I passi falsi del Regno Unito sulla Brexit - I "nemici" della Turchia in Germania - La crescita europea - il Ristretto del 19-8-2017

 Il centro di Londra. Nonostante il diniego europeo, la Gran Bretagna cerca ancora di bypassare le trattative sul "divorzio" e discutere, prima, gli accordi commerciali. Foto:  Carolien Coenen  Licenza:  CC 2.0

Il centro di Londra. Nonostante il diniego europeo, la Gran Bretagna cerca ancora di bypassare le trattative sul "divorzio" e discutere, prima, gli accordi commerciali. Foto: Carolien Coenen Licenza: CC 2.0

Proseguono a tentoni le trattative fra Regno Unito ed Unione Europea sulla Brexit. La Gran Bretagna cerca di bypassare la tabella di marcia e disegnare un nuovo accordo commerciale attirando le ire di Bruxelles. In Turchia, Erdogan attacca direttamente i partiti politici tedeschi "nemici della Turchia". Intanto l'Europa continua a crescere.

I passi falsi del Regno Unito sulla Brexit

Nessun argomento, nei negoziati sulla Brexit, risulta più delicato che quello dei futuri confini fra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord. In ballo, come sostiene il governo irlandese, la sicurezza dell’isola e la possibile riapertura del conflitto fra cattolici e protestanti nel nord.

Ora, nel tentativo di intavolare il prima possibile la trattative sui futuri accordi commerciali post-Brexit, la Gran Bretagna ha deciso di usare questa carta a suo favore. In una proposta formale presentata dal governo britannico al capo-negoziatore europeo Michel Barnier, Londra ha suggerito la creazione di un nuovo “accordo tariffario” con l'Unione Europea, il quale renderebbe inutile la ricostituzione dei controlli doganali.

Tale accordo continuerebbe a garantire, nel post-Brexit, la libera circolazione delle persone lungo il confine nord-irlandese, anche se limitata ai cittadini britannici ed irlandesi. Il documento, però, non specifica come il governo britannico intenda attuare i controlli su gli altri cittadini europei transitanti per il nuovo "non-confine".

Un accordo sulle future relazioni fra UE e Regno Unito potranno essere finalizzate solo dopo l’avvenuta uscita di Londra dall’Unione.
— Nota ufficiale della Commissione Europea

Questo introdurrebbe, inoltre, una serie di facilitazione all’ingresso delle merci europee sul territorio britannico, scongiurando, per i cittadini britannici, il drastico aumento dei prezzi di tali merci e, per le finanze del Regno, l’ulteriore aumento del deficit commerciale che nel 2016 ammontava a 13 miliardi di sterline. Allo stesso modo, tale accordo garantirebbe alla Gran Bretagna l’uscita dall’Unione Doganale, uno dei pilastri degli Hard-Brexiters, preservandone la possibilità di ottenere, in futuro, migliori accordi commerciali.

Il documento presentato martedì a Bruxelles è solo il primo di una serie di dodici proposte sul cosiddetto “divorzio” che il governo britannico presenterà nei prossimi mesi all’Unione Europea. Sul processo incombe la deadline di ottobre, quando il Consiglio Europeo dovrà decidere se procedere o meno alla seconda fase dei trattati, quella fondamentale sugli accordi commerciali.

Immediato e secco, arriva il rifiuto dell'Unione Europea. Per Bruxelles, Londra avrebbe presentato proposte confuse ed irrealistiche con l’unico obiettivo di saltare a piè pari la trattativa sul divorzio, la quale comprende, fra l’altro, la “Brexit bill”, ovvero il saldo degli impegni economici già sottoscritti dalla Gran Bretagna nei confronti della UE.

Arrivare ad un accordo commerciale prima del "divorzio" rimane essenziale per il governo britannico. Il Regno unito necessità, infatti, di un accordo commerciale privilegiato e la Brexit-Bill sarebbe l'unica moneta di scambio nei confronti della UE. Arrivare a tale discussione DOPO gli accordi sui pagamenti richiesti dall'Unione avrebbe la conseguenza di depotenziare, e non di poco, la posizione negoziale di Londra. 

Nonostante a Londra si cerchi di minimizzare, il diniego europeo rappresenta un'ulteriore sconfitta del governo May sempre più in difficoltà nell’applicazione della Hard-Brexit, ovvero quell’uscita totale dall’Unione Europea che permettere al Regno Unito di “ristabilire la propria autonomia economica”, come più volte ripetuto dallo stesso Primo Ministro.

Nel paese, al contrario, cresce la diffidenza verso questa soluzione. Un recente sondaggio ha mostrato come, a luglio, solo il 46% dei Britannici sia ancora favorevole alla Hard-Brexit, un netto e costante calo rispetto a quel 61% toccato a marzo. Questo ha portato non solo l'opposizione, ma membri stessi del governo, ad immaginare una Brexit più leggera, magari dilatata nel tempo.


 Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Foto:  unaoc  Licenza:  CC 2.0

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Foto: unaoc Licenza: CC 2.0

Erdoğan contro la Germania

“I leader dei Cristiano-Democratici (CDU), della SPD e dei Verdi si sono rivelati veri nemici della Turchia, per questo invito i miei concittadini in Germania, di non votare o dare legittimità a questi partiti nelle prossime elezioni”.

