Se nazionalizzare è la nuova malattia nazionale, nazionalizzate me!

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Nazionalizzare sembra esser diventata l’unica soluzione di una classe dirigente incapace di fronteggiare le crisi di un paese allo sfascio.

In un’Italia sempre più alla deriva sono tornate di moda le nazionalizzazioni anche bipartisan. Non ne parlano, infatti solo i vari Boccia, il PD o il M5S, nazionalizzare era la soluzione anche per la precedente maggioranza (oltre ad essere ricorrente per Fratelli d’Italia).

Così, mentre lo Stato cerca di mostrare i propri muscoli tramite la magistratura [scommettiamo? verrà tutto archiviato, NdR], (ri)nazionalizzare è tornato ad essere un tema.

Che devo dire, forse hanno ragione loro e io sbaglio e allora, caro Stato italiano, nazionalizza anche me!



Nazionalizzare me!

Gentile ministri del Governo Conte II,

Gentile Cassa Depositi e Prestiti,

mi chiamo Simone Bonzano e scrivo questo pubblico appello onde richiedere la nazionalizzazione de il Caffè e l’Opinione. Ovvero, per favore, nazionalizzatemi!

Questo blog è nato per informare e divulgare contenuti politici, economici e sociali ed anche se il suo reale bacino di utenti è minoritario, non sono informazione e cultura asset più che strategici per il nostro meraviglioso paese?

Può uno Stato democratico esistere e svilupparsi senza una corretta informazione?

Ovviamente no, ma fare informazione bene richiede soldi e tempo. Richiede, anche, che Voi politici la smettiate di diffondere fake news e cominciaste a fronteggiare il problema dell’analfabetismo funzionale.

Capisco che questo sia particolarmente difficile – e apertamente contro i Vostri interessi – per questo vi propongo la soluzione facile facile: nazionalizzare il mio blog!


Basta con l’attenzione ai lettori: w lo Stato!

Vedetelo come un esperimento sociale. Nazionalizzandomi dareste a Google e Facebook – che sono anche stranieri – uno schiaffo morale: “i bloggers italiani non hanno bisogno di voi e della pubblicità, ci pensa lo Stato” con buona pace di visual, like e ads.

Per me sarebbe un mezzo miracolo: potrei parlare di quello che voglio senza dover per forza seguire gli hashtag (creati anche dai vostri social media manager) o per forza scrivere qualcosa sulle notizie di tendenza! Non dovrei curare maniacalmente la mia nicchia di lettori o mantenere uno standard elevato su fonti e notizie. La qualità del blog probabilmente ne risentirebbe, ma così mi eviterei di parlare delle vostre boiate dei vostri assurdi provvedimenti e concentrarmi su altri temi, che so, le bellezze del nostro paese o la cucina gourmet: non vi sembra un ottimo scambio?

Meno blogger politici, più spazio al made in Italy!


I benefici sociali

In più, costo poco: non ho debiti ed il blog è finanziariamente sano. In più non ho spese accessorie se non un piccolo studiolo in condivisione. Diamine, manco l’auto posseggo: non inquino!

Con un prestito ponte di un milione di euro – con la stessa formula dell’Alitalia, ovvero il poterlo restituire il giorno del mai – arrivo alla pensione. Oltre ad un esborso economico irrisorio, pensate agli evidenti vantaggi strategici: nazionalizzare me, infatti, avrebbe delle ricadute sociali non da poco, almeno nel mio quartiere dando vita ad un processo di sviluppo virtuoso.

Innanzitutto invece di passare tempo al computer, farei vita sociale, andrei in palestra, sarei più sano riducendo il peso per la sanità pubblica e magari mi fidanzo pure, così vado fuori a cena e alimento l’economia locale.

