Quella corsa al 2%: come Erdogan teme le prossime elezioni - il Caffè della Domenica del 3-12-2017

La fine del'era Erdogan è possibile? Potrebbe, stando almeno ai sondaggi attuali. Mancano ancora due anni alle elezioni, ma la corsa è già iniziata.


Sommario:

  • la Turchia di Erdogan e la sua sfidante: Meral Aksener
  • i Rohingya ed il Papa
  • I mille cavilli della Brexit
  • in breve: Portogallo, Spagna, Germania

Quel "maledetto" 2.3%.

Mancano 24 mesi e solo due candidati, finora, hanno già annunciato il proprio interesse (Erdogan e Ogan per i nazionalisti), ma la corsa alle presidenziali turche del 2019 è in realtà già incominciata. I motivi sono essenzialmente due. 

Innanzitutto nel 2019 entrerà in vigore il nuovo presidenzialismo "sbilanciato" che prevede l'accentramento di poteri sul Presidente, la sparizione della carica di Primo Ministro e, infine, la riduzione di poteri del Parlamento. Chi vince le elezioni del 2019, sostanzialmente, prende tutto avendo abbastanza poteri per plasmare la nuova Turchia.

Il possibile ballottaggio. O forse no, perché la vittoria di Erdogan risulta essere meno scontata di quanto si pensi, nonostante il controllo quasi militare che il Presidente ha sul Parlamento, sulla Polizia e sugli organi di informazione. Secondo gli ultimi sondaggi - quelli non provenienti direttamente dal partito del Presidente - Erdogan raggiungerebbe il 47,8% dei consensi al primo turno, 2.3 punti in meno dell'automatica vittoria. 

Questo porterebbe il Presidente ad un rischioso ballottaggio, il che ci porta diretti al secondo motivo: la fine dell'era Erdogan. La perdita simultanea, al referendum costituzionale, delle tre città principali del paese (Istanbul, Ankara e Bursa), ha dato fiducia all'opposizione nonostante la, nei fatti, messa fuorilegge del partito Democratico del Popolo (HDP).

 Meral Aksener, leader del IYI Parti e possibile sfidante di Erdogan nel 2019. Foto:  malatyahaber44  tutti i diritti sono riservati.

Meral Aksener, leader del IYI Parti e possibile sfidante di Erdogan nel 2019. Foto: malatyahaber44 tutti i diritti sono riservati.

La sfidante. La speranza è una donna, Meral Aksener, ex-membra del Partito Nazionalista MHP e fondatrice del Buon Partito (IYI), candidata "in pectore" del fronte anti-Erdogan

Aksener ha guidato la scissione del MHP quando questo ha votato la riforma costituzionale, portando con se buona parte della base del partito, ma, soprattutto, buona parte dell'elettorato. La leader di IYI sembra, al momento, l'unica vera sfidante ed alternativa di Erdogan, tanto da "attirare" voti totalmente trasversali sia dall'interno della sua ex-formazione sia dal campo repubblicano  fino ad arrivare a quello curdo, tradizionalmente ostile ai nazionalisti.

Guardando i sondaggi, Aksener, infatti, raggiungerebbe un ottimo 38% al primo turno, ben superiore al 6,7% del proprio partito, sotto, addirittura, alla soglia di sbarramento del 10%. Con questi numeri, la possibilità di una vittoria al secondo turno sarebbe più vicina, soprattutto se si concretizzasse il fronte anti-Erdogan.

Sicuramente, visto quanto manca alle elezioni si tratta di data ancora troppo aleatori, ma che fanno capire l'iper-attivismo mediatico di Erdogan, alla luce, soprattutto, di un'economia sempre più balbettante.

Che sia contro gli USA, che non consegnano il "criminale" Fetullah Gulen (suo nemico giurato), contro l'Europa, che non accetta la Turchia in Europa e non definisce "terrorista" l'organizzazione di Gulen, o contro, soprattutto, i dissidenti interni, come dimostrano i nuovi arresti a sfondo politico delle ultime settimane, Erdogna appare in cerca di nemici da offrire agli elettori.

Tutto per quel "maledetto" 2.3%.

Per saperne di più:

Stati Uniti d'Europa? La nuova frontiera dell'indipendentismo catalano - il Ristretto del 28-11-2017

Turchia, un anno dopo: il futuro di un paese diviso - CO Reloaded del 13-7-2017

Russia e Turchia: il possibile accordo che pesa sul futuro della Siria - CO Reloaded del 4-7-2017

Il braccio di ferro fra Turchia e Germania per l'Europa, con riserva - il Caffè del 22-8-2017


Rohingya: la parola proibita

Si è concluso il viaggio di Papa Francesco in Myanmar e Bangladesh. Un viaggio costellato dalle polemiche per la decisione del pontefice di non pronunciare la parola Rohingya nei discorsi ufficiali in Myanmar. In questo modo, Bergoglio è parso quello che è parso essere una raccomandazione della diplomazia vaticana per "evitare disordini" nel paese.

