Il nuovo (vecchio) Iran - Trumpismi -I timori dell'Europa verso est - il Caffè della Domenica del 21-5-2017

  La Foto della Settimana:  Hassan Rouhani (insieme al Presidente sudafricano Zuma) è stato conferma Presidente della Repubblica Islamica dell'Iran nelle elezioni di Venerdì 19 maggio. Foto:  GovernmentZA  Licenza:   CC 2.0

La Foto della Settimana: Hassan Rouhani (insieme al Presidente sudafricano Zuma) è stato conferma Presidente della Repubblica Islamica dell'Iran nelle elezioni di Venerdì 19 maggio. Foto: GovernmentZA Licenza: CC 2.0

L'Iran conferma il moderato Rouhani come presidente, ma quale potrà essere il suo ruolo all'ombra di Khamenei e dei Pasdaran? La nostra analisi. Inoltre, gli aggiornamenti sul Russiagate e l'Unione Europea, fra le sanzioni all'Ungheria e le manovre elettorali in Francia, Olanda e Germania.


Il nuovo (vecchio) Iran

Nelle elezioni che si sono tenute in Iran venerdì 19 maggio, Hassan Rouhani è stato confermato Presidente della Repubblica Islamica dell'Iran con, secondo la TV di stato iraniana, il 58,6% dei voti.

Rouhani, in qualità di presidente, è risultato fondamentale per la stesura del Piano d'Azione Congiunto Globale (o JCPOA in inglese), ovvero gli accordi sul programma di sviluppo nucleare dell'Iran, approvato proprio sotto il suo governo nel luglio del 2015 nonostante la riluttanza della Guida Suprema Ali Khamenei.

Questa è stato solo una delle ragioni di tensione verificatesi, nell'ultimo quadriennio, fra il Presidente ed i vertici religiosi della Repubblica. Nel sistema politico del paese, infatti, l'ufficio del Presidente l'azione del Presidente - la cui figura è più vicina a quella di un capo di governo che quella del capo dello stato - è posta sotto il costante vaglio della Guida Suprema e della Guardia Rivoluzionaria: i pilastri dell'ortodossia rivoluzionaria iraniana.

All'interno di questo sistema politico, Rouhani, esponente del clero sciita, è considerato una delle voci più moderate all'interno del regime, soprattutto per quello che riguarda l'evoluzione del ruolo della donna nella società iraniana ed i rapporti con l'occidente. Per Federica Mogherini, responsabile della politica estera della UE, la rielezione di Rouhani permette di proseguire il lavoro sull'implementazione del JCPOA, gli sforzi per la pace regionale oltre che a garantire un miglior futuro per l'Iran. 

La speranza ha prevalso sull’isolamento
— Hassan Rouhani, subito dopo la sua vittoria alle elezioni del 2017

Questo sperano gli stessi iraniani. L'affluenza alle urne è stata, infatti, del 72%,. Come sottolinea Tanya Lawrence, professoressa di storia persiana all'Università di Yale, la grande affluenza "è la prova del desiderio di riforme" da parte del popolo iraniano . Il popolo iraniano, continua non avrebbe votato solamente "per la vittoria del moderato Rouhani", ma, in particolar modo, "per garantire la sconfitta di Ebrahim Raisi", il candidato conservatore decisamente meno propenso all'apertura all'occidente voluta da Rouhani. 

La riconferma ha consolidato il peso politico del Presidente, la cui figura, anche se distorta da quello che è la politica iraniana, si configura come principale esponente del "nuovo" Iran. Peccato che i suoi poteri siano fortemente limitati. Sua sarà, infatti, la responsabilità di risolvere i problemi economici del paese, ma, messi da parte parte gli accordi sul nucleare, poco ci si deve aspettare in politica estera controllata dalla Guardia Rivoluzionaria, ovvero il "vecchio Iran" a capo di un esercito impegnato in Yemen, Iraq, Libano e Siria. 