Poi mi compro anche una casa e metto su famiglia così da contribuire al rilancio demografico del paese (e a quello edilizio). Non era questo il motivo dietro al Reddito di Cittadinanza: dare soldi a chi è più propenso a spenderli? Non ricordo, ma mi pare che l’abbiano detto sia Salvini che Di Maio che Conte. Bene io il lavoro ce l’ho già, sono a basso reddito e in più risparmiamo su i navigator e altre fregnacce.

Ottimo no?


Ma nazionalizziamo tutti!

So che la mia richiesta, fin qui, potrebbe sembrarVi egoista ed è per questo che voglio andare oltre: perché non nazionalizzate tutti i bloggers e tutti i giornalisti? Anzi, perché non nazionalizzare tutta l’informazione?

Lo so, se lo faceste sareste costretti a pagare Belpietro, Travaglio e Vittorio Feltri con soldi pubblici, ma guardate il lato positivo, avreste anche ottime firme come Iacoboni, Mattia Feltri, Quirico, Federica Angeli e tanti altri.

Non sarebbe neanche troppo difficile: molti direttori/editori sono già chi più o chi meno legati allo Stato, alcuni sono anche concessionari pubblici!

Immaginate che mondo meraviglioso sarebbe se nessuno di noi fosse costretto – e molti lo sono – agli articoli strillati, ai clickbait o inseguire le vostre ciance spinti a parlare di voi per avere più visualizzazioni!

Certo, per molti ora in Parlamento, tutto questo significherebbe scivolare nell’oblio (niente TV, niente microfono sempre aperto, niente foto su Chi o GQ) ed alla fine si salverebbero solo quelli abili sui Social, ma ridaremmo un senso alla frase “lei non sa chi sono io!”.

Inoltre risparmiereste sui social media manager e, chissà, fra qualche anno la smettereste di rendervi ridicoli su TikTok o facendovi i selfie in costume.

Che aspettate, dunque: nazionalizziamo l’informazione, non ve ne pentirete!

Per sempre vostro (spero),

Simone Bonzano



La “cosa pubblica”

Troppa ironia? Forse, ma non è altrettanto (tristemente) ironico vivere in un paese dove l’esperienza estera viene costantemente ignorata? Uno Stato in cui chi fa impresa, chi investe è per principio a) ricco di famiglia, b) arricchito chissà come e c) lo fa solo per sfruttare i lavoratori. Un paese in cui aprire un’attività comporta costi aggiuntivi e irreali in altri paesi (stai aprendo un’attività che – se va bene – porta lavoro e ricchezza, non stai aprendo una cosca mafiosa) o in cui se un’azienda entra in crisi lo fa solo per ottenere soldi dallo Stato.

Questo è il razionale, se il privato è il male, la “cosa pubblica” deve per forza essere meglio. In fondo essa non insegue il MERCATO che – ci dicono da Roma sia da sinistra che da destra [Borghi, NdR] – pare essere la grande nemesi di questo paese.

Poco importa che, numeri alla mano, il pubblico sia già predominante in Italia e, nonostante questo (o proprio per questo), l’economia rimanga stagnante, i salari in calo da decenni e il paese si sia generalmente impoverito mentre i giovani – e relativo capitale intellettuale – emigrano (casualmente – e con buona pace di Mazzucato – non a Cuba).

La questione Ilva-ArcelorMittal, quella Alitalia, i salvataggi bancari con coercizione di altri istituti poi andati in difficoltà, la questione Spread, etc. dimostrano che il vero problema del paese più che il mercato è una classe dirigente pubblica addestrata per decenni a credere che lo Stato possa, in economia, fare tutto e il suo contrario senza alcuna conseguenza. Eppure, nonostante tutto questo, e le palesi mancanze del pubblico, nazionalizzare rimane una parola di moda.

Come ho scritto prima, forse sbaglio io, ma lo dubito.


Nota: nel nuovo assetto del Caffè e l’Opinione + This is Retro + HiPOPstory, l’Opinione è il diario politico quotidiano. Un vero diario politico spontaneo e personale che sarà che fa da compendio al resto del progetto editoriale.


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