Le sorti del Kurdistan - L'Europa del futuro e la Germania di oggi - il Caffè della Domenica del 17-9-2017

 In giallo, il territorio curdo fra Siria ed Iraq, il Kurdistan iracheno comprende l'area orientale con le città di Dohuk, Erbil, Sulaymaniyah e Kirkuk. Immagine: il Caffe e l'Opinione

In giallo, il territorio curdo fra Siria ed Iraq, il Kurdistan iracheno comprende l'area orientale con le città di Dohuk, Erbil, Sulaymaniyah e Kirkuk. Immagine: il Caffe e l'Opinione

La rassegna stampa di fine settimana: opinioni e commenti sui principali fatti dall'Europa e dal mondo. Il Kurdistan, la vera chiave per il futuro del Medio-Oriente. Il futuro dell'Europa fra Juncker e Macron. I retroscena sui temi dell'immigrazione, della Brexit e le elezioni tedesche.

Kurdistan, la nuova possibile crisi mediorientale.

Mentre le offensive delle ultime settimane in Siria ed Iraq stanno chiudendo il sipario sulla folle esperienza dello Stato Islamico, il Medio-Oriente si appresta a fronteggiare un'altra crisi.

Il 25 settembre, infatti, il Kurdistan iracheno (KRG) andrà alle urne per dichiarare la propria indipendenza dalla Repubblica Federale dell'Iraq. Il voto popolare è più che scontato, ma, rispetto ai desideri del popolo curdo, la realtà politica avvicinandosi alla data sembra sfaldarsi.

La tornata referendaria è stata dichiarata unilateralmente dal governo del Presidente Mas'ud Barzani e fortemente appoggiata dal proprio partito il KPD. Inizialmente, gli altri grandi partiti della regione, Gorran, PUK e l'Unione Islamica si erano schierati con il governo, ma le pressioni internazionali sembrano aver colpito nel segno provocando tentennamenti nelle varie compagini politiche curde. 

Nessuno dei principali partner della regione sembrerebbe appoggiare l'indipendenza. Gli Stati Uniti sono preoccupati per la polverizzazione del paese che potrebbe portare alla rinascita dell'ISIS o la costituzione di una nuova minaccia jihadista. La Turchia teme che il Kurdistan siriano potrebbe seguire l'esempio dei cugini iracheni creando un grande stato curdo a sud del proprio Kurdistan, dove infiamma la tensione armata fra il PKK e l'esercito turco. L'Iran, infine, vorrebbe evitare una possibile alleanza fra Kurdistan ed Israele (i due paesi hanno storicamente ottimi rapporti) e l'indebolimento del governo di Baghdad, espressione della maggioranza sciita del paese.

Da qui i moniti della Turchia ("se proseguirete sulla strada del referendum, ne potreste pagare il prezzo") e le minacce dell'Iran. In particolare, Teheran ha sottolineato come, nel caso dell'annuncio dell'indipendenza, le forze armate iraniane non potranno più fermare le eventuali ritorsioni delle milizie paramilitari sciite dell'Iraq del Sud. 

Anche Baghdad, in origine possibilista sulla questione curda, si è espressa contro il referendum, il quale si dovrebbe tenere anche nei territori contesi. Nel mirino ci sarebbe Kirkuk e le sue riserve petrolifere. la città è considerata dai curdi la propria capitale ancestrale ed è "protetta" da truppe scelte dei Peshmerga, le forze militari del KRG. Ciononostante, nelle parole del governo iracheno, Kirkuk rimane e rimarrà in Iraq.

Intanto, dalla Siria, arriva il supporto al referendum dal governo della "Federazione Democratica della Siria del Nord" espressione del Kurdistan siriano.

Da leggere: 

Il nuovo piano europeo per i rifugiati - Il futuro della Germania - I venti di guerra nell'Iraq post-Isis -il Ristretto del 16-9-2017

Fra referendum ed indipendenza, il Kurdistan come specchio del futuro Medio-Oriente - CO Reloaded del 29-8-2017

Il Kurdistan ed il futuro dell'Iraq post-ISIS - CO Reloaded del 27-6-2017


La citazione della settimana:

Ho dedicato tutta la mia vita all’Unione Europea
— Jean-Claude Juncker

  La foto della settimana:  gli applausi per Jean- Claude Juncker, il Presidente della Commissione per il Discorso sullo Stato dell'Unione del 2017. Foto:  European Parliament  Licenza:  CC 2.0

La foto della settimana: gli applausi per Jean- Claude Juncker, il Presidente della Commissione per il Discorso sullo Stato dell'Unione del 2017. Foto: European Parliament Licenza: CC 2.0

Il passo avanti di Juncker

Dopo la grande paura populista del 2016, l'Unione Europea, rinvigorita dagli exploit economici del 2017, si ritrova alla ricerca del proprio futuro. Continuare come comunità ultra-burocratica di stati nazionali o andare verso il federalismo. 

