Fake News, Facebook ed elezioni: noi, Zuckerberg e l'informazione

Fake News, Facebook ed elezioni: noi, Zuckerberg e l'informazione

 Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook è il protagonista di questa storia fra il personale ed il politico. Immagine: il Caffè e l'Opinione Licenza: CC 2.0

Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook è il protagonista di questa storia fra il personale ed il politico. Immagine: il Caffè e l'Opinione Licenza: CC 2.0

Non avrei mai immaginato di ricevere quella telefonata, né che questo mi portasse ad una storia degna di essere raccontata.

"Buongiorno, chiamo da Facebook, come posso esserle utile?" Così, comincia questa storia, con una telefonata e un problema: capire perché una mia inserzione sia rimasta 26 ore in analisi da parte di Facebook e perché, una volta approvata, sia rimasta online 35 minuti, ovvero sotto le 24 ore previste. 

La risposta è un laconico "siamo sotto elezioni", a cui, in un momento di forte ironia, stavo per rispondere con un "oh, hell yeah, baby, è il mio lavoro".

Il "caso". Il post incriminato è "Il 5 marzo di Matteo Renzi fra D'Alema, Berlusconi e... Macron?" in cui, citando come fonti POLITICO ed altri magazine autorevoli, si parla dell'eventualità che il PD esca dal gruppo socialista europeo per allinearsi al probabile prossimo eurogruppo guidato da Emmanuel Macron. Notizia, fra l'altro, mai realmente smentita. Nonostante questo, il post è rimasto bloccato per più di un giorno da Facebook per poi essere sbloccato per un totale di mezzora di visibilità (sulle 24 ore pagate).

Dopo la spiegazione, chiedo: "se ora prolungo, non dovrebbe esserci problemi, vero? In fondo l'avete già approvato". "Sì, non si preoccupi" la risposta.

Prolungo, esco, torno, vado a dormire, ed il mattino dopo la mia promozione è attiva da 10 ore, per un totale di 0 passaggi, 0 euro spesi: in sostanza, bloccata. Ci rinuncio, tolgo l'inserzione e torno al lavoro. 

Elezioni e social. Solo che mi rimane un quesito, possibile che una foto di Matteo Renzi, citare il suo nome (e quello di D'Alema, Berlusconi e Macron,) possa portare ad essere bollato di "notizia potenzialmente a rischio" solo perché siamo in campagna elettorale? Una domanda più che lecita, visto che la mia inserzione precedente, "Prima gli Italiani", Matteo Salvini ed il piano Kalergi: ignoranza, razzismo o fascismo? non ha avuto nessun problema, come le altre 30 nell'ultimo anno. 

Possibile che, viste le accuse dall'Europa e dal Ministero degli Interni, Facebook abbia così paura delle fake news da applicare una specie di blocco a tutte le inserzioni politiche, almeno quelle che vengono dai piccoli siti come il Caffè e l'Opinione? 

Ma soprattutto, quanto noi, lettori, blogger, editori, politici, siamo diventati dipendenti dai social?

La penetrazione di Facebook. Guardando quanto è successo durante le presidenziali americane, le la destabilizzazione del referendum sulla Brexit, o la nuova legge tedesca (che obbliga Facebook a severissimi controlli a tappeto), si può iniziare a capire il problema e le ansie di Facebook. Si possono anche capire, però, i problemi che questo atteggiamento possa causare.

Solo in Italia, Facebook conta, dati 2017, circa 30,5 milioni di utenti, 53% dei quali over 35 con gran parte del traffico proveniente principalmente dagli smartphone. Instagram, il social dei millennial arriva a 14,3 milioni di utenti, il 56% dei quali under 35. Twitter si ferma a 24 milioni di utenti ed un traffico inimmaginabile (non esistono cifre per l'Italia, ma nel mondo si contano 7950 tweet al secondo).

Per fare un confronto il Corriere della Sera, il quotidiano nazionale più letto, ha una diffusione di 298.722 copie,mentre tutta la carta stampata italiana, locale, sportiva, politica o generalista, raggiunge le 2.989.00 di copie. Il TG1 delle 20, il telegiornale più visto in assoluto, tocca i 6 milioni di spettatori: un ottimo risultato, ma limitato al periodo di trasmissione.

