Caos, feriti e rottura politica: i veri risultati del referendum catalano - il Caffè del 4-10-2017

 Giovani studenti catalani pro-indipendenza scesi in piazza il 2 ottobre contro la repressione delle autorità spagnole. Foto:  Sasha Popovic Licenza:  CC 2.0

Giovani studenti catalani pro-indipendenza scesi in piazza il 2 ottobre contro la repressione delle autorità spagnole. Foto: Sasha PopovicLicenza: CC 2.0

Ha vinto qualcuno nel referendum catalano del 1 ottobre? Forse gli indipendentisti, forse Puigdemont, certamente non Rajoy e lo stato spagnolo, così come i feriti di quella giornata. L'analisi di un voto e del caos che ne è seguito.

Le violenze della Guardia Civil spagnola che hanno provocato 800 feriti, di cui due gravi. La ribellione agli ordini dello stato centrale da parte della polizia regionale, i Mossos, diventati un simbolo della lotta indipendentista. 700.000 persone in piazza a Barcellona a manifestare contro Rajoy per il diritto al voto. i richiami al franchismo ed una vasta maggioranza di Catalani e Spagnoli rimasti silenziosi. 

Ma, soprattutto, una regione in rivolta, la Catalogna, contro uno stato centrale senza risposte e senza strategia, la Spagna. Questo il risultati del referendum per 'indipendenza della Catalogna voluto unilateralmente dalla Generalità catalana guidata dall'indipendentista Carles Puigdemont e tenutosi nella regione il primo ottobre 2017.

Il nodo della questione. Facciamo un passo indietro, alle cause di questo referendum. Il problema della Catalogna, al di là dei richiami alla guerra di successione spagnola conclusasi nel 1715 o al franchismo, è prettamente di natura fiscale. 

La Catalogna produce il 20% del PIL spagnolo, la terza regione per ricchezza dopo Madrid e Paesi Baschi. A fronte di questo, la Catalogna chiede una maggiore autonomia sulla gestione economica della regione pari, almeno, a quella degli stessi Baschi, per cui vale il principio "dell'Indipendenza fiscale".

Principi simili erano stati stabiliti dalla riforma costituzionale del 2006, la cui efficacia era stata poi annacquata dalle sentenze della corte costituzionale, fra cui il riconoscimento come "nazione". Qui nasce il "vulnus" per i catalani a cui si è aggiunto il (quasi) default dello stato centrale nel 2010, avvertito a Barcellona come una colpa di Madrid che avrebbe distrutto anche la Catalogna. 

Da questo fatto, e dalla riscoperta della cultura catalana dopo i 40 anni di dittatura franchista, è nato il movimento indipendentista, ed il referendum del 1 ottobre: un atto di disobbedienza civile e di ribellione di una parte, consistente, della Catalogna.

Partiamo da qui e facciamolo con un distinguo, quella che è la questione popolare, ovvero la repressione e l'aggressione ai diritti civili, sempre da condannare, anche quando strumentalizzata, e la questione politica, ovvero il conflitto fra indipendentisti catalani e Spagna.


 Un poliziotto dei Mossos, la polizia regionale catalana divenuta simbolo della ribellione a Madrid: il loro comandante è attualmente sotto giudizio per via della "ribellione" il giorno del referendum. Foto:  Sasha Popovic  Licenza:  CC 2.0

Un poliziotto dei Mossos, la polizia regionale catalana divenuta simbolo della ribellione a Madrid: il loro comandante è attualmente sotto giudizio per via della "ribellione" il giorno del referendum. Foto: Sasha Popovic Licenza: CC 2.0

Chi ha votato e chi non. Secondo i dati comunicati dalla Generalità catalana,  42,58% dei cittadini catalani aventi diritto si sarebbe recato alla urne ed il 90% avrebbe detto“Sì” all'indipendenza. Sempre secondo le autorità regionali, l’intervento delle forze di polizia spagnole avrebbero impedito, mediante la chiusura dei seggi ed il sequestro delle schede, il voto a circa il 14,5% degli aventi diritto, ovvero 770.000 elettori.

