Le proteste di Hong Kong - La conquista di Mosul - Il punto in Medio-Oriente ed Europa - il Caffè delle Domenica del 2-7-2017

Il centro di Hong Kong. L'ex-colonia britannica "festeggia" i 20 anni di amministrazione cinese con una serie di proteste contro la politica del Partito Comunista cinese. Foto: barnyz Licenza: CC 2.0

Il centro di Hong Kong. L'ex-colonia britannica "festeggia" i 20 anni di amministrazione cinese con una serie di proteste contro la politica del Partito Comunista cinese. Foto: barnyz Licenza: CC 2.0

Il ventennale del ritorno di Hong Kong alla cina vede il riaprirsi della protesta popolare fra la metropoli portuale e Pechino - In Iraq, l'esercito iracheno conquista la moschea di al-Nuri a Mosul dove era stato proclamato il Califfato dell'ISIS - Gli aggiornamenti sul referendum per l'indipendenza del Kurdistan Iracheno e sulle elezioni tedesche a due mesi dal voto.

Hong Kong, 20 anni fra Cina e voglia di cambiamento

Decine di migliaia di manifestanti (60.000 per gli organizzatori, 14.500 per la polizia) sono scesi in piazza ad  Hong Kong sabato 1 luglio in risposta all'intervento del Presidente della Cina Xi Jingping alle celebrazioni per il ventennale del ritorno della città sotto il controllo cinese. 

Durante il proprio discorso, infatti, Xi aveva avvertito che "ogni tentativo di di stabilizzare Hong Kong" sarebbe stata considerata da Pechino una minaccia " per la sovranità e la sicurezza cinese". Il riferimento era rivolto ai movimenti pro-democrazia che sono attivi in città da anni e che chiedono alle autorità cinesi maggiore autonomia politica ed il rispetto degli accordi Sino-Britannici del 1984, i quali dovevano salvaguardare l'eccentricità culturale della città.

Pechino sceglie quindi il pugno duro nei confronti della ex-colonia britannica fino al punto, minaccia Xi di mettere "a rischio lo sviluppo economico e sociale di Hong Kong". 

Nei primi anni del "ritorno" di Hong Kong sotto controllo cinese, il Partito Comunista Cinese è stato indulgente verso la città nell'ottica di convincere Taiwan a seguire lo stesso percorso, ovvero la perdita dell'indipendenza a fronte del mantenimento del proprio sistema economico-sociale. Le speranze che questo avvenga sono ora più deboli e la perdita di centralità della borsa di Hong Kong in relazione a quella di Shangai, hanno reso Pechino meno propensa ad accettare l'eccentricità sociale di Hong Kong.

Da parte loro i manifestanti accusano Pechino di cercare di limitare l'autonomia cittadina, in particolare quella giurisprudenziale (la città adotta il "common law" britannico e non il diritto cinese) e quella economica (sistema capitalistico d'ispirazione occidentale e moneta propria). Non solo, secondo uno studio condotto dall'Università di Hong Kong, solo il 3% dei residenti fra i 18 ed i 29 anni si identificherebbe quale "Cinese" preferendo a questo il termine "Hong Konger", un dato che dimostra la voglia di autonomia dei giovani della metropoli.

Furono proprio gli studenti ad animare la "rivolta degli ombrelli" del 2014 quando migliaia di persone occuparono le strade del centro in segno di protesta il governo cittadino, di fatto "nominato" da Pechino.

