Il passo laterale di Hamas - Il dibattito presidenziale in Francia - La crisi del Sud America - il Ristretto del 4-5-2017

 Militanti di Hamas durante manifestazione a Gaza. Foto:  al-Ray  Licenza:  CC 2.0

Militanti di Hamas durante manifestazione a Gaza. Foto: al-Ray Licenza: CC 2.0

Dopo decenni, Hamas tenta di riavvicinarsi a Fatah e vara una nuova carta fondamentale allo scopo di rilanciare il processo di pace in Palestina, almeno all'interno dei due principali attori locali. In Francia Le Pen parte all'attacco di Macron, ma molti dei suoi temi sono deboli o falsi, intanto i sondaggi restano immutati. Non si fermano le proteste in Venezuela, mentre riesplodono le proteste in Brasile: sotto accusa l'austerità imposta dal presidente Michel Temer.

Il cambio di passo di Hamas. L’organizzazione palestinese Hamas, sotto cui ricade il governo della Striscia di Gaza, ha presentato una nuova carta fondamentale, il cui obiettivo è di riformare la posizione politica del movimento, avvicinandosi a quella di Fatah, il partito sotto cui ricadrebbe la giurisdizione della Cisgiordania.

Il nuovo “Documento dei principi e politiche generali” - di cui avevamo già parlato in precedenza - è stato presentato a Doha, la capitale del Qatar, dal leader in esilio di Hamas, Khaled Meshaal, e va ad affiancare, ma non a rimpiazzare la carta fondante pubblicata nel 1988, come ha tenuto a sottolineare lo stesso leader palestinese. Ciononostante si tratta di un passo avanti per il movimento che marca un momento di passaggio: Meshaal, infatti, è prossimo al ritiro e la nuova carta introduce il prossimo cambio di leadership.

Rispetto alla carta del 1988, Hamas riconosce la creazione di uno stato palestinese all’interno dei confini stabiliti nel 1967 – non, come in precedenza, su tutta la Palestina storica e, quindi, anche in territorio israeliano - con Gerusalemme quale capitale. Manca il riconoscimento dello stato di Israele, ma spariscono i riferimenti anti-giudaici contenuti nella carta originale. Il nuovo documento distingue, infatti, fra Ebraismo – culturale, etnico e religioso - e Sionismo sottolineando come la lotta di Hamas sia contro quest’ultimo, definito un’ideologia “razzista, aggressiva e coloniale” che non “appartiene ad un mondo post-coloniale”. Il conflitto contro “il progetto sionista”, però, rimane un “diritto divino” legittimato, sottolinea il documento (che fa riferimento alle risoluzioni dell’ONU), dal diritto internazionale.

Persone come Mashal sperano che il documento porti al riavvicinamento con gli stati arabi sunniti da una parte e l’occidente dall’altra. Cerca di piacere a tutti, senza, in realtà, piacere a nessuno.
— Nathan Thrall, analista del International Crisis Group di Gerusalemme

Come evidenzia Tareq Baconi sul The Guardian, il documento non cancella l’obiettivo finale di Hamas di “liberare tutta la Palestina” né può essere considerata una svolta moderata per il movimento, ma rappresenta, in maniera non equivoca, un nuovo pragmatismo della dirigenza politica palestinese. L’obiettivo, sottolinea Nathan Thrall al New York Times, sarebbe, infatti, di rompere l’isolamento internazionale e regionale di Gaza e riavvicinarsi ai suoi partner principali: Egitto e Fatah. Il testo, infatti, definisce Hamas “un’organizzazione politica indipendente” non connessa, quindi, alla Fratellanza Islamica, considerata come “associazione terroristica” dal Cairo. In questo modo, Hamas tenta di riaprire i rapporti diplomatici – e commerciali, fondamentali per risollevare l’economia della Strisca – fra Gaza, Egitto ed Arabia Saudita, oltre ad avvicinarsi alle posizioni politiche di Fatah. L’obiettivo è creare una piattaforma comune fra i due principali soggetti politici della Palestina, così da ridare fiato alle trattative sulla “soluzione dei due stati” per il conflitto israelo-palestinese.

Il problema, sottolineano gli analisti occidentali, rimane, per l’Occidente, l’ambiguità della nuova carta. Essa infatti non cancella quella del 1988 – bollata nel 2010 dallo stesso Meshaal come “un pezzo di storia, non più rilevante” – che rimane come base ideologica del movimento “per ragioni interne”. Questo ha portato al silenzio del mondo occidentale e alla critica del governo israeliano, per cui – come sostiene il portavoce del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, David Keyes - “Hamas starebbe cercando di imbrogliare il mondo”.

