Stati Uniti d'Europa? La nuova frontiera dell'indipendentismo catalano - il Ristretto del 28-11-2017

Stati Uniti d'Europa? i maggiori partiti indipendentisti catalani sembrano fare un passo indietro, mentre cresce l'indecisione sul futuro del paese - La Turchia in cerca di uno spazio politico - Le trattative in Germania.


Sommario:

  • Autonomia o Indipendenza: la Catalogna al bivio
  • Le tribolazioni turche
  • Ankara e la ricerca di un posto al sole: Qatar e Kuwait
  • La partita a scacchi fra CDU e SPD
  • I Rohingya: la strage silenziosa

Arturo Mas: la Catalogna come il Massachusetts

Per Arturo Mas, ex-Presidente della Generalidad catalana e leader del partito PDeCAT, lo stesso di Puigdemont, la Catalogna non dovrebbe fare ulteriori strappi verso l’indipendenza. Al contrario, gli sforzi del futuro governo, qualora ci sia una maggioranza indipendentista, devono volgersi verso l’Unione Europea, facendo di tutto per guadagnare consensi fra gli altri 26 paesi dell’Unione.

Questo, continua Mas, potrebbe prendere molto tempo, ma deve avvenire “nell’ambito dell’Unione Europea”. Il sogno sarebbe, infatti, la nascita degli “Stati Uniti d’Europa” in cui la Catalogna, chiude l’ex-Presidente, “non avrebbe bisogno dell’indipendenza” perché sarebbe “come il Massachusetts”.

Addio indipendenza, per ora. Si tratta dell’ultima dichiarazione che sancisce l’abbandono da parte di uno dei partiti propositori del referendum del 1 ottobre del processo unilaterale per l’indipendenza della regione. Sulle stesse posizioni di Mas e del PDeCAT - ora riunito nel cartello elettorale Junts per Catalunya - ci sarebbero gli ex-alleati di governo della Sinistra Repubblicana (ERC) e quel nugolo di micro-partiti che facevano parte, nello scorso governo della Junts pel Sì (JxS).

Su posizioni oltranziste rimangono gli anti-global di ispirazione chavista del CUP i cui voti furono essenziale nella scorsa legislatura per la costituzione di un governo indipendentista.

Negli Stati Uniti d’Europa non dovremmo chiedere l’indipendenza [...] potremmo essere come il Massachussets
— Arturo Mas, ex-Presidente della Catalogna e leader del PDeCAT

Secondo i sondaggi, però, stavolta i voti del CUP potrebbero non bastare per riproporre il medesimo governo. Difatti, CUP, JxC e ERC otterrebbero solo 66 seggi, due in meno delle maggioranza e 6 rispetto alla legislatura precedente. Sotto la maggioranza di 68 seggi anche il fronte unionista, il quale, pur in crescita, si fermerebbe a 59 seggi.

Autonomia invece di indipendenza? L’ago della bilancia diventa così Catalunya en Comu’ (CeC), la “frangia” regionale del movimento Podemos. CeC è contrario all’indipendenza, ma favorisce un aumento dell’autonomia della Catalogna nel quadro di un riforma complessiva dello stato spagnolo.

Due i possibili risultati. La costituzione di un’alleanza fa JxC, più propensa all’autonomia soprattutto fra i supporters di Santi Villa, ERC e CeC che rifiuta la secessione per un approccio più “negoziale” alla questione, o la formazione di un governo pro-riforme autonomiste fra CeC, PSC, PP e Ciudadanos.

Sullo sfondo, sconfitte, le posizione più oltranziste, mentre sorge spontaneo, in Europa come nel resto della Spagna, un dubbio: di fronte alle parziali ritrattazioni dei leader indipendentisti, era proprio necessario il referendum?


 Supporter di Erdogan, uno zoccolo duro che non sembra intenzionato ad abbandonare il proprio presidente. Getty Images

Supporter di Erdogan, uno zoccolo duro che non sembra intenzionato ad abbandonare il proprio presidente. Getty Images

Le tribolazioni di Ankara

La Turchia è in crisi economica e per il Presidente Recep Tayyip Erdoğan questo sarebbe “un chiaro piano contro la Turchia” perpetrato dagli Stati Uniti per “danneggiare” le relazioni con l’Iran e la Russia.

Questo è quanto Erdoğan ha dichiarato il 20 novembre in merito alle ormai tante crisi esistenti fra Ankara e, in generale, tutti i paesi occidentali. Una mossa attesa di fronte all'unico tema, l'economia, che può far affondare il Presidente prima delle elezioni del 2019, quelle in cui il Presidenzialismo autoritario sancito dalla nuova costituzione diventerà legge.

Nella ricostruzione di Ankara, Washington sarebbe il burattinaio dietro al costante aumento dell’inflazione e dei tassi d’interesse del paese, problemi che rimangono irrisolti per “la mentalità occidentale” dei regolatori locali “al servizio delle lobby bancarie internazionali”. Erdoğan sottolinea come il governo si sia rifiutato, finora, di intervenire, , in ossequio alle norme internazionali “dettate dagli USA”.

Eppure, sarebbero proprie queste accuse ed il costante logoramento dei rapporti fra Ankara ed il blocco occidentale, quindi anche l’Europa, le cause della crisi economica turca. Non lo dicono solo gli osservatori esterni, ma lo stesso Erol Bilecik, leader della Associazione Turca per il Business e l’Industria, l’equivalente locale della Confindustria.

