La caduta del populismo fra Germania e Francia - La regina e la Brexit - il Ristretto del 21-6-2017

 Manifesto elettorale per Angela Merkel durante la campagna elettorale del 2013. Foto:    Thomas Dämmrich  Licenza:  CC 2.0

Manifesto elettorale per Angela Merkel durante la campagna elettorale del 2013. Foto: 

Thomas Dämmrich Licenza: CC 2.0

Il populismo anti-europeo subisce tre importanti battute di arresto. In Germania, dove Angela Merkel ormai corre una corsa solitaria verso il quarto mandato, la AfD arretra nei sondaggi rischiando l'esclusione dal Parlamento. In Francia, la doppia sconfitta fra presidenziali e legislative, entra in crisi la leadership di Marine Le Pen. Intanto iniziano i negoziati sulla Brexit, e Londra è costretta a rivedere le proprie posizioni.

La rinascita dei liberali tedeschi.

Nel 2013, la FDP, il partito liberale tedesco, allora al governo con l'Union (CDU/CSU) di Angela Merkel, rimaneva escluso dal parlamento federale grazie ad un modesto 4,8% conseguito alle elezioni. Quattro anni, e una costante crescita a livello regionale, i Liberali, guidati dal nuovo segretario Christian Lindner, non solo sono in lizza per ritornare al governo, ma potrebbero tornarci come terza forza politica del paese.

Il sondaggio Allensbach per la Frankfurter Allgemeinen Zeitung assegna,  infatti, alla FDP il 10,5% delle intenzioni di voto, risultato che gli permette di scavalcare la sinistra della Linke (8,5%), i Verdi (7%) e i populisti euroscettici di Alternativa per la Germania (AfD) ora al 6,5% dopo aver toccato quota 11% a Gennaio. Continua a crescere il consenso della CDU/CSU che raggiunge il 40% avvicinandosi al risultato conseguito nel 2013 (41,5%).

Si allontana, invece, il rischio dell'ennesima "Grande Coalizione" fra il centro di Angela Merkel e i social-democratici della SPD. Quest'ultimi, dopo l'entusiasmo seguito alla candidatura dell'ex-Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz che gli aveva permesso di superare il 30% a marzo, continuano a scendere nei consensi, fermandosi al 24%, al di sotto, addirittura, del risultato del 2013.

La ragione dell'arretramento, l'ennesimo, della SPD ha radici complesse e, in parte, non connesse al partito stesso, quanto, piuttosto, alla modernizzazione della stessa CDU/CSU sotto la guida di Angela Merkel. Quello che era un tempo un partito conservatore di stampo cristiano-democratico, è diventato un partito fortemente europeista, capace di strizzare l'occhio alle istanze sociali (vedi l'introduzione del salario minimo a 8,5€ l'ora), all'integrazione, alla Green Economy (uscita dal nucleare ed abbandono del carbone) e all'eguaglianza di genere (introduzione delle quote rosa nei consigli di vigilanza delle aziende.

La politica sociale della SPD rimane più avanzata, soprattutto in materia di riforma dei sussidi sociali, ma le distanze fra i due partiti sono oramai meno evidenti che in passato, portando l'elettorato meno partigiano a schierarsi in favore della "sicurezza" offerta dalla Cancelliera.

I sondaggi, inoltre, sanciscono il successo della linea pro-Europa di Angela Merkel, la quale va a battere l'avversario Schulz sul proprio campo oltre a sancire l'arretramento della principale forza euroscettica tedesca: quell'AfD ora in crisi, ma che, nelle regioni orientali più povere, rimane la terza forza.

Le elezioni tedesche si terranno il 24 settembre 2017.


 Marine Le Pen, leader del Front National accusata da parte del suo partito come responsabile dello scarso risultato del partito alle ultime elezioni legislative. Foto: Jeff J Mitchell/Getty Images News / Getty Images

Marine Le Pen, leader del Front National accusata da parte del suo partito come responsabile dello scarso risultato del partito alle ultime elezioni legislative. Foto: Jeff J Mitchell/Getty Images News / Getty Images

La disfatta del Lepenismo

Vista l'avanzata del populismo sovranista ed euroscettico in Europa nel 2016, il 2017 "doveva" essere l'anno del trionfoper il Front National (FN) francese e per la sua leader, Marine Le Pen. Invece, visti gli scarsi risultati del partito alle legislative, il 2017 potrebbe sancire l'uscita di scena della neo-parlamentare e della sua linea politica: quel lepenismo fatto di populismo, liberismo e sovranismo in chiave anti-europea.

Proprio attorno a questa linea politica si sta svolgendo la battaglia per il controllo del partito, la quale assume, in puro stile Front National, la forma di un conflitto familiare. Da una parte la vecchia dirigenza del partito, orientato verso la destra sociale e tradizionalista che ancora si riconosce nell'antisemitismo e nella nostalgia vetero-fascista di Jean-Marie Le Pen. Dall'altra, la nuova destra della figlia Marine, meno legata allo Stato Sociale, euroscettica e populista. 

