Brexit: l’ammutinamento della Camera dei Comuni – il Ristretto del 14-12-2017

    Nebbia sulla House of Commons, sede del parlamento britannico dove Theresa May ha subito la sua prima vera sconfitta parlamentare. Foto:  David McKelvey  Licenza: CC 2.0

 

Nebbia sulla House of Commons, sede del parlamento britannico dove Theresa May ha subito la sua prima vera sconfitta parlamentare. Foto: David McKelvey Licenza: CC 2.0

Come se non bastassero i malumori dei 20 parlamentari Tories del “Leave means Leave” (Uscire significa Uscire”), i veti incrociati in Irlanda o l’autonomismo di Londra e Scozia, Theresa May riscopre gli “ammutinati”.

Muteneers (ammutinati), così, infatti, il Daily Telegraph (quotidiano conservatore pro-Brexit) “bollò”, fra le critiche degli altri media, fra i sette ed i quindici Conservatori pro-Remain pronti a dare battaglia alla Camera dei Comuni al proprio governo. Molti, nei momenti concitati delle ultime settimane, si erano dimenticati di quei voti. Loro, invece, non avevano abbandonato la propria missione ed alla prima occasione utile, peraltro la maggiore, hanno colpito, grazie ad un insperato aiuto interno.

I fatti. Il tutto è accaduto mercoledì 13 novembre, alla vigilia dell’incontro fra il Primo Ministro e gli altri leader europei a Bruxelles, quando, con 309 favorevoli e 305 contrari, la Camera ha approvato un emendamento al “Withdrawal Bill” che le conferisce il diritto di votare l’approvazione dell’accordo sulla Brexit.

Il “Withdrawal Bill” va a sancire le metodologie con cui, da fine 2018 all’entrata in vigore della Brexit nel marzo 2018, sarebbero stati emessi i singoli decreti attuativi necessari a “cancellare” decenni di regolamentazioni comunitari dalle leggi britanniche. Visto il poco tempo a disposizione, nel migliore dei casi, quattro mesi, lo scrutinio parlamentare veniva di fatto degradato ad un voto indicativo conferendo una vasta autonomia operativa ai singoli Ministeri.

La legge emendata, sostenuta dall’avvocatura generale britannica, va a ridurre tale autonomia legando i singoli provvedimenti attuativi al voto della Camera dei Comuni.

Mani legate. A risultarne indebolito è il mandato del Governo sulla Brexit ed in particolare le possibilità del negoziatore britannico Davis Davis, il quale, d’ora in poi, dovrebbe tener conto anche degli schieramenti parlamentari, oltre che dei veti incrociati provenienti dall’Irlanda e le richieste di autonomia di Londra e Scozia.

Un lavoro che necessiterà di un buon cesello al fine di non scontentare ne gli Hard-Brexiters (ovvero, nessuna presenza dei regolamenti europei post-Brexit) ne precludersi l’accordo con l’Europa (ovvero, nessun confine fra Irlanda ed Irlanda del Nord).

Che succede ora. Da soli gli ammutinati non sarebbero stati capaci di rovesciare il governo, perché i voti che hanno portato alla sconfitta, la prima di Theresa May sulla Brexit, sono stati quelli di quattro Brexiters: Dennis Skinner, Grahame Morris, Ronnie Campbell e John Mann.

Mentre i Mutineers sono, come il Labour, contrari al concetto di Hard-Brexit, le ragioni del voto di Skinner, Morris, Campbell e Mann, sono diverse: mettere il Governo sotto lo scacco del no-Deal.

In questo intento i quattro non sono certamente da soli e potrebbero essere spalleggiati dai membri del “Leave means Leave”. L’obiettivo sarebbe di creare in Parlamento il rischio di un no-Deal, ovvero un voto contro il trattato prossimo venturo qualora questo non soddisfi i criteri della Hard Brexit, ovvero, come in questo preciso momento. Uscire senza accordo, è stato sempre il mantra degli “estremisti” della Brexit, “sarebbe meglio che uscire con un pessimo accordo”.

Soft-Brexit. Se i Tories si trovano sempre più spaccati, a far la figura dei vincitori sono stati i laburisti. Su uno dei voti considerati fondamentali da Theresa May, non solo sono riusciti a mantenere serrate le proprie fila, ma anche a “soffiare” 11 voti ai conservatori.

Comprensibile la soddisfazione del leader laburista Jeremy Corbyn, secondo cui il voto avrebbe sancito “la vittoria del processo democratico evitato da Theresa May” restituendo “il controllo del Parlamento sulla Brexit”.

Archiviata, dunque, la vittoria, la strategia laburista si sposta ora sulle trattative in Europa. Il loro principio è semplice: o Theresa May decide di passare ufficialmente alla “Soft-Brexit” – cosa avvenuta ufficiosamente con l’accordo con l’Europa della settimana scorsa – oppure si assume il rischio di veder bocciato l’accordo in Parlamento. Al contrario però del “no-Deal” auspicato dai Brexiters, per il Labour la soluzione sarebbe quella di un secondo referendum e, eventualmente, ma la leadership è divisa a riguardo, al blocco dell’intero processo di uscita: la no-Brexit.

Il problema tempo. Nonostante le illusioni dei due schieramenti “vittoriosi”, a decidere la strada da prendere non sarà, però, il voto laburista o quello ultra-conservatore, bensì il tempo. Tutto dipenderà da quando – e se – si concluderanno le trattative sull’accordo commerciale.

Se queste si concluderanno fra i sei ed i quattro mesi prima di marzo 2019, data ufficiale della Brexit, allora il piano laburista avrebbe una chance, anche il "no-Brexit", che poi è un sinonimo, per i Conservatori, della Soft-Brexit. Qualora le trattative si trascinassero a gennaio, allora il “no-Deal” potrebbe essere l’unica alternativa all’accordo.

Come affermato in passato dal negoziatore europeo Michel Barnier “la Brexit non è una questione di quando, ma di come, perché il tempo è fissato e l’orologio continua a correre”.

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