Addio Atatürk, la Turchia diventa di Erdogan: speciale referendum - il Caffè del 17-4-2017

 Manifestanti pro-Erdogan in festa davanti alla residenza di Istanbul del Presidente. Foto: Chris McGrath/Getty Images News / Getty Images

Manifestanti pro-Erdogan in festa davanti alla residenza di Istanbul del Presidente. Foto: Chris McGrath/Getty Images News / Getty Images

Turchia. Nel referendum del 16 aprile, con il 51,41% dei voti a favore, i cittadini turchi hanno approvato gli emendamenti alla Costituzione che segnano l'avvento del presidenzialismo nel paese. Dura la reazione delle opposizioni che denunciano irregolarità in quello che, nei fatti, è stato un referendum su Erdoğan stesso.

"Si tratta di un momento storico: per la prima volta, il volere popolare si è manifestato". Così il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha commentato la vittoria dalla sua residenza ufficiale di Istanbul. . 

Cosa cambia. Con quella che è stata - continua il Presidente - la "decisione più importante nella storia della Turchia", viene approvata la riforma più radicale dell'era Erdoğan. Gli emendamenti approvati vanno a cancellare, infatti, la figura del Capo del Governo i cui poteri passano al Capo dello Stato. Egli smette di essere così una figura super-partes assumendo, di conseguenza, pieni poteri esecutivi e - come specificano una serie di emendamenti - il controllo sul sistema giudiziario e sulla burocrazia del paese. Mentre il potere del Presidente cresce, si affievolisce quello della Grande Assemblea Nazionale, il parlamento della Turchia, il quale, da organo "principe" del precedente sistema di tipo parlamentare, diviene un mero organo consultivo all'interno del nuovo "presidenzialismo".

Manifestazione pro-Erdogan a Tarabiya. In esclusiva per il Caffè e l'Opinione. Licenza: CC 2.0

Contro i "nemici dello stato". Per Recep Tayyip Erdoğan ed il suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), la riforma garantirà al popolo turco una forma di governo più stabile e meno permeabile ai "nemici dello stato", spesso identificati come quelli del Presidente, come la burocrazia slegata dai "voleri del popolo". Secondo l'attuale Primo Ministro Binali Yıldırım, infatti "il risultato del referendum dimostra come [la Turchia] non si inginocchierà di fronte ai traditori ed ai terroristi", ovvero - come la propaganda ha sottolineato in questi mesi - i Curdi del PKK, i terroristi dell'ISIS e i sostenitori del golpe, fallito, del 15 luglio 2015. Per le opposizioni, invece, la riforma non fa altro che istituire una "monarchia repubblicana", senza un adeguato sistema di controllo favorendo, così, la possibilità di un "governo in mano ad un uomo solo"

Il mancato plebiscito. Nonostante la vittoria, il dato finale rimane lontano da quel plebiscito popolare che era l'obiettivo primario di Erdoğan e del comitato per il "sì". Al contrario il voto ha messo in luce il divario esistente fra le principali città del paese e le aree rurali. A fronte del dato del centro del paese, dove il sì ha talvolta superato l'80% dei voti a favore, il Presidente ha perso nella sua città natale di Istanbul, nella quale il "no" ha vinto con il 51,4% dei voti, e nella capitale Ankara (51,2%). La sconfitta è stata ancora più rilevante nelle aree costiere occidentali e meridionali del paese, tradizionali roccaforti del voto repubblicano. A Izmir il "no" è arrivato al 68,8% e risultati vicini al 60% si sono registrati anche ad Adana ed Antaliya. Scontata la vittoria del "no" nell'area di Diyarbakir e nelle provincie a maggioranza curda del paese, dove, nonostante la forte repressione portata avanti negli ultimi mesi dal governo, il 67,5% degli elettori si è espresso contro la riforma.

