Kurdistan e Catalogna, due referendum simili, due situazioni diverse. Il Caffè del 29-09-2017

 Barcellona, bandiere catalane in mostra per il precedente referendum per l'Indipendenza dela Catalogna, il 2013. Foto:  Núria  Licenza: CC 2.0

Barcellona, bandiere catalane in mostra per il precedente referendum per l'Indipendenza dela Catalogna, il 2013. Foto: Núria Licenza: CC 2.0

Ci sono punti in comune, al di là delle date (25 settembre e 1 ottobre) fra il referendum per l’indipendenza del Kurdistan e quello della Catalogna? O si tratta di due situazione diverse?

Dal punto di vista popolare,  entrambi i governi aspirano, per ragioni diverse, all'indipendenza. Entrambi hanno motivazioni storiche per supportare la propria richiesta. Entrambi ragioni economiche (gestione del proprio petrolio l’uno, auto-gestione della propria fiscalità l’altro) e politiche.

Eppure fra i due referendum esistono delle differenze prettamente politiche e, fattore ancora più importante, giuridiche.

Sono proprio queste ultime che sanciscono la riuscita o meno di un processo di riconoscimento e nascita di uno stato, soprattutto se tali processi si vogliono inquadrare in un contesto democratico – vedi Sudan del Sud o Timor Est, per citare esempi recenti –, invece che violento o illegale – fra i vari esempi di conflitti in corso, permetteteci di citare il più estremo, lo Stato Islamico.

Forzatura e democrazia, secessione o indipendenza concordata; questi gli estremi, ma come si inseriscono in questo schema il referendum catalano e quello curdo?


 Il Presidente dell'Autonomia catalana Carles Puigdemont, a lui si deve la spinta referendaria che ha portato all'1-O Foto:  Ajuntament de Vilanova i l  Licenza: CC 2.0

Il Presidente dell'Autonomia catalana Carles Puigdemont, a lui si deve la spinta referendaria che ha portato all'1-O Foto: Ajuntament de Vilanova i l Licenza: CC 2.0

1-O, il referendum catalano e l’incertezza del futuro

Il primo ottobre i cittadini della comunità autonoma della Catalogna andrà alle urne per decidere sull’indipendenza. Si tratta del quesito meglio conosciuto come 1-O, nel gergo della propaganda elettorale. La domanda a cui dovranno rispondere gli elettori è semplice “volete che la Catalogna diventi uno stato indipendente sotto forma di Repubblica?”

Quesito semplice per una situazione complessa, la cui risposta va oltre il “Sì” ed il “No”, danzando pericolosamente sull’orlo della sottile distinzione fra sedizione ed auto-determinazione.

Il problema giuridico. Al di là delle diverse motivazioni e, perché no, legittime aspettative di indipendenza di una parte dei Catalani, il problema del referendum è squisitamente legale e gira attorno alla “Legge del referendum sull’autodeterminazione vincolante sopra l’indipedenza della Catalogna”.

Il provvedimento è stato votato il 6 settembre unilateralmente dal parlamento catalano con 72 voti a favore, quelli dei partiti indipendentisti JxS e CUP, 10 astenuti della Sinistra e 52 voti contrari provenienti dalle opposizioni, fra cui Socialisti e Popolari.

Secondo il governo guidato dal Carles Puigdemont, promotore del referendum, la legge dovrebbe fornire le basi legali per l’organizzazione del referendum e gestirne il risultato. Scopo secondario, costringere il governo centrale, guidato dal Popolare Mariano Rajoy, a “non osteggiare” la tornata referendaria.

Nonostante gli sforzi dei promotori, però, il difetto è insita nella legge. Il provvedimento catalano, ovvero una legge ordinaria e locale, anche se approvata da un governo dalla forte autonomia legislativa, si issa, per sua stessa ammissione, al di sopra della costituzione spagnola.