La ragione di questa ambiguità va cercata nel tentativo di evitare fratture fra l’ala moderata e quella oltranzista di Hamas – come sostiene Abu Saada, dell’Università al-Azhar del Cairo – in vista delle elezioni, fra due settimane, del successore di Meshaal.


 La tessera elettorale francese. Foto:  Alexandre Roschewitz  Licenza:  CC 2.0

La tessera elettorale francese. Foto: Alexandre Roschewitz Licenza: CC 2.0

Elezioni francesi: si avvicina il secondo turno. Mercoledì 3 maggio la leader del Front National Marine Le Pen ed il centrista Emmanuel Macron si sono incontrati per il primo (ed unico) dibattito fra i due candidati al secondo turno delle presidenziali francesi del 7 maggio.

Marine Le Pen, in svantaggio nei sondaggi di 20 punti percentuali (40% contro il 60% di Macron), ha scelto di andare all'attacco soprattutto sui temi centrali della sua campagna: Europa, sicurezza ed economia. L'obiettivo, riuscito, era di tenere Macron sulla difensiva impedendogli di presentare il programma e costringendolo a ribattere alle affermazioni, anche false, della candidata dell'estrema destra. Da parte sua il candidato centrista è apparso sicuro, capace di tenere un “atteggiamento presidenziale".

Durante il dibattito, Le Pen ha cercato il colpo a sorpresa suggerendo un legame tra il fallimento della Presidenza Hollande e l’avversario. Molte delle sue accuse si sono però dimostrate – afferma il quotidiano Le Monde – infondate o imprecise. Cavalcando la campagna populista ed euroscettica, Marine Le Pen ha, comunque, riservato buona parte dei suoi attacchi all’Unione Europea.

La Francia [...] è una civiltà aperta, tutto l’inverso dei principi che lei [Marine Le Pen] porta avanti. Non è xenofoba, non ha la vostra visione della famiglia, quella esposta da suo padre e che lei porta al Parlamento Europeo.
— Emmanuel Macron, sottolineando come la Francia sia una società aperta e multiculturale

A causa di un atteggiamento generale improntato all'aggressività, sono stati rari i momenti in cui i candidati hanno affrontato i problemi sociali del paese, soprattutto la disoccupazione, tema principale dei due primi esclusi dal ballottaggio, François Fillon e Jean-Luc Mélenchon. La questione del lavoro è stata oggetto di una breve menzione, ma con riferimento alla sempiterna problematica dell’Europa, che è centrale nella campagna presidenziale di Marine Le Pen. Sarebbe l’Unione – sostiene la candidata del Front National – la principale responsabile dell’alto tasso di disoccupazione del paese (10% il tasso nazionale, 14,5% quello giovanile), che era “più bassa negli anni ‘90”. Il dato è stato immediatamente contestato, a ragione, dall’europeista Macron: a cavallo del 2000, il tasso di disoccupazione francese è passato dall’11% al 7,5% per poi rialzarsi solo in seguito alla crisi economica del 2010.

I candidati non si sono risparmiati attacchi personali, ma nonostante questo il dibattito non sembra aver cambiato l’orientamento dei sondaggi. Emmanuel Macron si appresta al ballottaggio di domenica in posizione di favoritissimo, ed intanto incassa – oltre la simbolica vittoria nel dibattito – il supporto non ufficiale di Jean-Luc Mélenchon. Alla fine del primo turno, il candidato dell’estrema sinistra ha lasciato ai suoi elettori libertà di voto. Aspramente criticato per questa scelta, egli ha ribadito come neanche un voto dovrà andare a Marine Le Pen. “Andrò a votare” dice Mélenchon “e non bisogna essere dei geni per capire per chi: esiste realmente qualcuno che pensi che potrei mai votare per il Front National?”. Nonostante questo - e l'invito al voto pro-Macron dell'ex-Ministro dell'Economia greco Yanis Varoufakis - oltre il 20% dei sostenitori di Mélenchon dovrebbero astenersi.


 Manifestanti martedì 2 maggio nelle strade di Caracas per protestare contro il Presidente Nicolas Maduro. Foto: Getty Images.