 L'algoritmo messo in opera da Facebook per "lottare" contro le Fake News. Il risultato, invece, è un sistema che favorisce i grandi editori e lascia ai piccoli l'unica strada dell'inserzionismo (o Twitter). Immagine: il Caffè e l'Opinione Licenza: CC 2.0

L'algoritmo messo in opera da Facebook per "lottare" contro le Fake News. Il risultato, invece, è un sistema che favorisce i grandi editori e lascia ai piccoli l'unica strada dell'inserzionismo (o Twitter). Immagine: il Caffè e l'Opinione Licenza: CC 2.0

Fake news e pubblicità. Tutto questo genera masse di utenti/elettori altamente profilati raggiungibili tramite contenuti a basso costo, siano essi post, articoli di giornale o condivisioni da gruppi. I social, infatti, e Facebook soprattutto, vivono di pubblicità e, grazie a questi profili, sono la gallina dalle uova d'ora  di qualunque inserzionista.

Chi ha avuto a che fare con Facebook Ads o Twitter Ads sa di cosa sto parlando, per gli altri basti sapere che si possono creare inserzioni mirate in base ai singoli interessi, caratteristiche demografiche, atteggiamenti sul social (propensione al like o alla condivisione) e location. A questo, infine, Facebook - come Google - aggiunge i propri algoritmi (e cookies).

Essere bollati come un sito "poco credibile" o "una fucina di fake news", oltre alle implicazione etiche, ha delle chiare conseguenze economiche: la perdita di inserzionisti e la diminuzione delle entrate. Se poi, come succede, buona parte degli inserzionisti sono editori e testate giornalistiche, cerchi un modo per salvare il tuo business.

Da qui la lotta alle fake news e i nuovi algoritmi (bloccare al 4% dei post visibili in bacheca quelli provenienti dalle pagine seguite) ed il blocco delle inserzioni "sensibili", come quella de "il Caffè".

 Come scovare una fake news nel modo più semplice del mondo: ragionando. Immagine: il Caffè e l'Opinione Licenza: CC 2.0

Come scovare una fake news nel modo più semplice del mondo: ragionando. Immagine: il Caffè e l'Opinione Licenza: CC 2.0

NOI e le fake news Chiaramente tutto questo servirà per aumentare gli introiti pubblicitari (chi può resistere, infatti, ad oltre 2 miliardi di account attivi), ma concentriamoci ora sul vero problema: noi, gli utenti.

Il vero pericolo non è Facebook o dei media in generale, ma dalla nostra passività nel non cercare conferme, nel non interessarci, nel non intervenire con gli strumenti a nostra disposizione, anche con un commento di smentita per evitare che bufale di ogni dimensione e portata, si diffondano.

Siamo noi utenti a partecipare ai gruppi, siano essi tematici o politici, dove la politica, ed il ragionamento, si perde di fronte al "tifo".

Siamo sempre noi, disillusi fruitori di uno strumento che non conosciamo, che finiamo per accomunare fake e real news alimentando il principale prodotto delle stesse fake: la diffidenza nell'informazione, nelle istituzioni, nella politica. Questo a priori di qualsiasi giudizio sui singoli casi. 

Cosa c'è infatti di più destabilizzante: creare un episodio collaterale (come l'elezione di Donald Trump) o instillare il dubbio che il proprio stato o parte di esso (politica, magistratura, governo, imprenditoria) operi contro gli stessi cittadini fino a diventarne nemico?

Queste sono le fake news, e, come altri fenomeni di isteria di massa, siamo noi utenti ad alimentarle.

Noi, gli utenti. Non c'è solo questo. Noi tutti siamo colpevoli perché abbiamo trasformato il social nella nostra vita fino a creare fenomeni di dissociazione fra social persona (allegra, attiva, cool) e la realtà della vita di tutti i giorni. Esattamente come postulato negli anni 80 dai profeti del Cyberpunk e, più recentemente, dalla serie cult Black Mirror.

Ancora più grave, facciamo questo con leggerezza, diventando noi stessi, i nostri hobbies, le nostre famiglie in profili pubblicitari fino ad arrivare a "subappaltare" il nostro intrattenimento (e conoscenze sociali, vedi Tinder o lo stesso Facebook) agli algoritmi (Netflix, YouTube).

Facebook, come tutti gli altri social, sono società private che noi abbiamo trasformato, in un momento in cui la fruizione del web avviene sempre più mediante smartphone che computer, in un sinonimo di internet. 

Con tutte le conseguenze del caso, anche in politica.

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