Brexit, Catalogna e stato di diritto: i temi caldi dell’autunno europeo – il Ristretto del 15-11-2017

 Il Parlamento Europeo, il luogo dove nei prossimi mesi andranno affrontati i temi più caldi della politica europea: la Brexit soprattuto, ma anche la crisi spagnola e le preoccupazioni per la situazione democratica in Polonia e a Malta. Foto:  European Parliament  Licenza:  CC 2.0

Il Parlamento Europeo, il luogo dove nei prossimi mesi andranno affrontati i temi più caldi della politica europea: la Brexit soprattuto, ma anche la crisi spagnola e le preoccupazioni per la situazione democratica in Polonia e a Malta. Foto: European Parliament Licenza: CC 2.0

Quali sono i temi principali del tardo autunno europeo. Certamente la Brexit con l’ultimatum a Londra per presentare una qualsiasi forma di proposta per uscire dallo stallo delle negoziazioni. Ma anche la crisi catalana e il deterioramento della democrazia a Malta ed in Polonia.


Sommario:

  • Theresa May sempre più a rischio
  • L’Europa chiede 60 miliardi al Regno Unito
  • Le divisioni interne agli indipendentisti catalani e la situazione nelle altre regioni
  • Le accuse a Malta e Polonia

May…exit: il governo britannico a rischio

Il governo di Theresa May in Gran Bretagna potrebbe esser a rischio ed il motivo sarebbe la Brexit.

Secondo quanto indicato dal Sunday Times, almeno 40 parlamentari conservatori (su 315) avrebbero firmato una lettera di sfiducia al Primo Ministro britannico, otto firme in meno rispetto al numero legale per la destituzione a leader dei Tories di Theresa May, il meccanismo che la farebbe decadere permettendone la sostituzione con un altro leader conservatore.

A guidare la rivolta, il Segretario agli Esteri, l’hard Brexiter Boris Johnson, il quale non ha mai nascosto la propria intenzione di insediarsi al numero 10 di Downing Street.

In una lettera segreta pubblicata dal Mail on Sunday ed intitolata “Eu-Exit, prossimi passi”, Johnson accusa il governo di Theresa May e, in particolare, il Cancelliere dello Scacchiera Philip Hammond, di “inefficienza” nel preparare il paese alla Brexit. Alla base ci sarebbe la mancata volontà da parte del governo di “prepararsi al no-deal”, un atteggiamento di debolezza nei confronti dell’Europa che mina gli “interessi della Gran Bretagna”.

Alla pubblicazione della lettera sono stati molti i politici conservatori a criticare l’iniziativa di Johnson. Critiche sono arrivate anche dal Labour che invita il Segretario agli Esteri alle dimissioni. Ciononostante il partito ha contestato, alla luce delle divisioni dei Conservatori, la reale capacità di Theresa May di portare a termine la Brexit.

Intanto, a Westminster, va in atto quello che il giornale pro-Brexit The Daily Telegraph, ha bollato come un “ammutinamento”. Si tratta delle accuse a 15 parlamentari conservatori che, secondo il quotidiano, “avrebbero avuto delle divergenze con i capi-gruppo” sull'approvare o meno la legge contenente la data della Brexit, un provvedimento caldeggiato dallo stesso governo May teso a rendere, una volta per tutte, “ufficiale” l’uscita della Gran Bretagna dalla UE.

Con il loro voto contrario, conclude il Telefraph, gli “ammutinati” si schiererebbero con i laburisti nel tentativo di “ostacolare la Brexit”.


I 60 miliardi di Euro della Brexit Bill

L’attacco a Theresa May arriva nella settimana in cui l’Europa sembra aver lanciato un ultimatum a Londra. Dopo infatti sei round di contrattazioni concluse in un niente di fatto, per il capo-negoziatore europeo Michel Barnier, il Regno Unito dovrebbe rispondere entro 2 settimane sui punti dirimenti del “divorzio”. Al centro della questione quella Brexit Bill intesa a compensare la quota britannica al budget europeo 2014-2020 e sottoscritto dal governo britannico prima dell’attuazione dell’articolo 50.

In ballo ci sarebbe l’inizio delle trattative sui futuri accordi commerciali, il cui inizio, programmato per Dicembre, potrebbe scivolare a Marzo.

Come ha sottolineato infatti il Presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, “il problema non è dell’Europa”, ma solo della Gran Bretagna. “Perché”, si chiede l’esponente popolare, “Tedeschi, Italiani, Spagnoli o Olandesi dovrebbero pagare per la decisione dei Britannici?”.

