Non vorrei tessere le lodi della Germania, ma… - l’Opinione del 15-12-2017

 Angela Merkel e Martin Schulz, insieme ora come, al tempo della foto, in Europa. Grande Coalizione in arrivo? Foto:  European Parliament  Licenza:  CC 2.0

Angela Merkel e Martin Schulz, insieme ora come, al tempo della foto, in Europa. Grande Coalizione in arrivo? Foto: European Parliament Licenza: CC 2.0

L’Italia entra in campagna elettorale con l’incubo della governabilità, la Germania invece cerca di evitare il ritorno alle urne con l’incubo dell’instabilità.

Prima il paese, poi il partito. Un motto che si sente molto spesso uscire dalla bocca dei politici, siano essi francesi, statunitensi, italiani o tedeschi.

Una frase quasi ovvia e soprattutto ripetuta allo sfinimento in ogni momento di crisi, di “presa di responsabilità”. Una frase che porta al sospetto, almeno se sì Italiani e se si è cresciuti in una società di indignati cronici contro quella o quell’altra “casta”, reale, verosimile o inesistente.

Perché ne parlo? Perché è il motto con cui i socialdemocratici di Martin Schulz si approcciano alla terza Grande Coalizione o GroKo. Schulz come prima di lui due icone della sinistra tedesca quali Brandt e Schröder: prima la Germania e poi la SPD.

Nota bene, non mi interessa in questa sede alimentare il mito della superiorità tedesca, della loro superiore moralità o dell’ineluttabile efficienza nordica. No, non siam Report e la Germania è un paese pieno di difetti sociali, economici ed anche politici, ma c’è un principio a cui sembrano attenersi: la politica, anche se avvolta di sospetto, è una cosa seria e così va trattata.

I colloqui CDU-SPD. Torniamo, quindi, ai colloqui per la formazione di un nuovo governo, i quali, in due mesi e mezzo, hanno visto il fallimento della “coalizione” designata – ovvero di cui si parlava già prima delle elezioni -  ed il ritorno di una Coalizione scomodamente utile. Stiamo parlando della Coalizione Jamaica – l’unione fra CDU/CSU, FDP e Verdi – e della Grande Coalizione CDU/CSU-SPD, la quale è traducibile in italiano in “Grandi Intese”, tanto per dirlo.

Nel migliore dei mondi possibili, nel 2017 a Berlino sarebbe dovuto nascere la Jamaica, la coalizione capace di unire ecologia e liberalismo, attenzione sociale e business: una concretizzazione politica dell’immagine che la Germania proietta al suo esterno.  Una scelta voluta, attesa e quasi obbligata vista la decisione della SPD di rimanere all’opposizione. “I cittadini hanno punito la GroKo” professava Schulz a settembre, mentre Angela Merkel si volgeva verso il liberale Christian Lindner ed il verde Cem Ozdemir.

La reunion. Invece, a gennaio 2018 una CDU in attesa di un partner, una CSU che vorrebbe tanto andare a destra ed una SPD alla ricerca della sinistra perduta, si troveranno seduti attorno ad un tavolo cercando una qualche alchimia di governo, sapendo che l’unica alternativa sarebbe il ritorno alle urne. Un ritorno che tutti vorrebbero evitare.

“Hanno paura della AfD!” mi immagino penseranno molti di voi lettori. Sì, ma anche una bella dose di realismo: per il benessere del paese sono i partiti che si devono adattare ai risultati elettorali, non gli elettori ai partiti.

Italia-Germania. Qui risieda la differenza fra Italia e Germania diventa visibile. In un’Italia in cui le coalizioni (e non) si decidono prima delle urne ed in cui l’elettore “sovrano” deve capire che “mi devi dare il 41/2% altrimenti devo andare a fare il governo con quell’altro e mai nella vita!”, la scelta della SPD sarebbe accompagnata da manifestazioni per il voto, contro il governo “non eletto” o “abusivo”.

In Germania, invece, nonostante tutto (e vi assicuro sia CDU che SPD hanno molto da perdere in una GroKo), il “prima il paese, poi il partito” cerca di diventare una realtà.

Il rischio, per i socialdemocratici, ma anche per il centro, sarebbe il totale tracollo elettorale del partito, cosa che potrebbe avvenire indipendentemente da se la CDU accettasse o meno i punti avanzati da Schulz. Eppure si va avanti. Ed i tedeschi? Sono in piazza gridando al “tradimento” delle promesse elettorali? No. Secondo i sondaggi il 61% degli elettori è favorevole all’ennesima Grande Coalizione. Come dire: abbiamo votato ora tocca a voi trovare un accordo, non a noi risolvere il problema.

Così, fra coalizioni fallite e passi indietro, la Germania cerca di darsi un governo, come, dopo sei mesi di trattative, è successo in Olanda.

E noi?

Noi abbiamo un leader politico che pubblicamente riconosce che senza una maggioranza – con una legge elettorale che la rende difficile – alla sua coalizione, si dovrà tornare alle urne. A lui risponde un altro, il quale accusa gli avversari di aver già deciso un “alleanza delle Grandi Intese” – che da Berlino a Roma cambia un sostantivo e diventa un termine dispregiativo – ed un altro ancora che, a 3 mesi e mezzo dal voto cerca di capire se esiste una coalizione, tanto ricercata quanto inutile.

Ed il paese?

Beh, quella è una bella domanda a cui è proprio difficile rispondere.


Nota a piè pagina

Permettetemi di prendermi questo spazio per un piccolo disclaimer, perché so che commenti riceverò in calce a questa opinione e vorrei risparmiarmi un po’ di tempo. Oltre che testare quanti, fra i commentatori, arriveranno a questo punto!

 Secondo la nostra costituzione, il popolo elegge ogni 5 anni il Parlamento dando vita alla Legislatura. Quando il Parlamento si insedia, il Presidente della Repubblica, eletto dal Parlamento, NOMINA un Presidente del Consiglio che si reca alle camere per ottenere la fiducia.

Non esiste in Italia, la “candidatura” a presidente del Consiglio, non esiste neanche che il leader della maggioranza guidi il governo di default e, questo è importante, se cade il governo non è automatico che si vada ad elezioni. Non ci si va, neanche se il partito di governo perdere le comunali, le regionali o qualunque elezione intermedia anche solo parziale.

Dimenticavo, è così da sempre, dal 1948, perché non esiste neanche la seconda Repubblica, né tanto meno la terza o la quarta. In Francia, da dove arriva il termine, questo segue la riforma nell’ordinamento costituzionale.

Così tanto per ribadirlo.

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