Per Carles Puigdemont, Presidente della Generalità catalana, ed il suo governo, il voto rappresenterebbe la volontà della maggioranza della popolazione catalana di arrivare all'indipendenza. Questo nonostante sia impossibile stabilire con certezza se, fra gli astenuti, vi sia o meno la maggioranza degli unionisti. 

Un dato però può aiutare a comprendere. Già nel 2014, un referendum simile promosso dall’allora Presidente catalano Artur Mas, aveva visto l’88% dei votanti esprimersi a favore dell’indipendenza. Anche in quel caso, dove non ci furono violenze, votò solamente il 42% degli aventi diritto.

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L'altra parte. Proprio quest'ultimi, i Catalani o cittadini catalani contrari all'indipendenza, sono i grandi assenti di questa consultazione. La loro posizione è fragile. Minoritari in parlamento, dove hanno solo 63 seggi contro i 71 del governo Puigdemont, si ritrovano ignorati sia da Madrid (nessun partito nazionale ha manifestato per mostrare il proprio dissenso all'iniziativa del governo catalano) che dai media, dove il conflitto Barcellona-Madrid: il "clasico", come se anche qui si trattasse di una partita di calcio.

Nonostante questo silenzio, gli unionisti, come dimostrano varie testimonianze e sondaggi, rappresenterebbero oltre il 50% della società catalana. Molti, come attestano alcuni reportage, vivono ora in una stato di emarginazione politica, di auto-confinamento, mentre per le strade esplode la "furia indipendentista" scatenata dalla repressione della polizia nazionale ordinate dal Governo di Madrid.

Illuminanti, a questo proposito le parole della sindaca della seconda città della catalogna, Hopitalet de Llobregat, Nuria Marin, socialista ed unionista. Per la sindaca “la repressione  […] è stata una scelta politica sciagurata [da parte del Governo Rajoy]” che ha dato esacerbato gli animi degli indipendentisti. A fronte di questo errore, la soluzione sarebbe “una strada condivisa”, sostanzialmente un accordo.

Barcellona che provoca... Il raggiungimento di un accordo sembra, ora come ora impossibile. Sia il governo centrale che quello regionale sembrano avviati alla rottura.

Come dichiarato da Puigdemont al quotidiano tedesco Bild, lunedì 9 ottobre il suo governo porterà in aula la dichiarazione di indipendenza della Catalogna, aggiungendo di “sentirsi già il Presidente di uno stato libero”. Intanto, a Barcellona, continuano le proteste contro Madrid con manifestazioni quotidiane che occupano la città allo scopo di "cacciare le forze di occupazione" dal suolo catalano.

Il riferimento è alle forze di sicurezza nazionali, ma la protesta tocca anche i leader della formazioni politiche pro-Spagna, soprattutto Ciudadanos, secondo partito della Catalogna, ed il Partito Popolare dello stesso Rajoy.

...e Madrid che ignora. Se Barcellona continua sulla strada della secessione, Madrid, da parte sua, si ostina ad ignorare la questione, alimentando, di conseguenza, la crisi. Per Mariano Rajoy il referendum del 1 ottobre, non sarebbe stato un referendum ("oggi, in Catalogna, non c'è stato alcun referendum"),ma un tentativo di “porre una seria minaccia” all'unità spagnola e alla convivenza fra le varie comunità che la compongono.

Tale opinione è stata poi condivisa anche dal re Felipe VI, all'interno di un raro discorso alla nazione tenutosi martedì. Per il monarca, garante dell’unità spagnola, Le autorità catalane, “rompendo i principi democratici”, ovvero proclamando unilateralmente il referendum, “avrebbero messo a rischio l’identità sociale” di tutto la Spagna, oltre che della stessa Catalogna.

“La Spagna supererà ogni difficoltà”, ha chiosato il sovrano, ma, nel frattempo, il Governo non sembra avere soluzioni.

