Eurozona, Visegrad, Brexit, Italia e Spagna: i cinque dossier dell'Europa nel 2018

Eurozona, Visegrad, Brexit, Italia e Spagna: i cinque dossier dell'Europa nel 2018

 I dossier sul tavolo europeo in questo inizio del 2018: asse franco-tedesco, Italia, Spagna, Romania, Brexit. Mappa: il Caffè e l'Opinione Licenza: CC 2.0

I dossier sul tavolo europeo in questo inizio del 2018: asse franco-tedesco, Italia, Spagna, Romania, Brexit. Mappa: il Caffè e l'Opinione Licenza: CC 2.0

La SPD farà parte della nuova edizione della Grande Coalizione con la CDU/CSU. Si consolida così l’asse franco-tedesco, ma altre questioni rimangono sul tavolo dell’Unione Europea.


Sommario

  • la SPD si spacca, ma appoggia la Grande Coalizione
  • Macron, Merkel e May: l’ascesa del nuovo “frontman” europeo
  • l’Italia ed i dubbi dell’Europa
  • il “presidente olografico” Carles Puigdemont

berlino europa oggi.png

Per Karl Lauterbach, vice-capogruppo della SPD al Bundestag, la questione è semplice: “credete veramente che ci sia spazio per realizzarlo [il cambiamento del paese] senza partecipare al governo?”

Un richiamo al realismo ed alla ragion d’essere dei socialdemocratici tedeschi, il riformismo, la ricerca del compromesso ed il pragmatismo politico. Parole che sembrano, assieme a quelle della capogruppo Andrea Nahles, aver fatto breccia fra i delegati al congresso straordinario del partito che alla fine di una lunga giornata hanno approvato la “Grande Coalizione” (GroKo) con 362 voti favorevoli e 279 contrari.

Un voto non facile, che ha richiesto due letture e che ha visto pochi vincitori ed una grande vittima: la SPD inequivocabilmente in crisi di identità.

Boom Deutschland e crisi sociale. Come i socialdemocratici, la Germania è un paese spezzato in due. Da una parte la Boom Deutschland, quella che taglia il proprio debito di 19 punti percentuali in 4 anni (dall’88 al 69% del PIL), quella che contestualmente cresce del 2.8% e che vede un costante aumento delle esportazione.

Dall’altra c’è la Germania dell’aumento della diseguaglianza sociale, dell’aumento della forbice fra ricchi e poveri, delle pensioni basse e delle assicurazioni sanitarie di seconda classe.

Due mondi che sono entrati in conflitto nel corso degli ultimi sotto le accuse di “dumping salariale” e definitivamente deflagrate fra crisi economica e questione migranti mettendo le basi per la repentina crescita delle pulsioni populiste nel paese.

Le due anime della SPD. Fra interessi dei lavoratori, soprattutto di quelli atipici, e quello di mantenere in moto la locomotiva tedesca, si è persa la SPD.

Con i sondaggi che la spingono sempre più in basso (18%, prossimi a AfD, Linke e Verdi), la dirigenza socialdemocratica ha scelto di non lanciarsi una nuova tornata elettorale – che avrebbe molto probabilmente comportato un cambio totale ai vertici - e di “scommettere” su un ulteriore esperienza di governo, nella speranza di far passare le proprie riforme e riguadagnare la fiducia del proprio elettorato.

Un piano azzardato che ha visto il segretario Martin Schulz accettare una verifica nel partito fra due anni ed il rischio di passare alla storia come il “capro espiatorio” di un definitivo tracollo di un partito in cui molti si chiedono, come sottolinea il settimanale Die Zeit, se esso sia ancora una forza rilevante in Germania o sia ormai irrilevante, come gli emuli olandesi e francesi.


francia.png

Più che la SPD e la sua attuale dirigenza, ad uscire trionfanti dal congresso dei socialdemocratici sono due figure esterne: Angela Merkel, la quale “guadagna” almeno altri due anni di governo ed Emmanuel Macron, il quale ritrova il suo alleato principale.

Mai come in questa fase di “assenza” della Germania dal palcoscenico internazionale, l’ascesa del Presidente francese quale nuovo protagonista europeo ed “erede” di Angela Merkel è apparsa in maniera così lampante nel continente.

Due tappe fondamentali si sono verificate proprio nella settimana precedente al congresso socialdemocratico: il viaggio di Macron in Gran Bretagna e la visita a Parigi di Angela Merkel.

Macron, la Brexit e Theresa May. Nel corso dell’incontro con il Primo Ministro britannico Theresa May all’accademia militare di Sandhurst, Emmanuel Macron ha ribadito la propria posizione sul futuro assetto dei futuri rapporti fra UE e Regno Unito, affossando quel che rimaneva delle speranze britanniche di trovare “alleati” mentre si avvicina l’inizio delle trattative commerciali.

