Veti e Interessi Regionali nella Vigilia dei Colloqui sulla Siria - il Caffè del 23-1-2017

 Sullo sfondo della Guerra Civile in Siria, Putin ed Erdoğan stringono sempre di più le proprie forze.

Sullo sfondo della Guerra Civile in Siria, Putin ed Erdoğan stringono sempre di più le proprie forze.

Incominciano oggi, lunedì 23 gennaio colloqui di pace sulla Siria promossi da Iran, Russia e Turchia fra il governo ed alcune delle fazioni ribelli. Eppure ad Astana, la capitale del Kazakistan scelta come sede degli incontri, alcune scelte fatte dai paesi organizzatori rischiano di mettere in secondo piano una possibile soluzione.

La situazione. Cinque anni di conflitto sono costati la vita – secondo le cifre ufficiali dell'ONU – ad oltre 250.000 persone, oltre a generare 4,8 milioni di rifugiati. La Siria non esiste più e quel che ne rimane sono tre diverse zone: il Levante mediterraneo diviso fra i lealisti – con la presenza di Hezbollah – e i ribelli dell’Esercito Libero Siriano (FSA); il bacino dell'Eufrate dove maggiore è la presenza dell’ISIS e la parte nord/nord-est del paese dove, mediante l'azione dei Curdi dell’YPG – organizzazione sorella del PKK turco – si è costituito il governo autonomo della Rojava: il Kurdistan Siriano. Proprio questi sono fra i grandi esclusi dai colloqui di pace. Nei loro confronti è valso il veto della Turchia che non intende in nessun modo legittimare né l’YPG – e di conseguenza il PKK – né la formazione di un secondo Kurdistan – dopo quello iracheno - ai suoi confini meridionali. Nonostante lo scopo principale degli organizzatori sia di preservare i confini storici della Siria, l’esclusione della Rojava segna un passo in direzione contraria proprio verso la divisione del paese fra un Levante controllato da Damasco e una vasta terra di nessuno occidentale lasciata ai combattimenti fra ISIS e Curdi.

 

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 Le divisioni geografiche e le diverse fazioni in lotta in Siria. Fonte: ISW e Al-Jazeera, sotto licenza Creative Commons.

Le divisioni geografiche e le diverse fazioni in lotta in Siria. Fonte: ISW e Al-Jazeera, sotto licenza Creative Commons.

A guardare da distanza i colloqui di pace insieme ai Curdi ci saranno le Nazioni Unite e, soprattutto, Stati Uniti, Qatar ed Arabia Saudita.

Veti incrociati. A pochi giorni dall’inizio dei colloqui, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, insieme al turco Mevlüt Çavuşoğlu , ha aperto alla presenza "di rappresentati della nuova amministrazione statunitense e dell'ONU". Mentre le Nazioni Unite hanno dichiarato che appoggeranno in ogni modo i colloqui di pace – non confermando la partecipazione diretta – sugli Stati Uniti è valso il veto dell’Iran con conseguente scontro diplomatico fra Teheran e Mosca. Sul piano ufficiale, l’Iran non intende riconoscere agli Stati Uniti un ruolo nel futuro assetto del paese, ma nella decisione - resa pubblica dal Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif – si può leggere il desiderio da parte di Teheran di delegittimare gli USA e in particolare l’amministrazione Trump in qualità di attori geopolitici nel Medio-Oriente. Tale scelta sarebbe una diretta risposta alle parole del neo-presidente che ha più volte espresso la propria volontà di cancellare unilateralmente gli accordi sul nucleare iraniano e di puntare ad un deciso riavvicinamento nei confronti di Israele. Per Arabia Saudita e Qatar - ed in generale i paesi del Golfo - è arrivato il no della stessa Siria. Per il vice-ministro degli esteri siriano Meqdad, la loro partecipazione sarà possibile solo quando questi paesi "smetteranno di appoggiare i militanti [islamisti] nel conflitto” riferendosi al finanziamento ed approvvigionamento militare che questi paesi inviano costantemente alle fazioni più islamiste e salafite presenti nel paese.