A questa domanda Londra continua a non rispondere. Accettare la cifra proposta dall’Europa (60 miliardi di Euro) significherebbe ammettere il fallimento delle contrattazione, almeno dal punto di vista degli hard-Brexiters. Inoltre il tema economico rappresenta l’unica vera leva contrattuale di Lonra ed è per questo che il negoziatore britannico Davis Davis preferisce usare la Brexit Bill dal punto di vista della contrattazione politica sottolineando come “se si trattasse solo degli obblighi finanziari, le trattative si sarebbe concluse già il primo giorno”.  


 Ximo Puig, presidente della Comunità Valenciana, e Carles Puigdemont, ex-presidente della Generalitat catalana: due modi diversi di percepire la questione catalana. Fonte:  Presidència Generalitat  Licenza:  CC 2.0

Ximo Puig, presidente della Comunità Valenciana, e Carles Puigdemont, ex-presidente della Generalitat catalana: due modi diversi di percepire la questione catalana. Fonte: Presidència Generalitat Licenza: CC 2.0

Puigdemont e la rottura del fronte indipendentista catalano

Mentre il weekend ha visto oltre 750.000 persone manifestare a Barcellona per la “liberazione” dei politici catalani incarcerati per il referendum sull’indipendenza di ottobre, continuano in Catalogna i preparativi per le elezioni del 21 dicembre.

Gli anti-global. Il CUP, il piccolo partito anti-globalizzazione di ispirazione chavista che si è distinto per le proprie posizioni intransigenti in materia di indipendenza, ha deciso di presentarsi alla prossime elezioni. Una decisione arrivata a sorpresa: il partito aveva inizialmente indicato la propria volontà di non parteciparvi per non “avallare” il “golpe democratico” di Madrid.

I sondaggi e le alleanze. Si rafforza, quindi, la presenza separatista, ma il fronte appare molto più disunito di quanto lo fosse solo qualche mese fa. ERC, lo storico partito della sinistra repubblicana, non intende riproporre un cartello elettorale indipendentista, sul modello di Junts pel Sì, assieme al PDeCAT di Carles Puigdemont. Con il 28,2% delle intenzioni di voto ERC è ampiamente primo nei sondaggi, 11 punti sopra i liberali unionisti di Ciudadanos e 14 rispetto al Partito Socialista. PDeCAT è attualmente quarto pochi punti sopra gli autonomisti di Catalogna in Comune (CeC), il Partito Popolare e, infine, il CUP.

Un’alleanza fra ERC e PDeCAT, la stessa che ha guidato la Catalogna al referendum, viene percepita dalla dirigenza della sinistra come un “regalo” elettorale a Puigdemont, il quale, da parte sua, sembra aver fatto un passo indietro rispetto all’indipendenza.  

Ho lavorato 30 anni per trovare un’altra forma di relazione fra Spagna e Catalogna
— Carles Puigdemont, nella sua intervista al quotidiano belga le Soir

L'intervista di Puigdemont. L’ex-Presidente catalano avrebbe dichiarato al quotidiano belga le Soir che la Catalogna “non sarebbe stata abbastanza preparata per l’indipendenza” e che la soluzione della crisi non siano le elezioni bensì “sedersi al tavolo dei negoziati” per trovare “un altro tipo di rapporto tra la Catalogna e la Spagna”. Una relazione che è scivolata in un "golpe" per la qual ragione Puigdemont continua a richiedere l'intervento europeo.

Un passo indietro sembra averlo fatto anche Carme Forcadell, la leader del parlamento catalano in quota ERC, la quale, per evitare la prigione, avrebbe promesso, assieme ad altri cinque ex-ministri, di perseguire una “condotta politica aderente alla costituzione spagnola” lasciando da parte, quindi, ogni richiesta di indipendenza.


Crisi catalana: parlano le altre regioni

Secondo le interviste raccolte dal magazine POLITICO, non solo l’indipendenza, ma la stessa richiesta di una maggiore autonomia fiscale sarebbe osteggiata non solo dal governo centrale madrileno, ma dalla maggioranza degli altri governi regionali spagnoli.

“La Spagna è probabilmente il paese più de-centralizzato del mondo” dice il presidente socialista dell’Andalusia Manuel Jiménez Barros, una visione che arriva da una delle regioni considerate potenzialmente secessioniste e condivisa dalla popolare Cristina Cifuentes, presidente della regione di Madrid, la più ricca di Spagna.