Questo era, infatti, l’obiettivo della Gran Bretagna: ristabilire un asse privilegiato con Parigi facendo leva sui comuni interessi militari e nel controllo dell’immigrazione allo scopo di strappare qualche concessione sulla libera circolazione dei prodotti finanziari britannici.

Un piano riuscito a metà. Macron è andato via dal paese con in tasca un nuovo accordo bilaterale su immigrazione e sicurezza, "l'accordo di Sandhurst", che impegna Londra a contribuire per 50 milioni di euro per il controllo dei porti di Calais e Dunkerque oltre a prendersi carico del ricongiungimento dei minorenni.

Parigi contro Londra. Quando, però, Theresa May ha avanzato l'idea di mantenere un certo grado di libero accesso dei prodotti finanziari della City di Londra al mercato europeo, Macron ha infranto immediatamente le speranze britanniche.

"Permettetemi di fare chiarezza" ha esordito, infatti, Macron "Non sono né per le punizioni né per le ricompense, voglio solo essere sicuro che il mercato unico sia preservato come caratteristica principale dell'Unione”.

“La scelta è della Gran Bretagna, non mia" ha continuato "[Londra] non può vedersi concedere un accesso preferenziale al mercato unico europeo per i soli servizi finanziari. Se vogliono avere accesso al mercato unico, volentieri (“be my guest”), ma questo comporterà la contribuzione al budget ed il riconoscimento della giurisdizione europea [e dei suoi standard] sui prodotti britannici. Queste sono le regole ed è un sistema che è già in atto con la Norvegia. In alternativa [...] possiamo avere accordi su alcuni punti, ma non allo stesso livello di vantaggi della situazione odierna"

Parigi e Berlino. Tornato in patria Macron ha accolto poi, venerdì 19, la Cancelliera tedesca Angela Merkel all'Eliseo in quello che per molti osservatori ha rappresentato il primo passo di un cambio della guardia, almeno dal punto di vista mediatico, nella guida della UE.

Un incontro cordiale inteso a rafforzare l’immagine di unità fra i due maggiori partner continentali. “Non c'è nessuna differenza fra Francia e Germania" ha difatti sottolineato Angela Merkel "entrambi vogliamo dar vita ad un grande progetto per l'Europa che [...] porti fiducia e soddisfazione ai suoi cittadini".

L’obiettivo rimane la riforma dell'Eurozona attorno ad una maggior integrazione economica e politica dei paesi Euro e più vicina a quella già esistente, nel campo dell'istruzione, della cultura e sulla sicurezza, fra Francia e Germania.

Un piano che comprende ormai esplicitamente l'unione bancaria, questione su cui i tedeschi hanno sempre avuto qualche titubanza. Di questo hanno discusso i due ministri delle finanze, Peter Altmeier (succeduto a Schäuble ora presidente del Bundestag) e Bruno le Maire e che ruota attorno alla proposto dei bond franco-tedeschi, soluzione che ridurrebbe l'esposizione tedesca ai debiti dei paesi più a rischio permettendo. Un compromesso "attendista" ma che non esclude la successiva entrata di altri paesi nell'accordo.

Per approfondimenti:

Merkel e Macron: POLITICO

la riforma dell’Eurozona secodo Bruno Le Maire: POLITICO


L'Opinione

Copertina Ristretto 2 (3).png

Perché la comunicazione (nell'era dei social) è la fine della politica - l'Opinione #Italia4marzo

Si può ancora comunicare di politica nell'era dei social? O dobbiamo arrenderci alla propaganda ed alla demagogia?


italia matta d'europa.png

Se Francia e Germania sembrano tornare ottimiste sul futuro del continente, a preoccupare – vista anche la progressiva uscita dalla crisi di alcune ex-“grandi malate” come Irlanda e Portogallo – rimane, soprattutto, il terzo co-fondatore dell’Unione: l’Italia.

L’Italia, l’Europa ed il 4 marzo. In un quadro fatto di annunci di aumento della spesa, investimenti senza coperture finanziarie in un paese il cui debito pubblico, nonostante la flessione confermata anche da Bruxelles, rimane sopra il 130% del PIL, l’Europa si trova nella situazione paradossale di sperare nell’instabilità politica, ovvero che nessun schieramento esca dalle elezioni con una chiara maggioranza

Questo soprattutto se un “nuovo governo” facesse rima con il Movimento 5 Stelle o la presenza della Lega di Matteo Salvini. I partner europei non temono, però, la possibile uscita dell'Italia dall'Euro (impossibile) o "il riallineamento pro-Visegrad dell'Italia" (Roma, infatti, ha bisogno della solidarietà europea sui migranti, Visegrad 4 ne è invece totalmente contraria), bensì l'ulteriore marginalizzazione politica del paese dal blocco continentale e lo stop della seppur debole crescita.