Su queste domande si gioca il futuro dell'Europa e sulle possibili risposte vivo lo stallo attuale dei negoziati. Da una parte la proposta franco-tedesco-italiana-spagnola dell'Europa a "molte velocità", quella dell'integrazione "con chi ci sta" e dall'altra la volontà dei paesi dell'Est (e non solo) di mantenere lo status quo a salvaguardia dell'autonomia dei singoli stati.

Il primo a rompere lo stallo è stato Emmanuel Macron, con la proposta di rafforzamento dell'Eurozona, governata da un Parlamento ridotto, riservato ai soli paesi dell'Euro, e rafforzato dalla costituzione di un Ministro dell'Economia e delle Finanze europeo. Un progetto ambizioso, accolto, ma con riserve, dalla Germania e dall'Italia. 

L'Europa, però, non può vivere nelle scissioni, almeno secondo il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker. Durante il discorso sullo Stato dell'Unione, il politico lussemburghese, arrivato a metà del suo, probabile, ultimo mandato politico, ha deciso di fare uno strappo avanti. Scevro da ragionamenti politici ("dico solo la mia") e con in testa il proprio lascito politico, Juncker ha sorpreso l'aula di Bruxelles con una proposta che, con un rapido colpo di mano, ha riportato in auge gli "Stati Uniti d'Europa".

Allargamento dell'Eurozona a tutti i paesi dell'Unione (Danimarca esclusa), creazione di un Ministero dell'Economia all'interno della Commissione ed unificazione dei ruoli fra Presidente della Commissione e quello del Consiglio d'Europa vogliono dire solo una cosa: un governo europeo forte, un "primus inter-pares" fra i paesi membri.

Rispetto al piano Macron, quello Juncker sembra più azzardato, eppure, non richiederebbe le tanto temute "modifiche dei trattati", almeno secondo la "road map" presentata dalla Commissione ai margine del discorso. 

Per ora la proposta è stata accolta con riserva dai vari stati europei. La Danimarca si è espressa in maniera negativa. Positiva la reazione di Parigi, mentre la Germania, pur apprezzando le linee generali del piano appare scettica sull'unificazione dei ruoli. Il timore, da Berlino è che un Presidente forte e la sparizione del principio di "unanimità" nelle votazioni europee, rischi di generare ulteriori divisioni all'interno dei 27.

Da leggere:

Fra riforme, crescita e speranza: la nuova Europa di Jean-Claude Juncker - il Caffè del 14-9-2017

Limiti legati al reddito, il piano May per la migrazione dall'Europa - Il dibattito politico in Europa - La Nord Corea - il Ristretto del 6-9-2017

Parigi, Berlino e Bruxelles: la strategia e le alleanze di Macron per la riforma dell'Eurozona. il Caffè del 24-5-2017


CO Cultura


Europa ed immigrazione

A settembre arriva a conclusione il piano di ricollocamento dei rifugiati approvato dall'Unione Europea nel 2015. L'obiettivo iniziale era quello di smistare gli oltre 160.000 di richiedenti asilo attualmente bloccati in Grecia ed Italia.

A due anni di distanza, però, solo 27.000 migranti sono stati ricollocati. A fallire è stato il meccanismo di solidarietà europea, bloccato dal rifiuto all'accoglienza messo in atto da Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. Al di là delle conseguenze politiche di questa "ribellione" (sia Varsavia che Budapest rischiano sanzioni), l'Europa ha la necessità di mettere in campo una nuova soluzione.

Al centro dell'attenzione, l'aggiornamento della Convenzione di Dublino e forti piani di supporto economico a quei paesi disposti ad andare avanti nella ricollocazione.

Il rischio sarebbe di provocare ulteriori instabilità sociale in due dei paesi più esposti al populismo: la Grecia squassata dalle norme per il rientro del debito e l'Italia alle prese con un crescente populismo anti-UE. 

Da leggere:

Il nuovo piano europeo per i rifugiati - Il futuro della Germania - I venti di guerra nell'Iraq post-Isis -il Ristretto del 16-9-2017

Lo stop agli arrivi dalla Libia, come e perché - Afghanistan e Pakistan nell'ultimo discorso di Trump - il Ristretto del 23-8-2017


I mille ostacoli britannici alla Brexit

Cresce, fra i negoziatori europei, l'idea che la Gran Bretagna non abbia alcuna idea su come portare avanti con successo le trattative sulla Brexit. Nel corso del primo mese di colloqui, infatti, non si sono visti passi in avanti nelle posizioni britanniche.

