Quel filo che congiunge Brexit,Catalogna, Visegrad e Ius Soli - l'Opinione del 4-1-2017

Quel filo che congiunge Brexit,Catalogna, Visegrad e Ius Soli - l'Opinione del 4-1-2017

 La bandiera Europea del Quirinale. Foto:  bob  Licenza:  CC 2.0

La bandiera Europea del Quirinale. Foto: bob Licenza: CC 2.0

Esiste una sottile linea rossa che lega la Brexit, la "questione catalana", la "rivolta" - ci torneremo - dei Visegrad 4 e la stucchevole polemica contro lo "Ius Soli" che abbiamo vissuto in Italia.

Potete chiamarla "identità", "sovranità", autodeterminazione dei popoli o come volete, ma io preferisco identificarla come paura. Un timore primordiale, ingenuo e dannoso di veder sparire, all'interno della UE nello specifico o con "l'immigrazione", la propria "identità" sia essa locale, culturale, statuale o storica.

Il passare, quindi, da qualcosa di definito e "rassicurante" a qualcosa di spaventoso, indefinito: dall'essere "una nazione omogenea" ad un'agglomerazione di esseri umani; dall'esser culture identitarie ad un insieme di identità culturali.

Brexit. Se vi andate a rileggere la propaganda pro-Brexit troverete diverse declinazioni di questo stesso principio: il "tornare ad essere padroni del proprio destino", "padroni in caso propria", riacquistare "il controllo nazionale" e tanti altri slogan. Tutti che ruotano attorno al concetto di proteggere il costrutto che abbiamo creato fra cultura, identità, popolo, nazione, patria e stato.

Nota bene, non mi riferisco con questo agli euro-scettici, ma agli stessi "europeisti" più atti ad avvantaggiarsi della UE che a contribuire alla sua crescita.

Visegrad. Le stesse identiche parole d'ordine le ritroviamo nella cosiddetta "rivolta" dei paesi del Visegrad 4 (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia) contro l'Unione Europea sia sulla questione migranti (il rifiuto di accettare le quote decise dalla Commissione), sia per la questione della riforma della giustizia (condannata dall'Europarlamento).

Certamente esistono decine di"scusanti" per il loro atteggiamento, ma ciò non toglie che le parole d'ordine siano le stesse: la "difesa della libertà" dello "stato", del "popolo", quello dei "diktat esteri" che vanno ad inficiare "l'identità" della "nazione XYZ".

Questo anche se l'Europa non ha mai limitato le identità culturali, né proibito la libera espressione del proprio "essere", qualcuno potrebbe dire "hanno ragione!" e come dargli torto? In fondo cosa esiste di più genuino, profondo e, come tale, pericoloso del riconoscersi come un "NOI" minacciato dagli "ALTRI", siano essi l'Europa, la Germania, l'Islam, gli immigrati?

Cultura morta. Peccato che in questo ragionamento c'è qualcosa di erroneo, di anti-storico e, soprattutto, anti-umano: l'idea che la cultura, e con essa l'identità, esista (o, meglio, resista) solo se connessa ad una ben specifica identità politica e nazionale, sancita dal sangue. Quasi come se la cultura italiana non esistesse prima del 1861, quella tedesca prima del 1871 e che tutte le culture europee e mediterranee non siano interconnesse fra loro.

Legare l'identità a delle linee sulle cartine, alla "sovranità" o al "sangue" - vedi tutta la questione dello Ius Soli in Italia - è riduttivo, così come pensare che la cultura vada "difesa dall'assalto esterno". Una delle paure ataviche dell'essere umano che va a trasformare la cultura stessa da soggetto vivo in perenne mutazione ad oggetto museale da conservare e preservare.

Un "concetto" che viene da popoli che nascono dal mutamento culturale e dalla mescolanza etnica molto di più, e in maniera più costante, di tante altre regioni del mondo.

Chi siamo o cosa siamo? Si tratta di un paradigma - identità culturale uguale nazione/popolo uguale stato uguale patria - che stride non solo con quello che è ora il mondo, ma con quello che è stata la stessa evoluzione della cultura di ogni singola regione europea e di cui noi siamo tutti esempi.

Siamo italiani ed europei per nascita? O lo diventiamo perché cresciamo in un ambiente culturale italiano? Siamo Europei perché abbiamo deciso di esserlo, o perché viviamo in un'ambiente culturale europeo? Perché possiamo leggere Repubblica come Le Monde come la FAZ o andare a Bari come a Parigi come a Londra?

Il vostro scriba, preso come individuo, ha le sue radici culturali che dipendono dalla mia educazione (sia pubblica che famigliare), da dove ho vissuto e dalle esperienze che ho fatto e faccio. Questa mia identità culturale è genericamente assimilabile a quella di mia nonna essendone, allo stesso tempo, diversa, esattamente come la sua è diversa da quello di sua nonna e via discorrendo.

Sono e rimango italiano, ma sono anche europeo, ligure, piemontese e tedesco.

Ed allora? Che fare in un'Europa di stati in cui gli interessi e le identità nazionali si scontrano con quelli europei?

Si cerca il compromesso ed è esattamente quello per cui esistono la Commissione, l'Euroconsiglio e l'Europarlamento. Il problema è come farlo quando esistono 27 identità contrapposte che, soprattutto in questo momento storico, si auto-alimentano nella contrapposizione con "Bruxelles" visto che, per sua definizione, l'Europa non può diventare uno "stato-nazione".

Europa multi-culturale. La risposta, paradossalmente, arriva dalla Catalogna. No, non preoccupatevi, non intendo difendere quella che è, nella sostanza, l'ennesima declinazione, in chiave regionale, dello stesso paradigma, ma citare  Arturo Mas, indipendentista, predecessore di Carles Puigdemont al governo regionale e presidente del partito stesso di Puigdemont. 

Intervistato dal Financial Times all'apice della "questione indipendentista catalana", Mas dichiarò una semplice cosa, "se fossimo una regione all'interno di una vasta federazione europea, non avremmo nessun bisogno dell'indipendenza". Un tentativo estremo di accattivarsi le simpatie europee? Probabile, ma Mas ha posto una questione semplice: quella che l'Europa si può fare solo quando abbandoneremo il concetto di "identità nazionale" - e di sangue - a favore di "un'identità culturale". 

Un'Europa che già esiste. Solo quest'ultima, la quale esiste in quello (lingua, educazione, esperienza) che ogni singolo è a priori di una "definizione generalizzata" quale quella nazionale, può "salvare" l'Europa come costrutto politico salvaguardando le diverse sue componenti, non fantomatiche riforme anti-burocratiche o simili.

Tocca farsene una ragione, perché mentre una parte (consistente) degli Europei continua a guardarsi la punta delle scarpe, altrettanti si spostano, si mescolano, vivono e nascono distruggendo - in maniera positiva - quei confini che ci siamo posti secoli fa. 

Perché quell'Europa tanto temuta - quella multi-etnica, meticcia - esiste già e, lo si voglia o no, siamo tutti, prima di tutto, europei: io, voi, mia nonna, un francese, un tedesco o un polacco.

Tutti.

 

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