Contro l'indipendenza anche il socialista catalano-valenciano Ximo Puig, presidente della Comunità Valenciana considerata dagli indipendentisti parte della “Catalogna” storica. "La diversità culturale della Spagna" sarebbe una ricchezza, non una debolezza, dice il politico socialista, che sottolinea, inoltre, come la distribuzione dei poteri fra Madrid e Barcellona non “genera ineguaglianze”.

Solamente i leader della Navarra e dei Paesi Baschi si sono espressi a favore dell’autodeterminazione della Catalogna, ma sembrano fortemente avversi a perseguire un’agenda simile, forti della propria indipendenza fiscale.

Quanto affermato da Jiménez Barroso è confermato dal RAI, un indice internazionale che misura il grado di decentralizzazione degli stati. La Spagna si collocherebbe seconda fra i paesi occidentali dopo la Germania, ma prima di stati fortemente federali quali il Belgio, degli USA, della Svizzera e del Canada. L’indice indica anche le regioni, per cui la Catalogna avrebbe un’indice inferiore a Paesi Baschi e Navarra, ma superiori alla Scozia e alle regioni belghe.


 Il dibattito al Parlamento europeo sui Panama Papers e Malta. Foto:  European Parliament  Licenza:  CC 2.0

Il dibattito al Parlamento europeo sui Panama Papers e Malta. Foto: European Parliament Licenza: CC 2.0

Malta, i Paradise Papers e la crisi dello stato di diritto

In una risoluzione approvata mercoledì a Bruxelles, l’Europarlamento ha espresso con i due terzi dei voti la propria preoccupazione per lo stato di diritto a Malta.

“Gli sviluppi della politica maltese negli ultimi anni” dice la risoluzione “mettono in discussione la democrazia e i diritti fondamentali, inclusa la libertà i stampa e l’indipendenza della polizia e del sistema giudiziario”. Il provvedimento è strettamente legato allo stallo delle indagini sull’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia.

Il blocco, sottolineano gli Europarlamentari, dimostrerebbe “la non volontà del governo maltese di investigare quei casi di riciclaggio di denaro e sulle accuse di corruzione” considerati il movente della morte della giornalista maltese.

Ai margine della risoluzione, il Parlamento Europeo ha discusso del caso Paradise Papers, ovvero i documenti sulle societa off-shore pubblicati da ICIJ sotto cui si nasconderebbe un immenso giro di frodi fiscali.

Gli Europarlamentari si sono impegnati ad indagare sulla compravendita dei passaporti maltesi, su cui verrà pubblicato un rapporto ufficiale nei primi mesi del 2018. Un problema che può apparire minore, ma che preoccupa molto i paesi membri alla luce, soprattutto, dei traffici illegali nell’isola. Per le regole europee, ogni passaporto maltese garantisce agli acquirenti tutti i diritti connessi all’essere cittadini europei, fra cui la libera circolazione.

Diventare cittadino maltese sarebbe infatti possibile con un investimento di circa 600.000 euro: una cifra irrisoria, ad esempio, per i grandi trafficanti di droga.


La marcia nazionalista polacca e la reazione europea.

Nella stessa seduta, il Parlamento ha condannato la marcia nazionalista avvenuta in Polonia sabato 11 novembre, nel quale i dimostranti, 60.000 secondo la polizia polacca, avrebbero chiesto la “morte ai nemici della patria” invocando una “Polonia cattolica e non secolare”.

Una marcia "xenofoba e fascista" definita "inaccettabile all'interno di un Unione Europea che promuove il pluralismo e la democrazia"

Si inasprisce, quindi, la disputa fra Bruxelles e Varsavia, nata al seguito delle riforme messe in atto dal governo polacco negli ultimi anni per “il rinnovamento morale del paese”. Fra queste, la restrizione al diritto all’interruzione delle gravidanza e la proposta di riforma della magistratura il cui controllo passerebbe direttamente al governo.

In quella che poi è diventata una seconda risoluzione, gli Europarlamentari hanno chiesto formalmente alla Commissione di avviare i meccanismi dell’articolo 7 del Trattato di Lisbona, quello che potrebbe portare alla sospensione del diritto di voto nel Consiglio Europeo ai polacchi.

La medesima procedura è stata messa in atto dal luglio 2017 per l'Ungheria di Viktor Orban.

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