Europa in crisi, Europa che cresce: le due facce del continente – il Caffè della Domenica del 26-11-2017

La mappa d'Europa e del suoi problemi, dalla Francia alla Germania, dall'Italia alla Spagna, dall'Est alla Gran Bretagna. Eppure l'Europa cresce, ma che succede? Autore: il Caffè e l'Opinione Licenza: CC 2.0

L'Europa continua a crescere, la crisi economica è alle spalle e nei prossimi mesi si sentiranno le prime ricadute positive anche nei paesi più "svantaggiati". Eppure, l'Europa sta attraversando diverse crisi, perché?


Grande coalizione sì, Grande coalizione no.

“Gli elettori hanno dato mandato alla CDU di formare un governo” ha sostenuto Angela Merkel sabato 25 novembre davanti ai militanti cristiano-democratici del Mecklenburg-Vorpommern e per questo motivo, la Cancelliera rinnova il proprio impegno per cercare una coalizione di governo. L’ideale, continua Merkel, sarebbe formarla con la SPD, per affrontare “assieme le sfide” che si stagliano nel futuro della Germania e dell’Europa.

Una Merkel decisa, sicura di sé, forte delle aperture arrivate il giorno prima dai socialdemocratici della SPD, possibilisti sulla riapertura del dialogo fra i due maggiori partiti. Una Cancelliera rinata, molto diversa da quella emersa il 20 novembre dal fallimento delle trattative di governo, tavolo saltato per l’uscita dai negoziati del leader dei liberali (FDP) Christian Lindner.

La risurrezione. In quel preciso momento la carriera politica di Angela Merkel, la Cancelliera “eterna”, sembrava essere arrivata al termine. Troppo pochi, infatti, i seggi al Bundestag di CDU/CSU e Verdi per formare un qualsiasi governo mentre dal Segretario dei socialdemocratici Martin Schulz arriva soltanto il rifiuto a riportare la SPD all’interno di una Grande Coalizione.

La strada per le elezioni anticipate sembrava segnata e con essa, viste le critiche che cominciavano ad emergere nella stessa CDU, la probabile chiusura dell’era Merkel. Questo, però, prima dell’intervento del Presidente federale Franz-Walter Steinmeier, socialdemocratico ed ex-rivale/alleato della Cancelliera. Suo il merito di avere convinto Schulz a tornare, almeno parzialmente, sui suoi passi.

Groko? Sì, no, forse. Nonostante l’impegno del Presidente, realizzare la Groko (acronimo tedesco per Grande Coalizione) potrebbe risultare complesso. Il problema risiede nei programmi dei due partiti soprattutto sull’immigrazione. Infatti, nello sforzo di bloccare l’emorragia di voti verso l’ultra-destra e strizzando l’occhio alla CSU, la Cancelliere sarebbe infatti favorevole ad istituire un tetto sugli arrivi dei migranti, pari a 200.000 l’anno.

Su questo, dice il capogruppo socialdemocratico Ralf Stegner, non ci sarebbe discussione. Il “tetto” ridurrebbe il ricongiungimento familiare andando contro la convenzione di Ginevra. Non sarebbe l’unico punto, la SPD punta a cospicui investimenti su educazione e lavoro – contro il dumping salariale interno – che contrastano con la volontà di Angela Merkel di mantenere i conti in ordine, tagliare le tasse ed investire sulla digitalizzazione dell’apparato statale.

Di fronte alle divisioni, dalla CSU il segretario Horst Seehofer ribatte con un sì alla Groko, considerata la migliore “alternativa per la Germania”, pur augurandosi che la SPD rimanga “realista”. Un auspicio che si augura, in altro contesto, anche parte della SPD, pronta ad opporsi alla Coalizione qualora i socialdemocratici dovessero rinunciare a troppo. “Angela Merkel”, sostiene Malu Dreyer governatrice della Renania, “non sarebbe nella posizione di dettare condizioni”.

Colloqui difficili, ma, come sottolinea la Frankfurter Allegemeine Zeitung, la Germania ha bisogno di un “governo stabile”, per se stessa e per l’Europa.