Manifestanti martedì 2 maggio nelle strade di Caracas per protestare contro il Presidente Nicolas Maduro. Foto: Getty Images.

La lunga tragedia venezuelana. Il Presidente venezuelano Nicolas Maduro ha annunciato martedì 2 maggio la formazione di un’”Assemblea Costituente” avente lo scopo di riscrivere la costituzione del paese. Incaricato di dirigere il nuovo organo dello stato è Elias Jaua, Ministro dell’Educazione e figura di spicco del Partito Socialista Unito (PSUV) – partito cui appartiene lo stesso Nicolas Maduro. Secondo Jaua – il quale riporta l’idea del governo – l’assemblea avrebbe lo scopo di “offrire la stabilità necessaria per avviare il processo elettorale” previsto per il 2018. Tali condizioni, continua il governo “ora non sussistono” e sarebbe proprio colpa delle opposizioni, e delle proteste di piazza da loro organizzate, se non si è ancora stabilita una data precisa per il voto.

Secondo le opposizioni, invece, la nuova “Assemblea” avrebbe lo scopo esattamente contrario, ovvero allungare i tempi della legislatura e agevolare la modifica della costituzione, preparando la strada verso la dittatura. Secondo il candidato Presidente dell'opposizione Henrique Capriles, estromesso ad aprile dai pubblici uffici per 15 anni per decisione del governo, Maduro ed il PSUV starebbero “demolendo le regole costituzionali approvate dal loro defunto leader Hugo Chávez”.

Non sono Mussolini [...] Il giorno è arrivato fratelli. Non abbandonatemi, non abbandonate Chávez e non abbandonate la madrepatria.
— Nicolas Maduro, alla televisione venezuelana denunciando le proteste di piazza.

Nel rispondere alle critiche, Maduro ha sottolineato come l’Assemblea “sarà composta da lavoratori” e, invocando proprio la memoria di Chávez, ha invitato i Venezuelani “a non tradire la madrepatria”. Di converso, l’annuncio ha portato a nuove manifestazioni e barricate per le strade di Caracas, una protesta che ormai va avanti da un mese e ha portato alla morte di 29 persone.

Mentre la situazione interna peggiore, attacchi a Maduro arrivano anche dal governo argentino e quello brasiliano. Per Susanna Malcorra, Ministro degli Esteri argentino, Maduro sembra non accorgersi "che coloro che muoiono sulle strade, di qualsiasi indirizzo politico essi siano, sono innanzitutto Venezuelani". Per Alosyo Nunes, Ministro degli Esteri brasiliano, il Brasile "non intende intervenire" negli affari interni del paese, ma Brazilia non possa non riconoscere che il Presidente venezuelano stia "distruggendo la democrazia" e "sovvertendo la costituzione".


 Lo sciopero dei lavoratori brasiliani del 29 aprile, la più grande manifestazione del paese degli ultimi dieci anni. Foto: Getty Images

Lo sciopero dei lavoratori brasiliani del 29 aprile, la più grande manifestazione del paese degli ultimi dieci anni. Foto: Getty Images

Il 29 aprile, i sindacati brasiliani hanno organizzato uno sciopera nazionale contro il Presidente ad Interim Michel Temer ed il suo piano di misure economiche volte al taglio del settore pubblico, misure di austerità economica e la corruzione della classe politica del paese sudamericano, molti dello stesso partito del Presidente.

Per i media locali si è trattata della più grande manifestazione in decenni con cortei in tutti i gli stati del paese. I maggiori si sono tenuti a Rio de Janeiro e São Paulo, dove i manifestanti hanno bloccato le principali arterie di comunicazione tramite barricate di pneumatici dati alla fiamme. Solo l'intervento violento della polizia ha permesso di disperdere la folla e riaprire le strade.

Secondo i rappresentanti dei sindacati, lo sciopero è stato un successo grazie alla partecipazione di milioni di lavoratori. I manifestanti avrebbero "mandato un messaggio importante al governo", sostiene il leader del sindacato delle telecomunicazioni Marco Clemente, per la difesa "dei diritti dei lavoratori".

La protesta del 29 aprile marca il momento più alto della contestazione al governo di centro-destra di Temer, ex-Vicepresidente salito al potere dopo l'impeachment a Dilma Roussef del 2016. 

Soldi, potere e "nazionalismo": perché l'Unione Europea è in conflitto con il Gruppo Visengrad - il Caffè del 5-5-2017

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