Non abbiamo invitato gli Stati Uniti e siamo contrari alla loro presenza ad Astana
— Mohammad Javad Zarif - Ministro degli Esteri iraniano

Il piano di Assad. In questo intreccio di veti e partecipazioni mancate emergono le vere mire strategiche e politiche dei veri contendenti in questa guerra: Siria, Turchia e Russia. Il presidente siriano Bashar al-Assad ha recentemente dichiarato la sua disponibilità a trattare su "tutto" con quelli da lui definiti come "gruppi terroristici" indicando, però, come unico obiettivo il cessate il fuoco unito ad una generica e non definita “possibilità per loro [i ribelli] di raggiungere accordi di riconciliazione col governo”. Il dubbio – anche della Turchia e dell’Iran – è che il presidente –in carica fino al 2021 – sia propenso alla divisione del paese ed intenda usare i prossimi quattro anni per eradicare l'opposizione dal Levante del paese creando lì – sull'asse Aleppo, Latakia e Damasco – le basi per la sua nuova Siria sotto l’ombrello militare russo a cui lo stesso Assad ha recentemente rinnovato la concessione per lo sfruttamento delle basi navali siriane sul Mediterraneo. Proprio l’appoggio russo sarebbe basilare per la realizzazione di questo progetto, considerato inaccettabile da Turchia, Iran ed Iraq per le conseguenze che esso avrebbe sulla stabilità regionale: il nascere di un grande Kurdistan fra Siria e Iraq.

 Istanbul, Turchia

Istanbul, Turchia

Il ritorno della Turchia. Seppur divise sull'appoggio alla strategia di Damasco, Turchia e Russia sembrano concordi nell'approfittare dei colloqui e delle divisioni interne alla Siria, per espandere la propria influenza geopolitica sulla regione. La strategia turca è basata sulla frammentazione dell’opposizione siriana – che ha già visto la defezione del potente gruppo islamista e salafita Ahrar al-Sham – di cui il governo di Ankara punta a diventare il referente diplomatico, allontanando le varie fazioni dall’ influenza dei suoi competitors regionali soprattutto Qatar, Bahrein e Arabia Saudita. Tale possibilità potrebbe essere ben accettata dall'eterogeneo gruppo dell’opposizione al governo di Damasco, soprattutto dopo l’esclusione dei paesi del Golfo dai colloqui che rendono la Turchia l’unico possibile partner musulmano e sunnita oltreché l’unico modo per ottenere visibilità e rappresentanza nei confronti di Assad.

Il nuovo Medio-Oriente russo. La stabilizzazione del Levante sta permettendo alla Russia di consolidare la propria presenza nella in qualità di partner militare della Siria e – facendo perno sull’uso del proprio apparato bellico – quale principale attore politico e diplomatico della regione. Oltre che in Siria, Putin è riuscito a rafforzare i contatti con la Turchia – nonostante l’affiliazione di questa alla NATO – ed allo stesso tempo con l’Iran, diventando il vero intermediario fra i diversi attori regionali e surclassando – almeno in questa fase – gli Stati Uniti a cui rimangono – dopo la recente defezione dell’Egitto ed in prospettiva quella libica – solo il Kurdistan Iracheno ed Israele come alleati.

Putin ha spesso citato la necessità di creare un nuovo ordine mondiale, un’idea che riecheggia spesso anche nei discorsi di Trump e di molti leader populisti europei. In attesa di fatti, Mosca va avanti per la sua strada, in Siria come in Libia ed Egitto. 

Ad Astana si dovrebbe discutere di un possibile accordo sul futuro della Siria. 

In realtà si sancirà l'ennesima vittoria di Putin ed Erdoğan su NATO, Europa e Stati Uniti.


Approfondimenti:

- una mappa live del conflitto: liveuamap.com

- una visione generale degli interessi geopolitici di Iran e Russia in Siria: Geopolitical Monitor

- un'analisi della possibile politica di Donald Trump sul Medio-Oriente: Middle-East Eye

- sulla politica globale della Turchia: LSE Ideas

Letture Consigliate:

- sulla Rojava: Revolution in Rojava: Democratic Autonomy and Women's Liberation in the Syrian Kurdistan

- sulla vita in Siria durante la guerra: The Morning They Came For Us: Dispatches from Syria

- sulla genesi della guerra in Siria: Burning Country in Revolution and War

 

By Jirka Dl (Own work) [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons

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