Per approfondimenti:

- Il futuro dell'Iran: al Monitor

- il JCPOA e cosa significhi per l'Iran: Council on Foreign Relations


La citazione della settimana

Nessun politico della storia - e lo dico con grande certezza - è stato mai tratto in modo peggiore o così ingiustamente
— Donald Trump, nei confronti della sua "persecuzione" giudiziaria e mediatica

Trump, Trumpismi ed il caos alla Casa Bianca

Sono passati 4 mesi e mezzo dall'inizio dell'Amministrazione Trump e la Casa Bianca è sprofondata nel caos. In settimana il Dipartimento di Giustizia ha nominato un Procuratore Speciale allo scopo di indagare sulle relazioni esistite o esistenti fra lo staff elettorale di Trump e il governo russo: il "Russiagate". Si tratta di una figura dagli ampli poteri e dal budget illimitato, ma, soprattutto non sottoposta al controllo governativo. 

Robert Mueller, questo il nome del Procuratore, resterà in carica probabilmente per tutta la durata della Presidenza Trump con inevitabili ripercussioni mediatiche ed elettorali. 

Il principale responsabile di questo caos, sarebbe lo stesso Presidente. All'alba del licenziamento di James Comey, il Dipartimento di Giustizia assieme alla Casa Bianca, hanno sottolineato come il provvedimento fosse legato agli errori commessi dall'allora direttore dell'FBI durante la campagna elettorale nei riguardi del caso Clinton. Poche ore dopo, però, Trump ha smentito se stesso, collegando il caso Comey al Russiagate.

Mentre anche alcuni Repubblicani cominciavano a mostrare i segni della propria indignazione, Trump riceveva alla Casa Bianca il Ministro degli Esteri russo Lavrov. Durante quell'incontro, il Presidente avrebbe mostrato alcuni dossier sull'Iran - alleato della Russia - provenienti dai servizi di intelligence israeliani. Trump si è difeso invocando il suo diritto presidenziale a discernere amici o nemici del paese, ma il caso è definitivamente scoppiato e, sulla spinta del Congresso, il Dipartimento ha optato per la nomina di un Procuratore Speciale.

Comey, "un deficiente" come lo ha definito il Presidente, testimonierà a breve davanti al Senato. Intanto, nelle elezioni suppletive per il Congresso che si terranno nei prossimi mesi del 2017, avanzano i Democratici, anche e soprattutto in quei distretti solitamente appannaggio dei Repubblicani. 

Da leggere:

Europa contro Ungheria, parte seconda - Il declino di Trump - L'Olanda senza governo - il Ristretto del 19-5-2017

Russiagate e James Comey: il caso che fa tremare Washington, e lo stesso Donald Trump - il Caffè del 11-5-2017


Non solo Ungheria.

Il parlamento europeo è pronto a far scattare "l'opzione nucleare" contro l'Ungheria, ovvero privare jl governo di Viktor Orban del diritto di voto al Consiglio d'Europa secondo le norme stabilite dall'Articolo 7 del Trattato di Lisbona.

L'Unione contesta a Budapest il progressivo deterioramento dei diritti democratici nel paese nei riguardi, soprattutto, dell'equilibrio dei poteri dopo l'indebolimento della Corte Costituzionale, i lacci posti alla libertà di stampa ed i diritti delle minoranze etniche o sociali. A questo si aggiunge il problema dei rifugiati la cui quota - 5000 richiedenti asilo - l'Ungheria si rifiuta di accettare, bloccando la ridistribuzione su tutto il territorio europeo. Tutto questo mentre il paese rimane uno dei principali recipienti dei Fondi Strutturali Europei che da soli valgono buona parte del PIL ungherese.

Eppure l'Ungheria non sarebbe l'unico paese orientale nel mirino della UE. La Commissione ha infatti mosso le stesse critiche nei confronti della Polonia, contro cui avrebbe aperto un processo di messa al vaglio delle riforme implementate dal governo di Beata Szydło. 