Per approfondimenti:

- il discorso di Xi Jingpin: CNN News

- la politica di Pechino su Hong Kong e le proteste: CBC News

- Shangai contro Hong Kong: Bloomberg


La citazione della settimana:

I Curdi iracheni e Siriani hanno impedito l’avanzata dei terroristi nel Nord dell’Iraq ed in Siria. Questo ci dimostra il ruolo che il Kurdistan potrà avere nel rafforzamento della sicurezza nella regione
— Abdullah bin Abdulaziz bin Muhammad Al Rabiah, consigliere reale saudita

Foto della settimana: La parte occidentale di Mosul, Iraq del nord, distrutta dal conflitto fra le forze irachene e i miliziani dello Stato Islamico. La caduta di Mosul, prevista prima dell'autunno, darebbe il là alla possibile indipendenza del Kurdistan. Foto: Quentin Bruno Licenza: CC 2.0

Foto della settimana: La parte occidentale di Mosul, Iraq del nord, distrutta dal conflitto fra le forze irachene e i miliziani dello Stato Islamico. La caduta di Mosul, prevista prima dell'autunno, darebbe il là alla possibile indipendenza del Kurdistan. Foto: Quentin Bruno Licenza: CC 2.0

Medio-Oriente Reloaded: la simbolica caduta dello Stato Islamico a Mosul

Il Primo Ministro iracheno Haider al-Abadi ha confermato che, giovedì 29 giugno la coalizione militare curdo-irachena ha acquisito il controllo della moschea al-Nuri di Mosul, il luogo dove, il 4 luglio 2014, il leader dell'ISIS Abu Bakr al-Baghdadi aveva annunciato la nascita dello Stato Islamico.

Per al-Abadi tale riconquista sarebbe il segno della "fine dello Stato Islamico" in città e nel paese. Rimangono sotto il controllo dei miliziani, come suggerisce il portavoce del Comando Iracheno Congiunto Yahya Rasool, solo alcune parti della città vecchia e l'ospedale al-Jamouri. Questi, sottolineano i militari, coprirebbero un'area inferiore ai 600 metri quadri e sarebbero difese da sparuti numeri di combattenti suicidi.

Nonostante queste sacche di resistenza, la liberazione totale della città dovrebbe essere una questione di giorni. Solo allora si aprire la difficile partita della ricostruzione della città dilaniata da un offensiva cominciata ad ottobre. Su questa si giocherà la futura stabilità dell'Iraq.

Roccaforte di al-Qaeda in Iraq, il gruppo da cui si è poi generato l'ISIS, fino al 2006, Mosul era una città "problematica" per il governo centrale ben prima dell'arrivo di al-Baghdadi ed i suoi miliziani. Dopo aver sconfitto l'ISIS sul campo, il governo iracheno dovrà dimostrare di vincere la pace, una sfida che va al di là  della ricostruzione ed il contestuale ritorno degli oltre 900.000 profughi. L'arrivo, assieme alle forze armate curdo-irachene, delle milizie popolari sciite preoccupa gli abitanti della città che rischiano il riaprirsi dei conflitti settari, quelli che hanno determinato la crescita dell'al-Qaeda di al-Zarkawy dal 2003 al 2006 e l'arrivo dell'ISIS nel 2013-2014.

L'ISIS, infatti, non è sparito dell'Iraq. Roccaforti dei miliziani resistono lungo il corso dell'Eufrate al confine della Siria, nella parte meridionale del Sinjar e nella piana di Makhmour ad ovest della capitale curda, Erbil, tutte aree che sono state ignorate durante la rapida avanzata verso nord delle forze della Coalizione.

Il futuro del paese, oltre che da Mosul, passa anche da qui.

Da leggere:

Quale futuro per Siria ed Iraq dopo l'ISIS - CO Reloaded del 30-6-2017

Il Kurdistan ed il futuro dell'Iraq post-ISIS - CO Reloaded del 27-6-2017


Medio-Oriente Reloaded: le dispute politiche in vista del referendum in Kurdistan

A settembre del 2017, si dovrebbe tenere il referendum sull'indipendenza del Kurdistan Iracheno (KRG), la regione autonoma a maggioranza curda nel nord-est dell'Iraq.

