Brexit ed economia: rallenta la Gran Bretagna - La crescita dell'Eurozona - Il rimasto francese - il Caffè della Domenica del 25-6-2017

 Michel Barnier, il capo-negoziatore europeo per la Brexit. Foto:  Piotr Drabik  Licenza:  CC 2.0

Michel Barnier, il capo-negoziatore europeo per la Brexit. Foto: Piotr Drabik Licenza: CC 2.0

23 giugno 2016, il giorno del Referedum sulla Brexit. La Gran Bretagna, scioccando l'Unione e la propria classe politica, decide l'uscita dall'Europa dando vita alla principale crisi politica del blocca e la paura del populismo, sopratutto in Francia. Dopo un anno, le cifre inchiodano la posizione britannica, l'Eurozona cresce e la Francia ha un presidente europeista. Cosa è cambiato?

La rinuncia di Londra al Mercato Unico.

Sin dal referendum sulla Brexit dell'anno scorso, uno dei principali nodi su cui si è animato lo scontro fra Gran Bretagna ed Europea è stata la pretesa, da parte del governo britannico, di mantenere la partecipazione al Mercato Comune Europeo (MEC).

In un'ottica economicistica, Londra avrebbe voluto mantenere una forma di accesso privilegiato al MEC, allo scopo, fra l'altro, di evitare un rincaro sulle importazioni, un comparto economico che vede il paese dipendere, di fatto, dai partner europei. Per la UE invece, si trattava di difendere un principio, ovvero che la partecipazione al MEC, non possa prescindere dall'accettazione degli altri "valori europei", come l'unione doganale, la libera circolazione delle persone e la solidarietà europea, sancita dalla partecipazione al budget comunitario. 

Il principale risultato della prima tornata di trattative fra Londra e Bruxelles, avvenuta in settimana, è stato il passo indietro del governo britannico proprio su questo punto. Durante il suo primo incontro con l'eponimo europeo Michel Barnier, il negoziatore britannico Davis Davis ha, infatti, annunciato la rinuncia della Gran Bretagna a qualsiasi futura partecipazione al MEC. In questo modo, Londra finisce per riconoscere, come voleva Bruxelles, il principio per cui l'Europa non sia una mera organizzazione economica quale il WTO, ma una struttura complessa in cui ogni suo aspetto, sia esso economico, sociale e politico risulta interconnesso.

Le ragioni per il passo indietro britannico sono molte e variano dal fallimento elettorale dei Conservatori guidati da Theresa May, diventata alfiere della linea dura sulla Brexit, al rallentamento economico del paese nel 2017, in controtendenza al trend dell'Unione Europea.

Ad un anno, infatti, dal referendum celebratosi il 23 giugno 2016, l'economia britannica ha rallentato, passando da essere una delle più esplosive dell'Unione ne 2016 a fanalino di coda in Europa. Con una crescita dello 0.3% rispetto al trimestre precedente, la Gran Bretagna si piazza dietro anche all'Italia ed in controtendenza con l'Eurozona, dove la crescita nel primo trimestre del 2017 è il doppio di quella britannica.

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Il calo di valore della Sterlina (scambiata a meno di 1.15 Euro al 16 giugno) è il principale motivo di questa frenata. La valuta debole sta indebolendo, e non poco, la Gran Bretagna nei confronti dei suoi partner principali, ovvero i paesi della UE, nei confronti dei quali Londra ha un serio deficit commerciale.

L'indebolimento della Sterlina colpisce anche i lavoratori. Il potere d'acquisto dei salari è sceso dello 0.2% nel primo trimestre 2017, mentre l'inflazione è passata dallo 0.5% di giugno 2016 al 2.9% di questo mese. Questo sta contribuendo a far diminuire la produttività del paese, la quale, stime della Banca d'Inghilterra, è  tornata ai livelli della recessione del 2008. 

Oltre ai parametri economici, l'uscita della Gran Bretagna dall'Europa sta avendo i suoi effetti sociali. Secondo i dati ufficiali, l'immigrazione di Cittadini Europei nel Regno Unito è in calo, mentre sale del 24% quella dei britannici verso i paesi della UE. 

Da leggere:

La caduta del populismo fra Germania e Francia - La regina e la Brexit - il Ristretto del 21-6-2017

Il "secondo" referendum sulla Brexit - La crescita di Macron - L'ISIS nelle Filippine - il Ristretto del 30-5-2017

Perché la Gran Bretagna non ha alternative ad accettare la proposta dei 27 sulla Brexit - il Caffè del 2-5-2017

Per approfondimenti:

- sui salari britannici e l'inflazione: BBC News


 Il Presidente della BCE, Mario Draghi. Foto:  European Parliament  Licenza:  CC 2.0

Il Presidente della BCE, Mario Draghi. Foto: European Parliament Licenza: CC 2.0

La crescita dell'Eurozona

"Abbiamo buone notizie provenienti da tutti i paesi dell'Unione Europea. La disoccupazione è in calo e l'Europa non ha mai avuto tassi di occupazione così alti"  Questo è, in breve, il messaggio del Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ai leader europei nel summit di Tallin di venerdì 23 giugno. A lui si è associato il Presidente della Banca Centrale (BCE) Mario Draghi che ha sottolineato, col più ottimista dei messaggi, come "qualcosa sia cambiato" in Europa.