Il caso polacco rimane, però, differente da quello ungherese, più grave vista l'ostinazione anti-europeista e populista di Orban, e, infatti, la UE ha scelto, per ora, la via del dialogo, ovvero, come sostenuto dal Vice-Presidente della Commissione Frans Timmermans "l'unica via veramente costruttiva". Una cosa è certa: l'Unione Europea si sta muovendo nei confronti di quei paesi membri i cui governi rifiutano i principi democratici.

Da leggere:

Europa contro Ungheria, parte seconda - Il declino di Trump - L'Olanda senza governo - il Ristretto del 19-5-2017

Soldi, potere e "nazionalismo": perché l'Unione Europea è in conflitto con il Gruppo Visengrad - il Caffè del 5-5-2017

L'Unione Europea all'attacco della "democrazia illiberale" dell'Ungheria di Viktor Orban - il Caffè del 28-4-2017


Francia, OIanda e Germania: aggiornamenti sulle Elezioni del 2017

Francia. Emmanuel Macron ha composta la sua squadra di governo. L'obiettivo sarebbe di costruire una maggioranza trasversale, in vista soprattutto delle elezioni di giugno che dovrebbe vedere un testa a testa fra Repubblicani e La Repubblique en Marche! (LRM) di Macron.

Il primo passo è stato nominare il repubblicano Edouard Philippe quale Primo Ministro, a cui è seguita la nomina del gabinetto composto da undici uomini e undici donne provenienti da diversi schieramenti: liberali, moderati, socialisti e repubblicani. L'iniziativa sembra essere apprezzata dal popolo francese e ha riscosso, fra gli altri, il plauso di 170 parlamentari conservatori. Negative invece le leadership dei grandi partiti i quali sembrano meno propensi ad un alleanza con LRM. Forte la reazione dei Repubblicani al seguito delle nomine di Macron. a cui sono seguite le espulsioni dal partito del Primo Ministro Philippe assieme ai futuri Ministri dell'Economia e degli Affari Pubblici.

Olanda. Sarebbe fallito il primo tentativo da parte del Primo Ministro Mark Rutte di formare una nuova coalizione al seguito delle elezioni di marzo 2017. I quattro partiti che hanno aderito alle trattative, i liberali del PVV, i liberal-sociali del D66, i cristiano-democratica del CDA e la sinistra del GruenLinks, non sarebbero stati capaci di accordarsi su uno dei temi fondamentali dell'ultima campagna elettorale: l'immigrazione.

Germania. Martin Schulz prova ad invertire la tendenza e a riportare in alto la SPD dopo la rovinosa sconfitta in Nordrhein-Westfalen. Nei primi incontri dopo l'ultima tornata elettorale, il candidato socialdemocratico avrebbe puntato l'attenzione sul tema dell'educazione e dell'economia.

Finisce così in secondo piano l'ambiziosa riforma del mercato del lavoro, considerata dagli analisti come la principale ragione del fallimento elettorale di Schulz. I tedeschi, dicono i sondaggi, sarebbero più interessati ai temi della sicurezza e dell'educazione, ma, soprattutto, non avrebbero capito come Schulz intenda finanziare tale riforma. Intanto il partito scivola al 26% delle intenzioni di voto, 8 punti in meno rispetto al mese scorso.

Da leggere:

Europa contro Ungheria, parte seconda - Il declino di Trump - L'Olanda senza governo - il Ristretto del 19-5-2017

La fine del "sogno": il crollo elettorale di Martin Schulz in Germania - il Caffè del 15-05-2017

President Macron, ovvero come sarà la Francia (e l'Europa) nei prossimi cinque anni - il Caffè del 8-5-2017

Parigi, Berlino e Bruxelles: la strategia e le alleanze di Macron per la riforma dell'Eurozona. il Caffè del 24-5-2017

Europa contro Ungheria, parte seconda - Il declino di Trump - L'Olanda senza governo - il Ristretto del 19-5-2017