La salita al potere di Marine è stata sancita dalla cavalcata trionfale dei primi turni delle dipartimentali e regionali, vittorie che le avevano permesso di plasmare i vertici del partito a sua immagine e somiglianza. Il lepenismo, come è stato chiamato a livello europeo, sembrava una linea vincente tanto da diventare il modello per il populismo sovranista delle destre europee, fra cui AfD in Germania e Lega Nord in Italia.

Tutto questo ha portato Marine Le Pen ad affermare, sull'onda, anche degli ottimi risultati al primo turno nelle elezioni dipartimentali e regionali, che ogni risultato inferiore al 30% al primo turno sarebbe stato avvertito come una sconfitta. Marine Le Pen si fermerà al 20% aprendo, nonostante avesse conseguito il miglior risultato della storia di FN, la crisi interna del partito. Proprio il Lepenismo è stato messo sotto accusa dalla "vecchia guardia", per la quale l'uscita dall'Europa si sarebbe dimostrata una strategia perdente.

A rafforzare la posizione dei dissidenti, il fatto che la sconfitta non si avvenuta nei confronti un candidato conservatore e non strettamente filo-europeo come il Repubblicano François Fillon, ma contro l'euro-entusiasta Emmanuel Macron. La debacle alle legislative, il vero obiettivo del Front National dove il partito ha preso meno voti che alle presidenziali pur guadagnando 9 deputati, sarebbe stata la goccia finale. In questo caso, l partito non sarebbe stato capace di attirare il voto di protesta degli elettori francesi, suo bacino di voti naturale, i quali, all'alternativa sovranista contro Macron, hanno preferito l'astensione.

L'ultimo colpo è arrivato dall'ottantanovenne Jean-Marie Le Pen. Per il fondatore di FN e, di fatto, esiliato proprio dalla figlia dalla direzione dello stesso, "le regole democratiche e repubblicane" imporrebbero "le dimissioni di Marine Le Pen", responsabile per "la doppia sconfitta del partito".

Marine Le Pen rimane per ora alla guida del partito, ma alle sue spalle preme sempre di più la minaccia di essere "sostituta" dalla nipote Marion Maréchal-Le Pen, favorita dal patriarca ed esponente della corrente "tradizionalista" del partito. Recentemente Marechal-Le Pen si è ritirata dalla politica attiva per stare vicino alla figlia, ma in molti la vedono come potenziale candidata del FN alle prossime presidenziali del 2022.


Il soccorso regale a Theresa May

Mentre i sondaggi sanciscono quello che le ultime elezioni politiche avevano già evidenziato, ovvero che i britannici sono divisi su che tipo di Brexit vorrebbero, il governo britannico decide di continuare sulla linea della Brexit dura (Hard Brexit). Questo è quanto si è capito dal discorso proferito alla Camera dei Lord del 21 Giugno dalla Regina Elisabetta.

Elisabetta ha confermato, leggendo un testo preparato dallo stesso governo, come nei prossimi due anni, il gabinetto May ed il Parlamento saranno chiamati ad esprimersi su otto provvedimenti concepiti per tagliare ogni rapporto fra la Gran Bretagna e l'Unione Europea.

In particolare le nuove leggi sanciscono la fine della pretesa del governo britannico di rimanere, in qualche modo, agganciato al Mercato Comune. Londra, in questo modo, riconosce, finalmente, la posizione della UE, la quale ha sempre legato la libera circolazione delle merci a quella delle persone oltre che alla partecipazione al budget dell'Unione.

Questa non è né una punizione né una vendeteta e mai lo sarà. Stiamo solo applicando la decisione del Regno Unito di uscire dalla UE e disfare 44 anni di collaborazione fra di noi
— Michel Barnier, capo negoziatore dell'Unione Europea per la Brexit

Il discorso della Regina consacra, quindi, la posizione espressa lunedì dal capo negoziatore britannico Davis Davis all'inviato europeo Michel Barnier durante il primo round di negoziazioni sulla Brexit, nel quale il Regno Unito ha di fatto rinunciato ad ogni pretesa di rimanere nel MEC.

Rimangono invece sul piatto due dei punti principali, la definizione dei confini fra la Repubblica d'Irlanda e l'Irlanda del Nord e il pagamento da parte della Gran Bretagna del "Brexit Bill", ovvero il saldo della partecipazione britannica al budget dell'Unione sottoscritto da Londra prima del referendum del 2016.

Brexit ed economia: rallenta la Gran Bretagna - La crescita dell'Eurozona - Il rimasto francese - il Caffè della Domenica del 25-6-2017

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