Ciò ha generato la reazione dei tribunali, oltre a minare, per via dell’assurdo giurisprudenziale, la credibilità del referendum.Il governo ha aggiunto il suo, con una reazione "esagerata" e che ha messo a rischio il rispetto dei diritti delle persone, secondo quanto dichiarata dall'ONU

L'inghippo internazionale. Un secondo “vulnus”, potenzialmente il più grave, è stato l’atto di legare il concetto di “autodeterminazione” a quello di “indipendenza”, travalicando il significato del primo termine. Secondo il diritto internazionale, infatti, per “autodeterminazione” si intende il diritto alla partecipazione attiva e democratica alla vita politica di un paese, alle proprie istituzioni, e il diritto di ogni essere umano di realizzarsi quale “cittadino”.

Questo non prevede automaticamente il diritto alla creazione di uno stato o, nel caso catalano, la “secessione/indipendenza”, la quale viene riconosciuta solo sotto alcune condizioni, fra cui “violazioni dei diritti umani” o l’esistenza di una “dominazione coloniale”.

Al di là dei proclami indipendentisti, spesso legati alla reale soppressione della cultura catalana verificatasi durante la dittatura franchista, nessuna di queste condizioni è stata riconosciuta o pertiene alla Catalogna.

 Mariano Rajoy al Consiglio d'Europa, il luogo del prossimo scontro fra Spagna e Catalogna. Foto:  European Council  Licenza: CC 2.0

Mariano Rajoy al Consiglio d'Europa, il luogo del prossimo scontro fra Spagna e Catalogna. Foto: European Council Licenza: CC 2.0

Il rischio isolamento. Una simile forzatura costituzionale ed internazionale è quella che rischia di isolare l’eventuale Catalogna indipendente. Se, come dice la stessa legge catalana, il giorno dopo l’eventuale vittoria, Barcellona annunciasse l’indipendenza, la Catalogna si troverebbe in palese violazione del diritto internazionale risultando isolata in Europa.

Nessun paese membro dell’UE andrebbe contro la Spagna, qualora questa decidesse per l’isolamento dei secessionisti, e qualcosa di analogo accadrebbe all’ONU, unico organo che regola il riconoscimento dei “nuovi stati”.

In questo contesto, a poco servono le parole dello stesso Carles Puigdemont per cui la dichiarazione di indipendenza/secessione della Catalogna aprirà un processo di contrattazione con Madrid atto a rendere il processo “più democratico”.

Come dicono i suoi critici, se l’obiettivo era tenere il Referendum e poi trattare con Madrid, la “legge” votata il 6 settembre non andava approvata, mantenendo la natura consultiva del referendum.

A poco valgono anche le parole di Mariano Rajoy, il quale avrà anche agito contro un “atto intollerabile” e “per salvaguardare la Costituzione”, ma il cui intervento ha ulteriormente esasperato la questione, oltre a fomentare il fronte indipendentista.


 Un elettore cerca il suo nome sulle liste per andare a votare il referendum del 25 settembre. Foto:  Jorgen Nijman  Licenza: CC 2,0

Un elettore cerca il suo nome sulle liste per andare a votare il referendum del 25 settembre. Foto: Jorgen Nijman Licenza: CC 2,0

Il Kurdistan e le trattative post-referendum

Aspettando il voto catalano, il Kurdistan iracheno ha votato e, come nelle attese, il 92,73% degli elettori ha scelto l’indipendenza.

Pur mantenendo entrambi un carattere “unilaterale”, la tornata elettorale curda, e la sua preparazione, hanno avuto contorni politici diversi.

In particolare, al contrario di quanto minacciato dalla Catalogna, ed assecondando la natura consultiva della tornata referendaria, alla vittoria dei “sì” non è seguita un’immediata dichiarazione di indipendenza. Al suo posto, come aveva preannunciato il Presidente della Regione Mass’ud Barzani, c’è il tentativo di aprire un dialogo con Baghdad per concertare i successivi passi verso l’eventuale nascita dello stato curdo.

Baghdad contro Erbil. La risposta di Baghdad non si è fatta attendere. Per il Primo Ministro iracheno Haider al-Abadi, l’Iraq “userà la propria autorità e i poteri conferitigli dalla legge” per “salvaguardare lo status quo nazionale”,  ovvero lo statuto del Kurdistan di regione autonoma all’interno dell’Iraq. Egli ha inoltre ribadito la volontà “di usare meno parole e più fatti concreti”, escludendo, per ora, il ricorso alla forza.