Il risultato della consultazione è scontato visto il forte desiderio dei curdi di creare il proprio stato, eppure la strada verso quel traguardo è ancora difficile. L'opportunità del referendum viene infatti contestato dal governo di Baghdad e dalle principali orze politiche regionali, prime fra tutte Iran, Turchia ed Iraq. Anche il fronte interno appare diviso con due dei principali movimenti politici del paese che si sono espressi contro il referendum: il Movimento del Cambiamento (Gorran) e il Gruppo Islamico del Kurdistan (KIG). 

 

Per entrambi l'indipendenza non sarebbe in discussione, anzi, ma sono le tempistiche ad essere sbagliate. Sia Gorran che KIG chiedono la ripresa delle attività parlamentari, sospese dall'ottobre 2015, prima della celebrazione del referendum. Proprio il Parlamento, sostengono le segreterie dei due partiti sarebbe, infatti, centrale per la gestione dell'eventuale secessione dell'Iraq. Se questa dovesse avvenire senza la partecipazione dei rappresentanti popolari, chiudono, si rischierebbe la frattura dell'equilibrio democratico della regione.

Ai tempi, il governo decise di posticipare le elezioni presidenziale del 2015 a dopo la sconfitta dell'ISIS. Questo avrebbe portarto l'attuale Presidente e leader del Partito Democratico del Kurdistan (KPD), Massoud Barzani, a rimanere in carica ben oltre la sua naturale scadenza fissata per l'agosto del 2015, un'eventualità guardata con sospetto da Gorran e KIG,.

In quella che sta diventando una vera lotta politica fra il governo ed il parlamento si è inserito anche il PUK, il partito che controlla il sud del paese e finora presente nel governo regionale accanto al KPD. Il 13 giugno, infatti, 27 dei 50 membri del Direttorio dell'Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), uno dei suoi principali organi interni, si sono schierati accanto a Gorran e KIG, proponendo la riapertura del Parlamento prima del referendum. 

Nella loro dichiarazione, i dissidenti del PUK accusano, inoltre, leader del Partito, i membri dell'Ufficio Politico, di connivenza con il KPD. Quest'ultimo, sostiene il Segretario del PUK Adel Murad, starebbe usando il referendum per aumentare il prestigio del Presidente Barzani e l'influenza del KPD nella società curda a scapito degli altri partiti.

Da leggere:

Il Kurdistan ed il futuro dell'Iraq post-ISIS - CO Reloaded del 27-6-2017


La corsa di Angela Merkel alla Cancellieria: - 2

Mancano poco più di due mesi alle elezioni tedesche (24 settembre 2017) e l'Union, l'alleanza CDU/CSU guidata da Angela Merkel, sembra sempre più avviata a vincere le elezioni sulla scia dei sondaggi che la danno attorno al 40% delle intenzioni di voto. 

Rimangono secondi i socialdemocratici della SPD per i quali sembra essersi esaurito l'effetto euforico dell'ascesa di Martin Schulz alla direzione del partito. Dopo, infatti, il 33% di marzo 2017, il partito è attualmente stimato al 23%, due punti sotto il risultato, già fallimentare, del 2013. 

Dietro i due principali contendenti, si trovano i Verdi, i Liberali (FDP), la Sinistra (die Linke) ed i populisti euroscettici della AfD, tutti fra il 9 ed il 7 percento. Secondo le proiezioni, la cosiddetta Coalizione Jamaica, Union, Liberali e Verdi, avrebbe attualmente 377 seggi, 51 in più della maggioranza stimata per il 2017 a 326. Questo sembrerebbe l'obiettivo finale di Angela Merkel e della dirigenza della CDU: evitare l'ennesima Grande Coalizione e relegare i socialdemocratici all'opposizione.

Intanto, il Parlamento tedesco ha approvato venerdì 30 giugno la legge che garantisce il diritto al matrimonio agli esponenti dello stesso sesso. Importanti i 47 voti a favore provenienti dalla CDU, la quale, nonostante la designazione quale partito cristiano-democratico ed il voto contrario della stessa Angela Merkel, ha lasciato libertà di voto ai propri parlamentari. 

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