L'Austria che sceglie il nazionalismo, l'attentato di Mogadiscio e gli scontri di Kirkuk fra Kurdistan ed Iraq - il Ristretto del 16-10-2017

 Sebastian Kurz, 31 anni, ex-Ministro degli Esteri e leader dei popolari, ribattezzati Lista Kurz, ora possibile nuovo Cancelliere austriaco con un programma fortemente conservatore. Foto:  EU2017EE Estonian Presid  Licenza:  CC 2.0

Sebastian Kurz, 31 anni, ex-Ministro degli Esteri e leader dei popolari, ribattezzati Lista Kurz, ora possibile nuovo Cancelliere austriaco con un programma fortemente conservatore. Foto: EU2017EE Estonian Presid Licenza: CC 2.0

Le elezioni in Austria hanno consacrato il giovane Sebastian Kurz ed il suo rinnovato Partito Popolare che guarda verso destra - In Germania, a sorpresa, trionfa la SPD in Bassa Sassonia a fronte del naufragio di CDU e Verdi - L'attentato di Mogadiscio e l'attacco iracheno al Kurdistan.

La vittoria di Kurz sull'asse austro-ungarico

Dopo le elezioni federali di domenica 15 ottobre, l'Austria si scopre più vicino all'Ungheria di Viktor Orban che a Bruxelles.

Con il 31,6% vince, infatti, la ÖVP del giovane leader conservatore Sebastian Kurz, l'ex-Ministro degli Esteri che, una volta preso il controllo del partito a maggio, ha traghettato il Partito Popolare verso la destra anti-migranti e ultra-conservatrice

Quella di domenica, ha affermato Kurz davanti ai propri militanti in serata, non sarebbe la vittoria di un Partito sugli altri, ma l'affermazione di una nuova visione per il paese, bloccato da anni di Grande Coalizione e dagli effetti della crisi economica arrivati anche nel ricco paese mitteleuropeo.

L'obiettivo di Kurz sarebbe quello di rinnovare l'offerta politica del paese e per questo, oltre che per calcolo elettorale, avrebbe più volte strizzato l'occhio ai nazionalisti della FPÖ, terzo partito del paese con il 26%. Quella stessa FPÖ, la quale ha più volte dichiarato il proprio supporto alle politiche anti-migrazione ed anti-Islam applicate negli ultimi anni a Budapest. 

Dopo la fine del conteggio dei voti degli Austriaci all'estero, atteso in settimana, inizieranno i colloqui per la creazione del governo.

Stando alla dichiarazioni pre-elettorali, è escluso il ritorno della Grande Coalizione. ÖVP cercherà, dunque, un'alleanza con i nazionalisti guidati da Hans-Christian Strache. Il programa, sempre stando a quanto dichiarato da Kurz in campagna elettorale, proporrebbe nuove misure di blocco all'arrivo degli immigrati sulla rotta mediterranea, e quindi dall'Italia, oltre a possibili freni al processo di integrazione europea.

All'opposizione, almeno di sorprese dell'ultima ora, andranno i socialdemocratici della SPÖ,  secondo partito con il 26,9% dei consensi, i Liberali del NEOS, 5% e gli scissionisti dei Verdi, la Lista Pilz, 4,3%.

Rimangono fuori dal Parlamento, a sorpresa, proprio i Verdi del Presidente della Repubblica Alexander van der Bellen.


 Stephan Weil, leader della SPD della Niedersachsen e recente vincitore delle elezioni regionali nel Land tedesco. Per la SPD il primo risultato positivo dell'anno, tre settimane dopo la cocente sconfitta a livello nazionale. Foto:  SPD in Niedersachsen  Licenza:  CC 2.0

Stephan Weil, leader della SPD della Niedersachsen e recente vincitore delle elezioni regionali nel Land tedesco. Per la SPD il primo risultato positivo dell'anno, tre settimane dopo la cocente sconfitta a livello nazionale. Foto: SPD in Niedersachsen Licenza: CC 2.0

A sorpresa, una vittoria della SPD e la sconfitta della CDU

E se la Germania volesse la Grande Coalizione? Questo sembrano suggerire a Berlino gli elettori della Niedersachsen o Bassa Sassonia dove, domenica 15 ottobre, si sono tenute le prime elezioni regionali successive a quelle federali del 24 settembre.

Prendere un'elezione regionale come indicatore nazionale è un esercizio complesso, soprattutto considerando le specificità regionali, ma il confronto di questi risultati con quelli segnati negli stessi collegi solo tre settimane fa, sembra corroborare questa sensazione.

A vincere sono stati, infatti, i socialdemocratici della SPD, già al governo con i Verdi e "bocciati" alle elezioni nazionali di tre settimane fa. Con il 37% dei consensi, la SPD aumenta il proprio consenso sia sulle regionali precedenti, + 4% sia sul dato delle elezioni nazionali portando il proprio consenso dal 27 al 37% percento in soli 21 giorni.

Mentre la SPD sale, cedono i tre partiti della cosiddetta Coalizione Jamaica, quelli che, a breve, potrebbero dare vita al nuovo governo nazionale di Angela Merkel.