Così, il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è entrato a gamba tesa nella campagna elettorale tedesca segnando un ulteriore frattura nei rapporti fra i due paesi. Per il Presidente questa sarebbe una questione di “onore” per tutti i Turchi residenti in Germania (1,5 milioni a cui si aggiungono gli oltre 3 fra i turco-tedeschi di seconda e terza generazione).

La risposta ufficiale tedesca non si è fatta attendere. Per Angela Merkel (CDU) “nessuno, tantomeno il Presidente Erdoğan” può mettere in dubbio od insidiare la libertà di voto dei cittadini tedeschi “soprattutto di quelli con origini turche”. Simile la risposta del Ministro degli Esteri Sigmar Gabriel (SPD), per cui “questo immischiarsi nella campagna elettorale” dimostri la volontà di Erdoğan di “spaccare in due la popolazione tedesca”. “Ora più di prima”, continua Gabriel, i cittadini turco-tedeschi possono votare “con l’obiettivo di dimostrare come chiunque, “indifferentemente dalle origini” in Germania abbia diritto a quello che, in Turchia, Erdoğan cerca di negare, ovvero “libertà, diritti e democrazia”.

Sin dal fallito colpo di stato del 15 luglio scorso, le relazioni fra Turchia e Germania sono progressivamente peggiorate. La Germania ha apertamente criticato le “purghe sommarie” condotte dal governo turco contro oppositori e giornalisti, così come la riforma costituzionale in senso presidenziale, simbolo, sostiene Berlino, del crescente autoritarismo del Presidente, sospendendo, inoltre, ogni futura contrattazione sull’entrata del paese nell’Unione Europea.

In tutta risposta, la Turchia ha proceduto, solo nel 2017, all’incarcerazione di vari attivisti e giornalisti tedeschi attivi nel paese, fra cui Deniz Yücel, Mesale Tolu e Peter Steudtener.


La crescita del PIL in Europa ed in Italia

Secondo l’Eurostat, l’istituto statistico europeo, continua la crescita del PIL sia nell’Eurozona, che nel più vasto consesso dei 28 paesi dell’Unione Europea. Si tratta di un trend positivo che vede , rispetto ai primi tre mesi del 2017, una crescita nel secondo trimestre dello 0,6%, sia per la UE che per l’area Euro. Sul dato annuale questo si traduce in una crescita del PIL già acquisita, quindi reale, rispettivamente del 2,3% e del 2,2% rispetto all’anno precedente.

Nello specifico, la Germania fa segnare una crescita dello 0,6% arrivando, per ora, a quota 2,1% nel corso di quest’anno. In crescita anche la Francia, 1,8% sul dato annuale, la Spagna, 3,1%, e l’Olanda, 3,8%. Interessante anche il dato portoghese, 2,8% e quello dei paesi dell’est, ovvero i paesi che più di tutti usufruiscono dei fondi strutturali europei, che vanno dal 5,7% della Romania, al 3,6% dell’Ungheria e della Bulgaria, passando per il 4,5% della Repubblica Ceca ed il 4,4% della Polonia. Più staccata la Slovacchia, 3,1%.

Anche l’Italia si aggancia alla ripresa segnando il dato peggiore assieme al Belgio. 0,4% di crescita trimestrale per un 1,4% di crescita annuale già acquisita. Gli stessi dati risultano, però, superiori, e non di poco, alle previsioni pubblicate ad inizio anno.


Il licenziamento di Steve Bannon dalla Casa Bianca

In una mossa attesa, la Casa Bianca ha licenziato Steve Bannon, l’ex-direttore del blog Breibart, ideologo della destra tradizionalista e stratega della vittoria elettorale di Donald Trump. La mossa accade dopo che Bannon, in un intervista, aveva messo in discussione la strategia del Presidente sulla Corea del Nord, bollando le attuali manovre militari come mera propaganda.

Il licenziamento di Bannon arriva, inoltre, nel bel mezzo della tempesta scatenata della polemica sull’ipotetico appoggio, o mancata condanna, dei movimenti suprematisti bianchi da parte della Casa Bianca, gruppi vicini, fra l’altro, al blog Breitbart fondato dallo stesso Bannon.

Secondo indiscrezioni, dietro questo licenziamento, come agli altri accaduti negli ultimi 6 mesi, ci sarebbe la mano di Jared Kushner, il marito della figlia del Presidente, Ivanka, uno dei principali consiglieri politici di Donald Trump nonché rivale dello stesso Bannon.

Si conclude così l'avventura alla Casa Bianca di una delle figure più controverse dell'amministrazione Trump, ma non la sua parabola politica. Nelle ore successive al licenziamento, Bannon si è reinsediato alla guida di Bretibart, un terreno, quello del giornalismo politico on-line, più consono all'ormai ex-consigliere del Presidente.

Il braccio di ferro fra Turchia e Germania per l'Europa, con riserva - il Caffè del 22-8-2017

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