Neoliberismo: quando la ricerca del capro espiatorio esagera un po’

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“La verità, vi prego, sul neoliberismo” di Alberto Mingardi, la recensione/discussione sul perché semplificare il dibattito economico è dannoso.

Quando il PIL italiano stagna, è noto, la colpa è della globalizzazione neoliberista che porta l’impreditore avido a delocalizzare.

In alternativa è colpa delle politiche d’austerità neoliberiste imposte da un manipolo di eurocrati ordoliberisti di stanza a Bruxelles.

Se si spaccia per le strade, la colpa è delle politiche mondialiste neoliberiste che spingono all’immigrazione incontrollata. Anche le buche nelle città sono la colpa delle politiche neoliberiste, così come l’innalzamento dell’età pensionabile, la stagnazione dei salari, la formazione di monopoli, tutto il capitalismo, anche il nazionalismo e i regimi autoritari, come ha sottolineato Fabrizio Barca, erroneamente, su l’Espresso.

Ogni male contemporaneo è colpa delle politiche neoliberiste inteso come una sostanziale “deregolamentazione del mercato” associato all’espansione del capitalismo finanziario che, miracolo, possono essere di sinistra o di destra a seconda del dove parte la critica.

Tutto noto, tranne che tutto è tutto falso come spiega Alberto Mingardi in “a verità, vi prego, sul neoliberismo, quel poco che c’è, quel tanto che manca pubblicato da Marsilio Editore.



La verità sul neoliberismo

“La verità, vi prego, sul neoliberismo” è un libro eccezionale che dimostra, pagina dopo pagina, esempio dopo esempio, quando distante dalla conoscenza della realtà economica si trovi il dibattito politico-sociale del paese (e in genere quello “popolare”).

La mancanza di conoscenza ci porta a cadere vittima degli stereotipi, come il vivere in un mondo pervaso da un demone neoliberista, o che i commercianti siano tutti evasori, gli imprenditori tutti avidi, i liberi professionisti ricchi, lo Stato sempre positivo e noi tutti schiavi del pensiero unico.

Stereotipi che assumiamo come tali al punto che sostenere che il neoliberismo sia un mostro che distrugge il pianeta a favore di pochi è una posizione socialmente accettabile. Per alcuni anche necessaria e sufficiente per incominciare un dialogo.


La verità su di noi

Partendo da quest’alterazione dei concetti, il libro di Mingardi ha il pregio di contestualizzare il pensiero neoliberale – e quindi il fantomatico neoliberismo – proponendoci non un monolite (il sopracitato pensiero unico), ma un insieme di teorie eterogenee che hanno in comune una sola cosa: aggiornare il liberalismo economico e trasportarlo nella complessità sociale contemporanea.

Il tutto in maniera semplice, divulgativa in un libro ricco di riferimenti culturali anche dotti, ma che rimane accessibile anche a chi non ha lo spessore intellettuale del suo autore (ricercatore dell’Istituto CATO e direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni).

Un libro che parla di noi esseri umani e del nostro bisogno di esseri umani a semplificare quell’immenso network generato dalle diverse interazioni sociali che costituiscono la nostra civiltà.

Mingardi presenta dozzine di esempi del genere in campo economico. Che si parli della nascita di un prodotto o dell’interazione commerciale fra due o più Stati, il quadro che dipinge è quello di un insieme di fattori sincronici e diacronici di difficile comprensione che come tali si prestano alla semplificazione ideologica che va a favore del demagogo, sia questo un politico, un influencer o un economista, reale o presunto.


Stato e privato

Rileggendolo dopo mesi, mi sono soffermato con particolare attenzione su uno di questi in particolare: la critica che fa Mingardi de “Lo Stato Imprenditore”, testo del 2011 dell’economista italo-americana Mariana Mazzucato, per altro considerata dal Governo Conte II come papabile per l’Economia.

La tesi di Mazzucato è molto semplice e spesso usato dagli anti-neoliberisti, ovvero che l’innovazione tecnica e tecnologica è un prodotto esclusivo dell’intervento del pubblico. Idea che suonerà familiare alle orecchie attente di chi segue il dibattito politico su Ilva, Autostrade e Alitalia.