La CDU scende al 34%, il peggior risultato nella regione dal 1959. Perdono due punti anche i Liberali, mentre più grave il tracollo dei Verdi. Questi passano dal 13,4% delle ultime elezioni regionali, all'8,7% anche se il dato rimane sostanzialmente in linea con i voti ottenuti durante le elezioni federali.

Dal parlamento regionale rimane fuori la Linke (4,6%), mentre vi entrano i populisti della AfD, anche se il partito perde oltre 4 punti rispetto al risultato delle elezioni nazionali. Come dire, quello che ha funzionato come "voto di protesta" a livello nazionale, sembra essere stato soppiantato in queste elezioni regionali dal pragmatismo.

Grazie al pessimo risultato dei Verdi, è probabile il ricorso alla Grande Coalizione SPD-CDU anche se non è esclusa una alleanza atipica fra socialdemocratici, verdi e liberali.

Intanto, a Berlino, qualcuno si interroga se i tedeschi non vogliano proprio la Grande Coalizione, in barba alle aspirazioni politiche dei partiti.


L'Iraq attacca il Kurdistan: scoppia la tensione post-referendum

Esplode la tensione fra il governo iracheno e quello curdo (KRG) a tre settimane dal referendum tenutosi in Kurdistan sull'indipendenza.

La mattina di lunedì 16 ottobre, le forze di sicurezza irachene hanno lanciato "un'operazione militare" nella regione di Kirkuk, una delle zone contese fra KRG e Iraq paese sotto controllo curdo dal 2014. Secondo il governo di Baghdad, la città sarebbe stata presa poche ore dopo a causa della ritirata delle forze di sicurezza curde. 

Secondo quanto riportato alla Reuters da Salah el-Kinani, comandante della 9a divisione armata irachena che guida l'attacco, l'obiettivo dell'Ira era la conquista della base aerea K1, situata ad ovest della città. L'attacco segue settimane di tensione fra Baghdad ed Erbil a seguito della volontà curda di non celebrare il referendum anche a Kirkuk, considerata dall'Iraq come parte integrante del proprio territorio.

Assieme all'esercito regolare, riportano fonti dei Peshmerga curdi, ci sarebbero i paramilitari delle Forze di Mobilitazione Popolare, milizie sciite addestrate direttamente dall'Iran. Proprio un mese fa, in occasione del referendum, il Generale Suleimani, capo delle forze speciali di Teheran aveva "minacciato" l'intervento dei miliziani sciiti qualora i Curdi avessero continuato nella strada del referendum.

Proprio fra Peshmerga e miliziani sciiti si sarebbero verificati gli unici scontri a fuoco. Secondo fonti curde, infatti, le forze di sicurezza curde avrebbero risposta al fuoco dei miliziani che accompagnavano l'esercito iracheno, distruggendone alcuni mezzi militari, ma non avrebbero fermato l'avanzata

Durante l'attacco, il governatore curdo di Kirkuk, città multietnica di oltre 1 milione di abitanti, avrebbe richiamato alle armi la popolazione per resistere all'avanzata delle forze di Baghdad. Non sembra però che l'appello abbia riscosso successo.

Attualmente sarebbero migliaia i civili in fuga dalla città, in maggioranza curdi e arabi sunniti che temono rappresaglie da parte delle milizie sciite.

Da Erbil arrivano intanto le prime dichiarazioni. Per il Comando regionale dei Peshmerga, l'attacco di Baghdad sarebbe un "atto di guerra".


La Somalia, il nuovo fronte del terrorismo?

231 morti e 275 feriti. Questo il bilancio, per ora, dell'attentato di Mogadiscio dove sabato 14 ottobre due camion-bomba sono stati fatti detonare nel centro della capitale somala. Si tratta del più grave attacco avvenuto nel paese dalla costituzione del fragile e frammentato governo federale nel 2014.

Non esistono, quindi, solo i kamikaze europei, Boku Haram in Nigeria, le milizie di Abu Sayaf nelle Filippine, o le decine di gruppi salafiti attivi nel mondo arabo, il terrorismo sembra toccare anche il Corno d'Africa ed in particolare l'ex-Colonia italiana. 

Al di là delle speculazioni, finora nessun gruppo ha rivendicato la paternità dell'attacco. I primi sospetti sono andati verso la temutissima al-Shabab, la filiale di al-Qaeda che controlla svariate zone nel sud del paese. Un altra ipotesi vede nell'attentato l'inizio di un offensiva dell'ISIS, recentemente apparsa nel paese da una scissione proprio di al-Shabab. Secondo alcuni osservatori, l'ISIS, ormai nei fatti cacciato sia dalla Siria che dall'Iraq, sarebbe interessata a costruire un "porto sicuro", un nuovo Stato Islamico, proprio in Somalia 

Accanto all'ipotesi della matrice salafita, desta infatti preoccupazione che l'attacco sia arrivato 48 ore dopo le dimissioni, ancora senza giustificazioni, del Ministro degli Difesa Abdirashid Abdullahi Mohamed e del Capo di Stato maggiore Mohamed Ahmed Jimale, esponenti di due gruppi fra loro rivali.

Il rischio è che l'attentato possa essere il primo atto di una nuova guerra civile somala.

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