Nelle ultime settimane, argomenta Bilecik, la Lira turca è collassata sia nel confronto del dollaro (1 per 3.97 lire), sia dell’Euro (1 per 4,5 lire) che della Sterlina (1 per 5 lire). Allo stesso tempo, gli investitori stranieri, uno dei pilastri dell’economia turca, hanno venduto 513,6 milioni di dollari in azioni, 532,6 milioni in obbligazioni e 32,4 nelle obbligazioni privati: un totale di oltre 1 miliardo in investimenti esteri volatilizzatosi in meno di sette giorni; un calo del 31% rispetto all’anno precedente.

A questo si aggiungono anche il taglio, simbolico ma cruciale, degli aiuti economici da Unione Europea e Regno Unito.

I problemi dell’economia turca. A far scappare istituzioni ed investitori, chiosa Bilecik, non sarebbero stati “complotti” transatlantici, ma la prosecuzione dello stato di emergenza che perpetrano uno stato di crisi “civile” e “sociale” che influenza negativamente l’estero. Della stessa opinione è il leader kemalista e capo dell’opposizione Kemal Kilicdaroglu per cui l’economia “andrà meglio” quando verranno ristabiliti nel paese “certezza del diritto, giustizia e libertà di stampa”. 

Il risultato, dicono i dati della Banca Centrale turca è l’aumento del deficit del 17,5% in un anno e la fuga degli stessi turchi dalla Lira con un aumento dei depositi in valuta straniera per evitare la crisi della valuta nazionale.


La ricerca di un posto al sole di Ankara

A fronte della fuga dei capitali occidentali, la Turchia sta potenziando la propria rete di contatti nel Golfo, con lo scopo di “guadagnarsi” nuovi investimenti da parte dei ricchissimi emirati dell’area. Duplice lo scopo, stabilizzare, come detto, l’economia turca e aumentare il proprio peso diplomatico nei confronti di quell’Arabia Saudita che rimane il principale “rivale” di Ankara almeno all’interno dell’Islam sunnita.

Il primo fronte, apertosi a giugno è quello del Qatar, dove, all’alba della crisi diplomatica con i Sauditi, la Turchia, assieme alla Russia, si è mossa in difesa dell’emirato del Golfo. Ovvero: aumento del contingente militare turco già presente e, conseguentemente, degli investimenti dei fondi sovrani qatarini in Turchia.

Petrodollari ed investimenti. Il secondo fronte turco si sviluppa a come protagonista il Kuwait. Il 14 novembre Erdoğan si è recato a Kuwait City portando a sei gli incontri personali con l’Emiro kuwaitiano Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah nel corso degli ultimi due anni.

L’ultimo incontro, oltre ad aver ribadito l’impegno congiunto dei due paesi per risolvere la crisi qatarina, hanno sottolineato l’impegno per l’aumento degli investimenti turchi nel paese nel settore delle infrastrutture (quest’anno a quota 6.6 miliardi), il potenziamento degli accordi commerciali bilaterale e, soprattutto, la volontà di stabilire una forte collaborazione in ambito militare. Un grande affare, quest’ultimo per la Turchia.

Nel convulso scenario politico medio-orientale fra i venti di conflitto sempre più forti che spirano fra Teheran e Riyadh, Kuwait ha infatti aumentato il proprio budget militare di 10 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, soldi che fanno gola, e molta, all’industria militare turca.


La partita a scacchi tedesca.

Entrano in crisi i contatti fra SPD e CDU per un’eventuale Grande Coalizione. La responsabilità sarebbe del Ministro dell’Agricoltura Christian Schmidt (CSU) il quale ha fatto slittare la messa al bando del Glifosato. Su questo erbicida chimico si è aperta una forte querelle in Germania sul fatto se sia o no dannoso per la salute.

La Commissione Europea, previo consulto con le istituzioni internazionali, ha decretato il Glisofato innocuo, ma in Germania oltre 5000 ricercatori vedono nella sostanza una potenziale cancerogeno. Nell’incertezza, il rischio è considerato dalla SPD totalmente inaccettabile, partito che controlla, ancora il Ministero dell’Ambiente.

Nonostante la decisione del governo, visto il Sì di Bruxelles, fosse nell’aria, per la SPD, la materia, in quanto sensibile e parte delle trattative di governo, non andava affrontata ora dal governo uscente e, per questo, sarebbe da considerarsi un “errore che costerà molto caro”.

Al di là delle accuse e delle rimostranze, il caso “Glisofato” non dovrebbe mettere in crisi i colloqui, ma dimostra una cosa: la SPD, questa volta, intende giocare pensante e mettere una forte ipoteca sul governo.

In fondo, per i Socialdemocratici reduci dal peggior risultato di sempre, in ballo c’è “soltanto”, la sopravvivenza politica del partito.


Notizie in video: i Rohingya ed il Myanmar.

Papa Francesco è attualmente in visita in Myanmar e Bangladesh. Lo scopo è la visita alle, piccole, comunità cristiane dei due paesi, uno buddista e l'altro musulmano, ma sullo sfondo c'è la crisi umanitaria della minoranza islamica dei Rohingya a cui il Myanmar nega i più basilari diritti civile e sociali.

Una parola, Rohingya, che il Papa non può pronunciare, neanche di fronte al Premio Nobel per la Pace e Presidente del Myanmar Aung Sun Suu Ki, il cui "governo" è limitato dallo strapotere della giunta militare dell'ex-Birmania. Sono i militare a negare ai Rohingya il riconoscimento quali "cittadini" dello stato, considerandoli "immigrati illegali dal Bangladesh".

Una visita complicata, a fronte di quello che sta diventando, sempre di più, una "pulizia etnica". 

Per capire meglio la crisi, abbiamo selezionato per voi alcuni dei video più significativi presenti in rete.

Il Portogallo che dice addio all’Austerity – il Ristretto del 1-12-2017

Europa in crisi, Europa che cresce: le due facce del continente – il Caffè della Domenica del 26-11-2017