Più grande, più forte, più prospera, più stabile: il 16 aprile sarà una pietra miliare per il futuro della Turchia
— Recep Tayyip Erdogan, al momento del voto

La denuncia delle opposizioni. Secondo i due principali promotori del comitato per il "no", il Partito Repubblicano (CHP) e quello Democratico del Popolo (HDP), ci sarebbero "gravi irregolarità nel voto", chiedendo il riconteggio di almeno il 60% delle schede. Le irregolarità sarebbero dovute alla decisione dell'Ufficio Elettorale Centrale (YSK), a spoglio già iniziato, di accettare come valide schede elettorali non sigillate al seguito dei reclami - fra cui quello dell'AKP - sul  basso numero di buste pervenute in alcuni collegi. Per ora il riconteggio è escluso e l'YSK ha confermato in maniera ufficiale la vittoria del "sì".

Il paese spaccato. Oltre a concedere ampi poteri ad Erdoğan, la tornata referendaria ha messo in mostra la profonda spaccatura sociale e culturale che esiste nel paese dalla fine dell'Impero Ottomano nel 1922. Da un lato, la Turchia secolare e modernista che si rifà alla dottrina politica del fondatore della Repubblica, Mustafa Kemal, meglio noto come Atatürk, il "padre dei turchi". Dall'altra parte dello spettro ideologico, la Turchia religiosa e tradizionalista delle aree rurali e popolari di cui Erdoğan è diventato alfiere e nuovo "padre della patria". 

Istanbul, simbolo della frattura. La distanza fra le due culture - e di quella, più recente, rappresentata da HDP - si è vista nelle manifestazioni che hanno attraversato Istanbul nella notte di domenica. A Tarabiya, davanti alla residenza ufficiale del Presidente della Repubblica in città, fra bandiere turche e invocazioni religiose, la Turchia religiosa e tradizionalista si è data appuntamento per inneggiare ad Erdogan. Fra loro, molte donne velate, simboli religiosi e l'invocazione "Allah è grande". Nello stesso tempo, i sostenitori per il "no" marciavano in protesta a Kadikoy, quartiere studentesco e cosmopolita della parte asiatica inneggiando alla "resistenza" contro "il Sultano Erdogan".

Le reazioni internazionali. Dalla Germania - paese che ospita la più grande comunità turca dell'Unione Europea - è arrivato il monito della Cancelliera Angela Merkel nei confronti del governo turco. Per Berlino il "risultato elettorale dimostra le divisioni della società turca" invitando il Presidente Erdogan ad essere "responsabile" e di avere un "dialogo rispettoso" con le opposizioni. Un'opinione condivisa dalla Commissione Europea che invita il governo di Ankara a cercare "il più vasto consenso possibile nel paese" per evitare ulteriori fratture.

"Via dall'Europa". Per il Ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz per cui il risultato sarebbe un "segnale chiaro contro l'UE che deve portare alla chiusura del processo di adesione della Turchia al paese". Per Julia Klöckner, segretaria della CDU nella regione tedesca del Rheinland-Pflaz, sarebbe ora di "chiudere le porte dell'Europa" alla Turchia e interrompere il flusso dei "miliardi di euro di contributi europei" al paese.

Inizia così, fra manifestazioni, accuse e divisioni, una nuova era per la Turchia, quella in cui al mito di Atatürk se ne affianca uno nuovo: quello di Recep Tayyip Erdogan


 Per approfondimenti:

- la mappa del voto: CNN Turk

- il punto di vista del governo turco sulla riforma: The New York Times

- la fine della Turchia come la conosciamo: The Guardian

- l'uscita della Turchia dal consesso europeo: il Sole 24 Ore

- l'inizio della fine di Erdogan? un commento: Die Welt

- Turchia ed Europa, un commento sul futuro: Formiche

- il foto reportage della manifestazione di Tarabiya: il Caffè e l'Opinione

Le elezioni anticipate di Theresa May per salvare se stessa e la Brexit - il Ristretto del 18-4-2017

La guerra di Erdogan al "no" - L'Europa ed il suo anno elettorale - Wikileaks dal punto di vista della CIA - il Caffè della Domenica del 16-4-2017