Armato di certosina pazienza, Mingardi prende gli esempi usati da Mazzucato e li contestualizza, raccontandoci una complessità che manca – per scelta? – alla visione dell’economista. Quella che parte come una critica, diventa il racconto di qualcosa di diverso, dell’imprenditorialità umana, della fantasia e del genio, come del fallimento e del desiderio individuale di emergere. Emozioni umane che, spesso, l’anti-liberale trasforma in bisogni indotti dal capitalismo. 

Il risultato non è una nuova Verità, come quella pretenziosamente espressa da Mazzucato, ma al dubbio che si sia di fronte ad un processo molto più complesso. Dubbio e complessità che sono due architravi del pensiero liberale moderno.

Viviamo in un mondo fatto di processi produttivi, economici e sociali complessi che si muovono su scala globale non per scelta politica (quella è arrivata dopo), ma per necessità. Un contesto in cui è impensabile immaginare uno Stato per quanto efficiente e illuminato capace di pianificare l’innovazione a tavolino, come è altrettanto immaginare lobbies di finanzieri e/o economisti che decidono le sorti del mercato intentandosi loro, corpi materiali, il ruolo della “mano invisibile”.


Perché accettiamo le semplificazioni

Il vedere nel liberismo, pardon, neoliberismo il nemico, il deus ex machina del male mondiale, la cupola capitalista che tramite la globalizzazione vuole asservire le masse non diventa altro, nel testo di Mingardi, che il capro-espiatorio di errore, in molti casi, dei singoli individui come di Stati e amministrazioni pubbliche.

In fondo il “neoliberismo” non è una persona, ma un concetto abbastanza oscuro (non ne esiste una definizione univoca) che si può adattare all’occorrenza al punto dal poter essere, all’occorrenza, sia di sinistra che di destra, sia mondialista che nazionalista, sia liberale che dittatoriale.

Esattamente come succede in Italia, situazione che, ovviamente, è al centro del libro. Qui la tesi di Mingardi è quella di molti economisti, filosofi e politologi italiani: l’Italia non ha mai seguito politiche neoliberali né è governato da una lobby imprenditoriale propugnatore del neoliberismo.

Viviamo in un paese dall’altissima pressione fiscale (43% reale, al netto del PIL sommerso e delle imposte locali supera il 50% e, nei casi estremi, il 60%). Abbiamo uno stato la cui spesa pubblica è al 48% del PIL (anche qui, reale) e un’efficienza della stessa bassissima. Siamo uno Stato in cui gran parte della propria imprenditoria preferisce smettere di investire nel privato e cercare sponda nel pubblico, ovvero diventare concessionario statale.

Tutte caratteristiche che sono sia in crescita rispetto agli anni passati, sia sono l’esatto contrario di quanto predicato dagli economisti neoliberali.

Soprattutto siamo un paese che disinveste costantemente in istruzione e ricerca quando questo è uno dei capisaldi delle diverse teorie neoliberali.



Perché siamo ossessionati come paese – e parte della società umana – da questa continua e imperitura lotta al “neoliberismo”? Essendo questo il Caffè e l’Opinione, magazine che parla di comunicazione, la risposta è semplice: perché è una lotta che  si vende bene.

Essa, fornisce a chi si trova destabilizzato dai cambiamenti della contemporaneità, una spiegazione semplice: in ogni caso è colpa del capitalismo.

In conclusione, non posso che consigliarvi di leggere “La verità, vi prego, sul neoliberismo”: forse, dopo, converrete con l’autore e me sul fatto che viviamo una realtà fatta di slogan, di mezze verità mescolate a demagogia che ha, come suo fine ultimo, quello di vendere, ma che sotto sotto è solo disinformazione.

All’opera riconosco un unico difetto: in un mondo normale, in cui la stampa fa il proprio lavoro e i cittadini esercitano il proprio pensiero critico, questo sarebbe un libro inutile.

Essendo però questo un mondo non normale, non credo potessi fargli complimento migliore.


il caffè e l’opinione

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