  Foto della Settimana:  Martin Schulz, alta la pressione sul leader della SPD per un compromesso di governo con la CDU di Angela Merkel. Foto:  SPD Schleswig-Holstein  Licenza:  CC 2.0

Foto della Settimana: Martin Schulz, alta la pressione sul leader della SPD per un compromesso di governo con la CDU di Angela Merkel. Foto: SPD Schleswig-Holstein Licenza: CC 2.0


FDP: la rottura ed il nuovo panorama politico tedesco

All’indomani della rottura con CDU e Verdi erano in molti a chiedersi perché Christian Lindner avesse deciso di portare la FDP fuori dalle trattative. Ovvero, perché un partito al 10%, rientrato in parlamento dopo 4 anni di assenza e considerato l’alleato tradizionale della CDU, fosse pronto a giocarsi tutto e ritornare alle urne.

Si è trattato di un caso di follia? Di un calcolo elettorale? Oppure, come ha affermato lo stesso Lindner, la FDP non poteva assumersi la responsabilità di appoggiare un governo nero-verde?

La risposta sta arrivando nel corso degli ultimi giorni ed è sottolineata da un aumento delle iscrizioni al partito, 437 in meno di cinque giorni: la FDP ha lanciato un OPA politica sulla destra tedesca, un elettorato rimasto senza punti di riferimento dopo la progressiva marcia verso il centro e la sinistra di Angela Merkel.

Con la sua mossa, infatti, Lindner ha raggiunto due obiettivi: dimostrarsi alternativo alla CDU con un programma marcatamente liberale che contrasta con le aperture ecologiste e sociali dei cristiano-democratici; mostrarsi non interessato al potere, bensì ligio alle proprie posizione. Come dire, perdere una posizione di potere immediata – il Ministero delle Finanze in un governo a guida centrista-ecologista – per un vantaggio a lungo termine: aumentare il proprio consenso elettorale.

Sono tanti i possibili transfughi. Si va dalla destra liberal-conservatrice della CDU, da frange della CSU stanche del tradizionalismo bavarese oltre agli ultra-liberisti che fanno parte di AfD in uscita dal partito dopo la svolta “nazionalista” del partito. U

n mercato in cui si è inserita la stessa ex-Segretaria del partito, Frauke Petry la quale ha annunciato la nascita della sua nuova formazione, i die Blauen pronti a competere in Baviera nel 2018 per le elezioni regionali.

Così, all’ombra del fallimento della Jamaica, si va a configurare un nuovo panorama politico nazionale con due partiti “estremisti”, Linke ed AfD, i Socialdemocratici, i Verdi e la CDU dagli elettorati sempre più “affini” ed a destra la FDP affiancata dai “nuovi” liberisti dei Blauen.

Per saperne di più: 


L’Opinione

Che succede quando un popolo perde il contatto con la propria forma democratica. Che tutto diventa possibile ed ogni sparata nasconde un fondo di atroce possibilità

La democrazia notarile – l’Opinione del 25-11-2017


La Brexit ed i danni all’Europa

Mentre la Gran Bretagna fa i conti con la difficoltà di trovare una qualsiasi formula per uscire dallo stallo, la Commissione Europea manda un deciso allarme ai governi dei 27: anche per l’Europa, la Brexit, se mal gestita, potrà avere delle gravi conseguenze.

Il problema, sottolinea Bruxelles, si annida nel futuro del budget europeo e nella decisione che dovrà operare l’Euroconsiglio se tagliare o meno il budget in funzione dell’uscita della Gran Bretagna nel 2019.

L’uscita di Londra comporterà, infatti, un taglio del 12.5% del budget europeo. Se l’Europa decidesse di non aumentare la contribuzione di ogni singolo paese in modo da colmare il vuoto lasciato dai fondi britannici si rischierebbe una taglio dei fondi strutturali a danno, soprattutto, dei paesi occidentali.

Come funzionano i fondi. L’Europa, infatti, distribuisce i propri fondi (siano essi per lo sviluppo regionale, quelli sociali, quelli di coesione o i fondi per l’agricoltura e la pesca) secondo una mappa in cui ogni regione di ogni singolo paese è catalogato a seconda del proprio PIL rispetto alla media europea (NUTS) indipendentemente dal PIL del singolo paese.

In concreto, e portando l’Italia come esempio, le regioni del sud ricevono un quantitativo di aiuti uguale o superiore a quello delle regioni “disagiate” della Polonia o dell’Ungheria, e decisamente più alto rispetto al nord Italia, il cui PIL è molto superiore alla media europea.