 Il comizio finale della campagna per il "sì" all'indipendenza catalana. Foto:  Assemblea.cat  Licenza: CC 2.0

Il comizio finale della campagna per il "sì" all'indipendenza catalana. Foto: Assemblea.cat Licenza: CC 2.0

La strategia Puigdemont. La strada, infatti, sembra batterla lo stesso Puigdemont che intanto è riuscito là dove nessun leader catalano aveva avuto successo: portare l’indipendentismo catalano sulla scena europea.

Approfittando della debolezza di Madrid (il governo Rajoy è retto da una minoranza parlamentare dopo una doppia tornata elettorale), Carles Puigdemont ha forzato la mano, proclamando il referendum unilateralmente e con il solo appoggio della propria maggioranza. Per rincarare la dose, tale voto, in barba alle norme costituzionali esistenti nel paese, sarebbe stato “esecutivo” e non solo “consultivo” come quello celebrato da Mas nel 2014.

La strategia era di spingere Rajoy all’azione per catalizzare l’attenzione internazionale sulla causa catalana. Così, infatti, è stato, soprattutto a livello europeo.


L’Europa e le reazioni. Per il leader dell’Alleanza dei Liberali e Democratici d’Europa (ALDE), l’olandese Guy Verhofstadt il referendum “rimane una questione domestica della Spagna”. A fronte, però, delle violenze compiute dal Governo Rajoy, ci sarebbe bisogno di una “soluzione negoziata”, una “de-escalation” che comprenda tutti, anche le opposizioni catalane, per ottenere un accordo nel “rispetto della costituzione”.

Il medesimo appello arriva dalla Commissione Europea per cui “la violenza non può diventare uno strumento politico” augurandosi che il governo spagnolo possa essere capace “di gestire il processo in atto nel pieno rispetto dei diritti civili e della costituzione”.

L’Unione Europea, nonostante le dichiarazioni a favore del dialogo espresse anche a livello dei singoli membri, rimane, per ora, alla porta. Lo scopo sarebbe di non porre sullo stesso piano un governo regionale, la Catalogna, con uno nazionale. Il riconoscimento di Barcellona quale interlocutore sarebbe, “de facto”, un riconoscimento dell’indipendenza di questa su Madrid. Si creerebbe così un precedente, che altri movimenti “indipendentisti” potrebbe usare per ottenere l'intervento ed il riconoscimento, dell’Unione Europea.

L’economia e l’indipendenza. Eppure, come sottolinea Mauro Deaglio sulla Stampa, l’Europa potrebbe vedersi costretta ad agire anche a fronte di una debolezza, e possibile caduta, del Governo Rajoy. L’indipendenza, infatti, è una questione anche economica che non abbraccia la sola Spagna.

La secessione della Catalogna dalla Spagna porterebbe via dal paese il 17% della popolazione ed il 20% del PIL, ma anche buona parte del debito di Madrid e dei contributi spagnoli al budget dell’Unione. Verrebbero poi a cadere anche i progetti co-finanziati dall’Europa in Catalogna, almeno fino ad un rientro della stessa nella UE, cosa che dovrebbe avvenire con il voto positivo anche della Spagna.

L'Europa, quindi, potrebbe essere costretta, suo malgrado, ad intervenire nel caos spagnolo.

Perché, al di là delle condanne agli errori di entrambe le parti, questo continua ad essere l'unico vero risultato del referendum del 1 ottobre: il caos.


Per approfondimenti:

- cosa la Spagna ha sbagliato con la Catalogna: the Atlantic

- la dichiarazione di Zapatero a supporto di una soluzione politica: el Confidencial

- la sconfitta di Madrid: The Guardian

- contro la secessione catalana, un idea: al-Jazeera

- il "conflitto" fra Barcellona e Madrid: Südduetsche Zeitung

Il nuovo fronte del populismo tedesco: Frauke Petry e la Baviera: - il Caffè del 5-10-2017

Paura Europa: il futuro del continente dopo Catalogna e Germania - il Caffè della Domenica del 1-10-2017