Londra, infatti, continua a voler discutere dei futuri accordi commerciali, prima di giungere al tema del divorzio, ribaltando, quindi, la scaletta fissata dall'Unione Europea. Quest'ultima dovrà decidere nella seconda metà di ottobre se procedere o no alla discussione commerciale, una decisione che dipende dall'esito positivo di questa prima tranche di discussioni. Nei fatti, un gatto che si morde la coda. 

Un ulteriore goccia è stata portata dal varo delle norme britanniche per la migrazione dall'Unione Europea post-Brexit. Nei fatti i cittadini europei godranno di un permesso limitato sulla base della propria specializzazione e che verrà concesso in base a criteri di "auto-sostentamento" del lavoratore. Inoltre, le aziende potranno assumere un lavoratore non britannico, solo previa una certificazione di "necessità" che dovrà essere identificata dall'amministrazione pubblica. Tali norme riguarderebbero anche gli Irlandesi, generando, quindi, quella rottura fra Irlanda del Nord ed il resto dell'isola che i paesi europei (e gli stessi nord-irlandesi) vorrebbero evitare.

Da leggere:

Limiti legati al reddito, il piano May per la migrazione dall'Europa - Il dibattito politico in Europa - La Nord Corea - il Ristretto del 6-9-2017


 Sigmar Gabriel, Ministro dell'Economia tedesco, vice-Cancelliere e figura di spicco della SPD. Proprio lui sembra, per primo, gettare la spugna nelle ormai prossime elezioni tedesche. Foto:  JouWatch  Licenza: CC 2.0

Sigmar Gabriel, Ministro dell'Economia tedesco, vice-Cancelliere e figura di spicco della SPD. Proprio lui sembra, per primo, gettare la spugna nelle ormai prossime elezioni tedesche. Foto: JouWatch Licenza: CC 2.0

La "bella sconfitta" di Martin Schulz in Germania

Manca una settimana alle elezioni tedesche e due cose sono già certe: la vittoria della CDU di Angela Merkel (attualmente fra il 37 ed il 40% nei sondaggi) e la sconfitta della SPD di Martin Schulz (20-23%). Rimane aperta la lotta per il terzo (ed il quarto) posto che deciderà la coalizione di governo attorno alla Cancelleria "eterna" per i prossimi quattro anni.

In pole position ci sono i liberali dell'FDP, 9%, ma i loro voti, a scanso di sorprese dell'ultima ora, non basterebbero per formare un governo. Prende sempre più piede, invece, l'opzione "Jamaica" ovvero di un governo che, accanto ai Cristiano Democratici della CDU e ai Liberali, includa la presenza dei Verdi (8-9%).

Verdi e Cristiano Democratici. Quella che ancora 12 anni fa sembrava un'alleanza impossibile, è ora molto più realistica e dimostrano la capacità di Angela Merkel di trasformare il proprio partito. Passati sono i tempi in cui la CDU era il "partito conservatore" della Germania.

I Cristiano Democratici tedeschi, pur mantenendo un'orientamento centrista, si sono fatti alfieri sia di una politica sull'immigrazione realmente integrante, che dell'abbandono del nucleare e la conversione alla "Green Economy". A queste hanno unito una serie di istanze "sociali" vicine all'elettorato "accademico" espresso dai Verdi, oltre ad aver sottratto i voti, all'area più centrale e centrista della SPD. 

Da qui arriva il nocciolo della sconfitta della SPD. Privata dell'elettorato moderato, passato alla CDU o ai Verdi, i socialdemocratici si ritrovano pericolosamente in bilico fra riformismo e massimalismo guidati, però, da un leader, Schulz, storicamente più vicino alla "destra" del partito che alla sua costola "socialista". A fronte di una debacle che assume di giorno in giorno i contorni del disastro (la SPD si avvia al suo peggior risultato), la speranza è di ottenere l'onore delle armi e finire all'opposizione, evitando le forche caudine dell'ennesima "Grande Coalizione".

Sono stati proprio gli 8 anni al governo con Angela Merkel, sui dodici totali della Cancelliera, che hanno prosciugato il partito. Per questo, solo ricollocandosi all'opposizione, i Socialdemocratici potrebbero rifarsi "la faccia" ed essere pronti per le prossime elezioni, le prime, quasi certamente, dell'era post-Merkel.

Da leggere:

Il nuovo piano europeo per i rifugiati - Il futuro della Germania - I venti di guerra nell'Iraq post-Isis -il Ristretto del 16-9-2017

La certezza Merkel ed il futuro della Germania ad un mese dalle elezioni - il Caffè del 18-8-2017

Immigrazione, Europa, investimenti: la ricetta Schulz per (ri)conquistare la Germania - il Caffè del 26-7-2017

 

Rajoy e Di Maio: quell'irresistibile voglia di Germania mascherata di rivoluzione - l'Opinione del 19-9-2017

Il nuovo piano europeo per i rifugiati - Il futuro della Germania - I venti di guerra nell'Iraq post-Isis -il Ristretto del 16-9-2017