Perché la comunicazione (nell'era dei social) è la fine della politica

Perché la comunicazione (nell'era dei social) è la fine della politica

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Comunicazione è politica, ma lo è anche l'eccesso di questa?


Prefazione: questo editoriale si riferisce principalmente al Movimento 5 Stelle perché ne fornisce il casus belli, ma si può facilmente adattare a tutti i partiti e singoli politici che hanno fatto dello sloga, un’arte.


“Il dogma dell’austerità tedesca va superato”. Così il vice-Presidente del Parlamento Europeo Fabio Massimo Castaldo del Movimento 5 Stelle, risponde ai timori espressi dal Commissario europeo per gli Affari Economici Pierre Moscovici sull’eventuale sforamento del 3% fra rapporto Deficit/PIL avanzato dal leader 5 Stelle Luigi di Maio.

Un timore che Castaldo, come Di Maio, rispedisce al mittente su Repubblica sottolineando come l’Italia – leggasi: il governo a 5 Stelle – debba mettere in campo misure di investimento pubblico che superino i parametri europei.

Superare i parametri. L'idea è semplice: l’Italia ha bisogno di crescere e può farlo finanziando la crescita con denaro pubblico, investimenti, fatti “in perdita” (superando il pareggio di bilancio), i quali verranno compensati sul medio-lungo periodo dall’aumento del PIL, del gettito fiscale, e dei consumi, su cui lo stato riscuote l’IVA.

A questo il M5S carica, tramite il superamento dei parametri, un forte superstrato comunicativo. Fare investimenti è una materia di politica-economica che attiene ad un governo, farlo andando oltre i trattati europei non è progetto politico, ma una mossa di comunicazione elettorale compiuta tramite termini chiave che possano “muovere l’audience” prescelta.

Citare "il dogma dell’austerità tedesco” ha, infatti, due vantaggi identifica un nemico – esterno – e, allo stesso tempo, suscita nell’elettorato concetti quali “diktat europei”, “austerità”, la “Germania-che-più-di-tutti-ha-guadagnato-dall’Euro”, “il ritorno alla sovranità economica”, proprie del gergo euroscettico ed eurocritico.

Più importante ancora, esso diventa uno slogan, ripetibile all'infinito, "social friendly" e capace di suscitare attenzione, indignazione e adesione alla causa da parte dei simpatizzati, oltre a scatenare le risposte ed attacchi dagli avversari politici, ovvero voti ed identificazione nella causa.

Un ottimo messaggio, l'unico problema è che alla base ci sia un’informazione sostanzialmente errata.

La realtà dietro le parole. Innanzitutto, il limite deficit-PIL del 3% non è frutto della politica dell’austerity tedesca, ma deriva da trattati firmati ben prima della crisi. Un limite derogato in passato dall’Italia stessa, dalla Francia e dalla Germania, sebbene con diversi caveat (situazione economica favorevole, accordi con l’Europa) e diventato più stringente al seguito della crisi economica stessa. Non è questo però il punto, bensì il fatto che l’investimento pubblico debba per forza essere fatto a deficit, ovvero andando ad incidere in maniera sostanziale sul nostro debito (130% del PIL secondo le ultime cifre del Tesoro confermate dall’Unione Europea, in leggero calo rispetto all’anno scorso).

L’Italia stessa ha fatto investimenti negli ultimi anni, esattamente quello che il prossimo governo tedesco, se confermato, si accingerà a fare a pareggio di bilancio, investendo 49 miliardi di Euro in 4 anni.

In questo contesto, uscire dai parametri, ribellarsi “al dogma dell’austerity” perdono la funzione di un vero programma politico, per diventare affermazioni atte a suscitare “simpatia” in quell’elettorato propenso ad accettare il principio che gran parte dei nostri problemi venga dall’Europa.

Gli altri esempi. Questo è solo un esempio di quanto sta succedendo in questo abbozzo di campagna elettorale su social e media tradizionali.

Chi, infatti, sarebbe mai contro a concedere più soldi all’istruzione? Nessuno, ma come farlo rendendo l’intero processo economicamente sostenibile? Abolire la Legge Fornero? Va bene, ma per instaurare quale modello? Rintrodurre l’Articolo 18 per le grandi imprese? Niente di male, ma quale sarebbe l’impatto sul trasferimento della produzione all’estero?

Nota bene: nessuno è contro a queste idee a priori, anzi, ma manca sempre l'alternativa, quello che porta dallo slogan alla proposta.

Un tempo - per chi si ricorda i manifesti di Berlusconi - erano semplice promesse politiche, ora sono slogan da copiare ed incollare nella nuova arena politica che Facebook è diventata. "Emozioni" da ribadire sui media in maniera costante, sapendo che la smentita risulterà sempre più lenta della diffusione del post o del meme.

La vittima? La politica.

In conclusione, notate un leitmotiv in questi annunci? In tutti i casi, compresa lo sforamento del 3%, si tratta di idee che non propongono nuovi progetti, ma un ritorno al passato, quello percepito come “migliore” della situazione attuale. Peccato che quel tempo (sovranità economica, sforamento del deficit, produzione del debito, produzioni nazionali, eccetera) presuppongano che anche il contesto internazionale, ovvero dove l’Italia è attualmente, sia in quella specifica era.

Esiste un’alternativa? Condurre una campagna elettorale con un “vero programma”. A quel punto che ci siano pure gli slogan. Per ora abbiamo solo quelli.

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