Sono molti i birmani, infatti, che non riconoscono la minoranza musulmana dei Rohingya o, come vuole la propaganda nazionale (a matrice fondamentalista buddista), li considera il risultato dell'immigrazione clandestina dal Bangladesh e parte di "un'insurrezione islamista".

Di fronte a quello che si può definire come un "odio etnico", si è difeso il Papa al ritorno, Bergoglio ha scelto l'arma del dialogo, ovvero citare in pubblico "solo" il tema dei diritti umani, entrando nel dettaglio solo nei colloqui privati.

Al di là di tali polemiche (decisamente sterili, NdR), il viaggio del Papa ha riportato l'attenzione su un dramma spesso dimenticato, quello di 536.000 rifugiati ed un numero di morti di difficile certificazione.

Per saperne di più:

Stati Uniti d'Europa? La nuova frontiera dell'indipendentismo catalano - il Ristretto del 28-11-2017


CO Cultura!


It's a long way to Brexit...

Nonostante il governo britannico abbia, finalmente, raggiunto un accordo con l'Unione Europea per il saldo del budget continentale dopo il 2019, le nuvole di tempesta sul governo May e, soprattutto, sulla Brexit non accennano a dissiparsi.

Troppe le questioni rimaste aperte fra cui la più importante risulta essere, certamente, la questione irlandese.

Il problema è semplice. Per il "mantenimento" della coesione sociale fra cattolici repubblicani e protestanti unionisti in Irlanda del Nord, la Repubblica d'Irlanda ha richiesto all'Europa di non avallare alcun tipo di confine "forte" fra le due parti dell'isola.

il caso DUP. Una richiesta ben recepita da Londra, ma non dal DUP, il partito unionista nordirlandese indispensabile ai Conservatori per mantenere la maggioranza in parlamento e che vede nel "confine morbido" fra le due "irlande", due grandi rischi.

Il primo, il diverso trattamento della regione rispetto al resto del Regno Unito, in quanto l'Irlanda del Nord dovrebbe, per mantenere una forma di libero scambio, adottare, quanto meno, un sistema di regolamentazioni misto fra quello britannico e quello europeo. Il secondo, che una qualsiasi forma di autonomia allargata che porti la regione più vicina a Dublino che a Londra, sia l'anticamera di una "riunificazione" dell'isola.

L'attacco degli Hard-Brexiters. Come se non bastassero i problemi irlandesi, è arrivata la questione dei diritti dei cittadini europei sul suolo inglese dopo la Brexit. In settembre il governo aveva aperto al concetto di una limitata doppia giurisdizione europea e britannica, un provvedimento che viene contestato da un gruppo di 30 parlamentari hard-brexiters guidati da Iain Duncan Smith.

Per i sostenitori della Brexit, infatti, non sarebbe concepibile che persone presenti sul suolo britannico possano soggiacere ad una legge diversa da quella locale, anche solo per il periodo di transizione - in totale due anni - che seguirà l'uscita britannica nel 2019.

Sempre per i 30 parlamentari, Theresa May dovrebbe, al prossimo meeting con l'Unione Europea, legare il rilascio dei pagamenti alla UE alla discussione dell'accordo commerciale. Se così non fosse, esortano i brexiters, che Londra abbandoni pure il tavolo e si prepari al no-deal.

Per saperne di più:

-  Perché un accordo sulla Brexit è ancora lontano - il Caffè del 1-12-2017


In breve.

Portogallo. Stando all'ultima legge finanziaria licenziata a fine novembre dal governo di Lisbona, il Portagallo guidato dal socialista Antonio Costa sarebbe pronto ad abbandonare l'Austerity applicando rialzi alle pensioni e tagli delle imposte ai redditi più bassi. 

Un provvedimento che desta qualche preoccupazione a Bruxelles, soprattutto sulla reale capacità del paesi di fare tutto questo nel 2018 quando la crescita portoghese dovrebbe calare dal 2.7% del 2017 al 2.2%. 

Per saperne di più:

Il Portogallo che dice addio all’Austerity – il Ristretto del 1-12-2017

Catalogna. Scomparsa dalla prima pagine, la Catalogna si avvia alla tornata elettorale del 21 dicembre. In testa il Partito Repubblicano di Sinistra (ERC), ma il fronte indipendentista sembra non essere in grado di conquistare una maggioranza.

Per saperne di più:

Stati Uniti d'Europa? La nuova frontiera dell'indipendentismo catalano - il Ristretto del 28-11-2017

Germania. Sembra essere in dirittura d'arrivo l'inizio delle trattative fra SPD e CDU per la costruzione di un governo di Grande Coalizione in Germania.

Sabato 2 dicembre, infatti, i leader dei due partiti, Angela Merkel e Martin Schulz, si sono recati a colloquio con il Presidente Franz-Walter Steinmeier per aggiornarlo sui progressi, nonostante il clima, fra i due partiti, sia ancora molto teso.

Per saperne di più:

Stati Uniti d'Europa? La nuova frontiera dell'indipendentismo catalano - il Ristretto del 28-11-2017

Brexit? Così nacque la Piccola Bretagna - l'Opinione del 6-12-2017

Perché un accordo sulla Brexit è ancora lontano - il Caffè del 1-12-2017