Mai come ora l'Italia è l'ago della bilancia in Europa. Gli altri 26 paesi, soprattutto Francia e Germania, hanno bisogno di un’Italia stabile economicamente e non marginalizzata dal punto di vista politico per portare avanti la riforma dell’Eurozona. Cosa che sarebbe molto difficile qualora al governo salissero schieramenti e partiti pro-spesa.


CO Cultura!


romania.png

Parlando di Visegrad, e dei paesi ad esso vicini, continua il braccio di ferro fra il "blocco occidentale" e quello "orientale dell'Unione Europea. Il nuovo fronte sarebbe la Romania.

Il casus belli, qui come in Polonia sarebbe la riforma della giustizia, approvato a inizio gennaio dal parlamento guidato dal partito socialdemocratico (PSD) di Liviu Dragnea, leader interdetto dai pubblici uffici per frode elettorale ed accusato di abuso di ufficio. La riforma, in arrivo al senato, andrebbe ad annullare le norme anti-corruzione introddotte nel 2004-2007 dall'ex-ministro delle giustizia Monica Macovei e propedeutiche all'entrata del paese nell'Unione Europea (2007).

Le nuove norme depenalizzerebbero il reato di abuso di ufficio qualora la cifra coinvolta sia inferiore a 200.000 euro e l'abbassamento delle pene per il reato di corruzione. Altri codici riguardano la forte restrizione all'uso di intercettazioni ambientali video e audio.

Oltre alle opposizioni, le nuove norme sono criticate dalla magistratura, dall'unità di investigazione anti-corruzione e dall'opposizione supportate da larghe proteste di piazza.

Di fronte alle riforme l'unità di controllo anti-corruzione dell'Unione Europea, nota come Greco, ha messo in statoo di accusa la Romania chiedendo alla commissione europea una "urgente valutazione" della riforma rumena. Secondo il Greco, Bucharest avrebbe ottemperato a solo due delle tredici raccomandazioni contro la corruzione mosse dall'organismo europeo.

La mozione ha ricevuto il supporto di Francia, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Belgio, Danimarca e Finlandia. Ora la Romania - come la Bulgaria e l'Ungheria - rischia l'attivazione dell'Articolo 7 del Trattato di Lisbona con relative sanzioni fino alla sospensione del diritto di voto nelle istituzioni continentali: lo stesso meccanismo che dovrebbe colpire la Polonia nei prossimi mesi.


europainsider.png

Un’altra questione rimasta aperta in Europa è la Catalogna ed il braccio di ferro esistente fra gli indipendentisti catalani ed il governo spagnolo dentro e fuori la regione. Nonostante la vittoria, i liberali unionisti di Ciudadanos (Cs) hanno rinunciato, per mancanza dei numeri, alla formazione del governo, lasciando l'onere a Junts per Catalunya (JxC) il partito dell'ex-presidente della Generalitat Carles Puigdemont.

Proprio Puigdemont si sarebbe ricandidato alla presidenza della regione, sostenuto dal presidente del parlamento catalano Roger Torrent., il problema? Intende farlo da Bruxelles dove si è auto-esiliato per evitare l'incarcerazione per sedizione e incitamento alla secessione.

"Sono un membro del Parlamento" dice Puigdemont "e come tale sono eleggibile come presidente". L'idea, dice il leadr di JxC sarebbe di usare Skype per governare mediante video-conferenza, un idea bollata da Madrid come "assurda".

Nel corso della sua intervista Catalunya Radio, Puigdemont non ha chiarito se intende proseguire o meno sulla strada della "dichiarazione unilaterale di indipendenza", negata in campagna elettorale, o meno, limitandosi a ribadire che il suo interesse è la "restaurazione" della sua amministrazione precedente, annullata dal governo spagnolo a novembre.

A complicare il panorama politico, c'è il fatto che nonostante i numeri, i partiti indipendentisti rischiano di non avere i voti per un nuovo governo. Il leader della Sinistra Repubblicana Oriol Junqueras e parlamentare rimane in prigione, così come, all'estero, rimangono Puigdemont e altri 4 ex-membri del suo gabinetto. Questo porterebbe il totale dei voti degli indipendetisti da 70 a 65, tre sotto la maggioranza..


Il futuro della Siria, qualunque sia, parte da Afrin

Il futuro della Siria, qualunque sia, parte da Afrin

La politica internazionale vista attraverso le mappe

La politica internazionale vista attraverso le mappe