 Günther Oettinger, commissario europeo per il bilancio. Foto:  European Parliament  Licenza:  CC 2.0

Günther Oettinger, commissario europeo per il bilancio. Foto: European Parliament Licenza: CC 2.0

I problemi del budget. Se i 27 decidessero di non compensare l’uscita dalla Gran Bretagna, la Germania, la Francia, l’Irlanda, i Nordici e l’Austria perderebbero in toto i fondi strutturali. Nei paesi meridionali, fra cui l’Italia, solo Cipro, Grecia e Portogallo li manterrebbero completamente, mentre in Spagna ed Italia, questi verrebbero dati solo alle regioni più meridionali.

Qualora, quindi, si decidesse di rompere lo status quo e tagliare, argomentano da Bruxelles, a rischio ci sarebbe “coesione” dei 27, ovvero la solidarietà continentale, uno dei principi fondanti dell’Unione. Questo, sottolinea Jean-Claude Juncker, potrebbe diventare “l’ultimo veleno” nel cuore dell’Unione.

La decisione è attesa per maggio, quando la commissione dovrà iniziare i lavori preparatori per il prossimo settennato.

Per approfondimenti: 

- il buco di 20 miliardi della Brexit: the Guardian

La crisi politica tedesca ed altre notizie dall’Europa – il Ristretto del 22-11-2017


 Oriol Junqueras, leader della Sinistra Repubblicana Catalana. Foto:  Marc Puig i Perez  Licenza:  CC 2.0

Oriol Junqueras, leader della Sinistra Repubblicana Catalana. Foto: Marc Puig i Perez Licenza: CC 2.0

Il passo laterale della Catalogna

Manca meno di un mese alle elezioni regionali speciali della Catalogna e, sembra, che il fronte unionista abbia elaborato una nuova strategia: sì al dialogo con Madrid ed abbandono dell’idea di “indipendenza unilaterale”.

Un atto di pragmatismo – o, meglio, realismo – che diventa-  alla luce di quanto avvenuto fra ottobre e novembre – un passo indietro da parte delle stesse persone che hanno trascinato la regione in questa situazione.

Sì, perché la rinuncia all’unilateralità dell’indipendenza, quindi anche a quella “autodeterminazione” che sembrava essere alla base del percorso politico catalano, arriva dall’ex-Presidente Carles Puigdemont, leader del PDeCAT e della Junts per Catalunya, e dal suo ex-vice Oriol Junqueras della Sinistra Repubblicana (ERC).

Con questa decisione, pur non rinunciando in toto all’indipendenza, i due partiti principali del fronte sovranista sembrano schierarsi su posizioni più assimilabili con Catalunya en Comu’ (CeC), la frangia catalana di Podemos, autonomista, rompendo con l’intransigente CUP.

Una decisione fatta molto probabilmente fatta in vista delle elezioni. Anche correndo con il CUP, Junts per Catalunya ed ERC non arriverebbero alla maggioranza dei seggi necessari per formare un governo. Vista l’avanzata degli unionisti di Ciudadanos e del Partito Socialista, l’unica speranza per tornare al governo sarebbe, infatti, proprio un’alleanza con Cec.

Per saperne di più:

La crisi politica tedesca ed altre notizie dall’Europa – il Ristretto del 22-11-2017


Il Mediterraneo e l'Italia

Si aprirà giovedì 30 novembre al Gran Hotel Parco dei Principi la terza edizione del Forum Med 2017 organizzato dall'Istituto Studi Politici Internazionali (ISPI) e dal Ministero degli Esteri. Tema del congresso le sfide e le opportunità di sviluppo dei paesi affacciati sul Mediterraneo. 

Per il Presidente del Consiglio dei Ministri italiano Paolo Gentiloni, il forum sarà un modo per riaffermare la centralità del Mediterraneo nella politica estera italiana. Non si parlerà, dice il Premier, solo di "radicalizzazione islamista, immigrazione clandestina o conflitti", ma, soprattutto, delle opportunità che il bacino mediterraneo offre all'Italia ed al resto dell'Europa siano esse economiche che turistiche o culturali.

L'obiettivo, chiosa Gentiloni, è fare del Mediterraneo non solo un "confine, ma un orizzonte comune per l'Italia e l'Europa.

Nell'ambito del Forum Med, il Caffè e l'Opinione proporrà due settimane di speciali sul Mediterraneo.

Per approfondimento:

- presentazione ufficiale del Forum Med 2017: la Farnesina

Stati Uniti d'Europa? La nuova frontiera dell'indipendentismo catalano - il Ristretto del 28-11-2017

La democrazia notarile – l’Opinione del 25-11-2017