.

A destare preoccupazione, in particolare, è la figura di Kurz. Tradizionalmente la ÖVP assume il ruolo in Austria del partito moderato sulla falsa riga della CDU tedesca soprattutto nei riguardi delle istanze sovraniste e nazionaliste della FPÖ. Così è stato fra il 2000 ed il 2007, la prima volta che una coalizione ÖVP-FPÖ andò al governo del paese.

Kurz, simbolo della nuova generazione austriaca conservatrice, è, però, un "animale politico" diverso. Noto per le sue posizioni sull’immigrazione (sua la decisione di chiudere le frontiere fra Austria e Italia nel corso della crisi dei rifugiati) e sull’Islam (proibire l’uso dell’arabo nelle moschee), l’ex-Ministro ha portato il partito popolare, ora ribattezzato "Lista Kurz", pericolosamente vicino alle posizioni dei nazionalisti, allontanando ÖVP dall'area moderata e avvicinandolo a idee più simili a quelle dell'ungherese Orban e del PiS polacco.

Per l’Europa questo potrebbe significare solo una cosa: un’ulteriore crepa nel processo di integrazione in Europa dell’Est.

Da leggere:

Sebastian Kurz, le elezioni austriache e l'Europa dell'Est "illiberale" - il Caffè del 13-10-2017


La citazione della settimana:

La UE si muove lentamente, sarebbe ora di mettersi in moto prima che sia troppo tardi
— Diplomatico baltico sulla Brexit

La discesa in campo dei soft-Brexiters europei

Mentre i colloqui ufficiali, quelli sul divorzio condotti dai capi-negoziatori, l’europeo Michel Barnier e il britannico Davis Davis, sono ufficialmente in stallo, l’Unione Europea sembra pronta a fare una piccola concessione alla Gran Bretagna.

Lo confermano al giornale POLITICO, alcuni diplomatici europei: riguarderebbe la stesura del tanto agognato – da Londra – accordo commerciale di massima fra UE e Regno Unito

Secondo le fonti, l’autorizzazione alla stesura di una bozza sarebbe uno dei punti del programma del Consiglio d’Europa che si terrà la settimana prossima. Non si tratterebbe, sottolineano da Bruxelles, di aprire un nuovo fronte di trattative, ma, come dice un diplomatico dei paesi baltici “di mandare un segnale: la UE si muove lentamente e non può permettersi di perdere altro tempo”.

Nei fatti si tratta di una manovra diplomatica pilotata dal fronte europeo della soft-Brexit, un gruppo che comprende, oltre ai Paesi Baltici, anche l’Italia e l’Olanda, fra gli altri,ovvero i paesi che non vogliono rischiare una rottura senza accordo.

Qualunque decisione in merito dovrà essere presa all’unanimità dal Consiglio e, quindi, col voto positivo dei due alfieri della hard-Brexit: Germania e Francia.

In ballo ci sarebbero gli equilibri del fronte europeo delle trattative. Come sottolinea un diplomatico citato da POLITICO “ad un certo punto i paesi europei dovranno confrontarsi sulla Brexit, sarebbe meglio ora che dopo”.

Da leggere:

Brexit: la fuga dalla City e lo stallo dei negoziati - il Caffè del 12-10-2017

Brexit? Abbiamo scherzato: Theresa May e la Fake Brexit - il Caffè del 23-9-2017


Catalogna, due settimane dopo

A due settimane dalla tornata referendaria, ad una dalla dichiarazione di indipendenza poi sospesa, e a 24 ore dalla scadenza dell’ultimatum imposto dal Governo spagnolo, il Presidente della regione catalana, l’indipendentista Carles Puigdemont, non ha ancora reso nota alcuna decisione in merito all’indipendenza.

La questione posta da Madrid è semplice: il governo catalano ha dichiarato l’indipendenza o no?

Puigdemont, nel corso di una commemorazione ai caduti catalani sotto il franchismo tenutasi domenica, non ha ancora rotto la propria riserva, limitandosi a sottolineare come ogni decisione di Barcellona avverrà “in maniera democratica”, a dimostrazione di come in Catalogna si “dia maggior valore al voto [il referendum] che alla Borsa”, riferendosi alla fuga delle imprese dalla Catalogna per l’attuale congiuntura politica.

In ogni caso, sottolinea Puigdemont, il “Govern” catalano intende proseguire nelle proprie azioni per “la pace e la solidarietà” con la Spagna.

Rimane il dubbio, quindi, sul futuro della Catalogna. Qualora l’indipendenza “sospesa” venga confermata, Madrid attuerà l’articolo 155 della costituzione, ovvero la sospensione del governo regionale e il commissariamento dello stesso in attesa di nuove elezioni.

L’indipendenza, ricordiamo, sarebbe stata legittimata, per gli indipendentisti, tramite il referendum del 1 ottobre, nel quale hanno votato soltanto il 42% degli aventi diritto. Allo stesso tempo, il fronte interno catalano non sembra unito.

Oltre a Madrid, sarebbero contrari all’indipendenza anche il Partito Socialista Catalano, il Partito Popolare Catalano, Podemos, Ciudadanos (seconda forza politica della regione) ed altri partiti minori. Favorevoli, la Junt pel Sì di Puigdemont e il CUP, il partito di estrema sinistra della Catalogna.

Da leggere:

-  #Parlem #Hablemos: le piazze del dialogo - il Caffè della Domenica del 8-10-2017

Caos, feriti e rottura politica: i veri risultati del referendum catalano - il Caffè del 4-10-2017

Kurdistan e Catalogna, due referendum simili, due situazioni diverse. Il Caffè del 29-09-2017

Paura Europa: il futuro del continente dopo Catalogna e Germania - il Caffè della Domenica del 1-10-2017

L'Austria che sceglie il nazionalismo, l'attentato di Mogadiscio e gli scontri di Kirkuk fra Kurdistan ed Iraq - il Ristretto del 16-10-2017

Sebastian Kurz, le elezioni austriache e l'Europa dell'Est "illiberale" - il Caffè del 13-10-2017