Il primo degli interventi paventati da Baghdad è stato la richiesta al governo di Erbil di trasferire il controllo degli aeroporti e dei posti di frontiera presenti nella regione dai Peshmerga curdi alle forze di sicurezza irachene. Nell’ultimatum si citano anche le aree contese, ovvero il distretto di Kirkuk, il Sinjar a nord di Mosul e il Diyala.

A seguito del rifiuto dei Curdi, il governo iracheno ha deciso di sospendere da venerdì tutti i voli internazionali sul Kurdistan. Turkish Airlines, EgyptAir e Middle East Airlines hanno confermato la propria partecipazione al blocco. Contrarie, fra le altre Lufthansa e Austrian Airways. Un appello a tornare “all’interno dell’alveo costituzionale” è arrivato anche dall’Ayatollah Ali al-Sistani, la principale guida spirituale degli sciiti iracheni, a cui sono idealmente legate gran parte delle milizie paramilitari del paese.

“Baghdad dovrebbe riconoscere che con questa mentalità”, dice il Cancelliere del Consiglio di Sicurezza del Kurdistan Masrour Barzani, “sta rigettando il tentativo del Kurdistan di risolvere la questione pacificamente”. Se l’Iraq dovesse continuare per questa strada, chiosa il Cancelliere, otterrebbe solamente di “spingere i Curdi sempre più lontano”.

 Manifesto inneggiante al Presidente del Kurdistan iracheno, Mass'ud Barzani. Foto:  Jorgen Nijman  Licenza: CC 2,0

Manifesto inneggiante al Presidente del Kurdistan iracheno, Mass'ud Barzani. Foto: Jorgen Nijman Licenza: CC 2,0

Erdogan, Ankara e la paura turca. Continuano intanto le minacce da parte del governo turco contro il Kurdistan. Per Recep Tayyip Erdogan, Erbil si sarebbe “buttata nel fuoco” a causa del referendum, e il governo curdo avrebbe dovuto accontentarsi del suo stato di semi-autonomia, invece di avventurarsi in un’esperienza “che porterà solo sofferenza”.

Ankara ha più volte insistito sulla volontà di chiudere “i rubinetti” degli oleodotti turchi al passaggio del petrolio curdo. Tali minacce per ora non hanno avuto seguito, finendo per suonare, alle orecchie degli osservatori internazionali, come dichiarazioni intese ad ammansire il fronte interno turco, più che portare una vera minaccia ad Erbil.

Accanto alla Turchia, continua l’atteggiamento duro dell’Iran, in un clima regionale che rimane potenzialmente esplosivo. Il fatto di non aver dato seguito al referendum, mantenendone l’aspetto consultivo, ha permesso, inoltre, al Kurdistan di non perdere l’appoggio internazionale, in particolar modo quello dei suoi alleati principali: gli Stati Uniti d’America.


In conclusione: la storia di due mondi (e modi) diversi

Nonostante le somiglianze, prima fra tutti l’opposizione dei governi centrali, tra i due referendum c’è una differenza sostanziale. Da una parte, la Catalogna, nell’impossibilità del dialogo con Madrid, sceglie la via dura e potenzialmente auto-distruttiva della “legge” per l’indipendenza. Dall’altra, i Curdi, nonostante la schiacciante vittoria referendaria, tentano il dialogo con Baghdad.

C’è forse anche una differenza di scopo fra chi, conscio dell’impossibilità del processo, ma forte di una situazione agiata (essere nel continente europeo) cerca la strada del martirio politico e chi, nel Medio-Oriente attraversato dalla guerra, non vuole perdere quanto faticosamente conseguito.

Rischio ideologico e prudenza strategica: ecco, al di là delle forzature giurisprudenziali, la vera differenza fra i due referendum.


 Per approfondimenti

- il referendum catalano, motivi e problemi: al-Jazeera

- per discutere del referendum catalano fuori dalla propaganda: il Post

- una discussione sulla legalità del referendum e dell'indipendenza: Debate Europe

- il futuro del Kurdistan verso l'indipendenza: al-Monitor

-una riflessione sui cambiamenti costanti della mappa mondiale: New York Times

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