Il cambiamento è quantificato nei dati sulla crescita del PIL nel primo trimestre del 2017 nei paesi dell'Eurozona. La media europea è dello 0.6% spinta, soprattutto, dalla crescita dei Paesi Baltici, della Spagna, della Slovenia e dell'Irlanda, con quest'ultima avviata ad un +4% annuo, ma con effetti positivi anche su Italia (+0.4%) e Francia (+0.5%).

L'Eurozona si avvia a grandi passi verso l'uscita dall'emergenza economica e, anche se sul piatto rimangono la crisi greca e il salvataggio delle Banche Italiane, questo escluderebbe l'ulteriore abbassamento dei tassi d'interesse da parte della BCE.

Le conseguenze sarebbero importanti, quale l'aumento del potere d'acquisto dei salari, ed il primo passo verso l'abbandono, da parte della BCE, di quelle politiche economiche d'emergenza messe in atto per arginare la crisi proprio dall'attuale Presidente pochi giorni dopo la sua nomina nel 2011.

Le possibilità che questo avvenga nel corso del 2017 sono basse, ma il nuovo vento europeo sembra favorevole a quelle riforme (Europa a molte velocità, ministro dell'Economia comunitario e difesa europa) proposte da Francia, Germania, Italia e Spagna.

Per approfondimenti:

- la crescita dell'Eurozona: The Financial Times

- la strategia possibile per l'Eurozona ed il discorso di Mario Draghi: POLITICO

- i dati della Commissione Europe sulla crescita del 2017: Commissione Europea


Il rimpasto di governo in Francia

Il Ministro della Giustizia francese e leader del Movimento Democratico (MoDem), François Bayrou il principale alleato di Macron al governo del paese, ha dato in settimana le dimissioni dal governo guidato da Edouard Philppe. Insieme a lui si sono dimessi altri tre ministri, tutti del MoDem, fra cui il Ministro della Difesa. 

Motivo delle dimissioni, l'apertura delle indagini sull'eventuale uso "illegittimo" dei fondi del Parlamento Europeo. Secondo l'accusa, 19 ex-europarlamentari ed attuali deputati centristi e non, fra cui, appunto i quattro ministri dimissionari, i quali avrebbero usato i fondi del Parlamento per "assumere" i propri collaboratori sul suolo nazionale.

La decisione è stata uno shock per l'Eliseo, ma, in realtà, ha offerto al novello presidente la possibilità di rinnovare il proprio governo anche alla luce dei positivi risultati elettorali. Prima delle elezioni, infatti, con l'obiettivo di porre le basi per future alleanze di governo, l'Eliseo aveva optato per la formazione di un Gabinetto trasversale con esponenti centristi, socialisti, verdi e repubblicani.

Il voto ha consegnato all'alleanza fra La Republique en Marche (LRM) e i MoDem un totale di 350 seggi sui 577 dell'Assemblea Nazionale, garantendo al Presidente un'insperata stabilità di governo. Questo ha portato il rimpasto che prevederà l'aumento dei Ministri di LRM a scapito, pare, proprio dei Centristi.

Uno dei principali obiettivi elettorali del Presidente, era quello di restituire dignità alla politica. Proprio per questo, Macron sembrerebbe, ora, intenzionato  a mettere in disparte gli stessi MoDem, forte dei 308 deputati eletti nelle file del proprio partito. L'obiettivo? togliere tutti i possibili ostacoli per il proprio complesso piano di riforme che comprende mercato del lavoro, apprendistato, disoccupazione e pensioni

Da leggere:

La caduta del populismo fra Germania e Francia - La regina e la Brexit - il Ristretto del 21-6-2017

Tsunami Macron - La minaccia europea verso Londra - La battaglia di Marawi e il Qatar- il Ristretto del 12-6-2017


In breve:

 Soldato Yezida dell'YPJ, le milizie del Kurdistan siriano. Supportate dagli Stati Uniti, e con la copertura aerea della Russia, i Curdi stanno combattendo all'interno di  Raqqa  in quella che potrebbe essere l'ultima campagna campale verso la sconfitta dell'ISIS. Rimangono aperte le altre domande: quale futuro per la regione dopo lo Stato Islamico? E, soprattutto, come affrontare la questione curda alla luce del referendum sull'indipendenza del Kurdistan iracheno e l'enorme territorio in mano all'YPJ in Siria? Foto:  Kurdishstruggle  Licenza:  CC 2.0

Soldato Yezida dell'YPJ, le milizie del Kurdistan siriano. Supportate dagli Stati Uniti, e con la copertura aerea della Russia, i Curdi stanno combattendo all'interno di Raqqa in quella che potrebbe essere l'ultima campagna campale verso la sconfitta dell'ISIS. Rimangono aperte le altre domande: quale futuro per la regione dopo lo Stato Islamico? E, soprattutto, come affrontare la questione curda alla luce del referendum sull'indipendenza del Kurdistan iracheno e l'enorme territorio in mano all'YPJ in Siria? Foto: Kurdishstruggle Licenza: CC 2.0

Le proteste di Hong Kong - La conquista di Mosul - Il punto in Medio-Oriente ed Europa - il Caffè delle Domenica del 2-7-2017

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