Chi è Giuseppi? Conte vs Di Maio (Casaleggio), Movimento vs Movimento

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Il Movimento è veramente in fase di rottura? Casaleggio è contro Grillo? E che ruolo sta giocando, realmente, Giuseppe “Giuseppi” Conte?

Chi è, cosa desidera e che relazioni ha Giuseppe Conte detto Giuseppi? La domanda potrebbe suonare assurda ed inutile, in fondo Conte è da 14 Presidente del Consiglio, ovvero l’uomo che occupa la principale carica all’interno del Governo italiano da 14 mesi.

Di lui dovremmo sapere cosa mangia, cosa beve, a che ora va a letto. Soprattutto dovremmo sapere che idee ha in politica, quale visione per il paese e come si posiziona rispetto alle varie derive ideologiche del paese.

Eppure, biografia personale e Curriculum Vitae rimaneggiato a parte, dell’avv. Prof. Conte e delle sue idee sappiamo pochissimo. Non aiuta che egli sia il Premier con meno poteri e influenza della storia repubblicano (e lo dimostra l’incapacità di evitare i continui decreti di blocco d’ingresso alle ONG in un governo dimissionario), come non aiuta che sia arrivato a Palazzo Chigi con lo scopo di fare il notaio (o il Marco Licinio Crasso) di una diarchia politica.



Movimento vs Movimento

Capire Conte è però essenziale per comprendere cosa stia succedendo sia all’interno del MoVimento 5 Stelle – il braccio di ferro fra il Premier e Di Maio – sia nei colloqui incrociati con PD e Quirinale.

Tale confronto è assurdo in quanto non riguarda solo le dinamiche interne MoVimento, ma anche l’impianto costituzionale del paese in cui tanti particolari risultano di difficile interpretazione.

Partiamo quindi da Conte, un avvocato pugliese, professore associato a Firenze e senza particolari qualità: una storia politica risulta simile a quella del Capo Politico del 5 Stelle. Sia Conte che Di Maio non sono ai vertici del M5S per (pure) capacità personali, ma in quanto scelti a tavolino dalla Casaleggio Associati. Nello specifico entrambi sono stati costruiti a tavolino dai vertici della SRL milanese per occupare il proprio ruolo. Di Maio è stato nominato nella scorsa legislatura come vicepresidente della Camera apposta per consolidarne la figura politica in vista delle elezioni del 2018 e Conte all’interno del bacino dei “professori della Link University”, quelli della squadra di governo presentata da Di Maio nel febbraio 2018, per i suoi contatti in Vaticano.

Allo stesso tempo il nome di Conte a Mattarella è stato fatto da M5S e PD su specifica pressione dello stesso Di Maio, come condizione necessaria e sufficiente per intavolare i rapporti: un token di fiducia verso un premier che ora sta venendo dipinto dallo stesso Di Maio – lo stesso che ne ha fatto il nome al Presidente solo una settimana fa – quale “indipendente” e non in quota 5 Stelle.

Sulla carta, i due non avrebbero nessun motivo di farsi la guerra, perché se si va ad elezioni anticipate Conte finirebbe nel dimenticatoio della politica esattamente come Di Maio (limite secondo mandato associato al costante fallimento dello stesso sul piano mediatico). Il tutto al netto della perdita di metà dei parlamentari da parte del MoVimento.

Quindi? Che sta succedendo?


Lo stato dei fatti

Partiamo dai fatti. La dirigenza del MoVimento 5 Stelle è conscia che l’accordo con il PD sia mal digerito dall’ala movimentista del partito, ovvero quella rappresentata da Paragone, Di Battista etc. Allo stesso tempo sa che una parte – quella dei delusi di sinistra che vedono nel 5 Stelle la seconda venuta del PCI in chiave anticasta – vuole l’accordo, così come tutto quel bacino trasversale di elettori che ha come primo obiettivo tenere Salvini+Meloni lontani dai palazzi. Il MoVimento rimane una macchina da consensi e questa scissione dell’elettorato non può passare inosservata.

Altro fatto. Dall’inizio della crisi, Conte – da piccolo notaro – sta venendo presentato all’elettorato come il “grande statista”, “l’uomo della moderazione”, “l’anti-Salvini”, il politico intelligente e saggio che piace ai partner europei ed internazionali del paese. Un novello De Gasperi il cui scopo sarà di pacificare il clima di guerra civile del paese e costruire un partito “degli italiani”: la Democrazia Cristiana 2.0. Lo stesso Conte sta alimentando tale narrazione affermando – al festival della Versiliana organizzato dal Fatto Quotidiano – come persona indipendente, non legata al M5S, ma semplicemente vicino ai suoi ideali. Ovviamente tale “equidistanza” è stata smentita in due secondi dai filmati della festa elettorale dl MoVimento del marzo 2018, in cui si vede Conte saltellante e abbracciato a Di Maio mentre arrivano i risultati elettorali.

Ancora, secondo quanto riportato da Daniel Verdú su El Pais, Quirinale, Palazzo Chigi, Nazareno e direttivo del MoVimento 5 Stelle, starebbero subendo forti pressioni internazionali per concludere l’accordo. I principali attori sarebbero, continua il quotidiano spagnolo, Francia e Stati Uniti.



La coalizione Ursula

La posizione di Macron non stupisce: l’Eliseo, fin dal giugno 2018, ha individuato nel M5S e nella figura di Conte la leva politica necessaria per “normalizzare” il governo populista italiano, anche se, finora, con scarso successo. Trump, uno dei primi sostenitori del governo italiano uscente e certamente non un amico della Francia di Macron, avrebbe cambiato posizione in seguito all’esplosione della Trade War con la Cina e l’avvicinamento incontrollato del Governo Conte alla Russia. Perché qui “sovranità popolare”, “interessi italiani” e “liberaldemocrazia” c’entrano molto poco a fronte del conflitto incrociato fra USA-UE-Cina-Russia.

Le indiscrezioni riportano che nell’incontro del 17 giugno fra il Segretario di Stato Mike Pompeo e Matteo Salvini, al di là delle foto di rito, Washington abbia espresso i suoi dubbi sull’accordo firmato – su interessamento del 5 Stelle – con la Cina sulla via della Seta e sui rapporti con la Russia. Il discorso, riporta il politologo Giovanni Orsina, sarebbe suonato così: “L’Italia può stare con gli Stati Uniti contro l’Europa, come con l’Europa contro gli Stati Uniti, ma non può allearsi con la Russia di Putin e stare contro tutti e due”. Come mi disse una fonte autorevole, ma anonima, ancora un anno fa, “Washington vuole un accordo con Mosca in chiave – soprattutto – anticinese, ma non accetta che i paesi alleati – Italia soprattutto, ma anche Germania – cerchino fughe in avanti o cambino alleanze”.

Tale messaggio, unito alle pressioni opposte che avrebbe ricevuto Salvini dal suo sponsor politico (Mosca), avrebbero creato nel leader della Lega le condizioni per il proprio suicidio politico (che rimane storico e dimostra la totale inettitudine del “Capitano” a capire le nuance della politica internazionale).


Anime divise

Può non piacere, ma la politica internazionale gestita dagli interessi nazionali funziona così. Il Governo Conte è stato ritenuto propositore di un riposizionamento dell’Italia fuori dal consesso occidentale verso la Russia. Salvini, rispetto al MoVimento 5 Stelle, è considerato il più pericolo in qualità di agente esterno della Russia e non solo per il Russiagate, ma per l’accordo reale vigente fra il partito e Russia Unita e i continui peana pro-Putin del “Capitano”. Rapporti che, ricordiamo, hanno già isolato ID, il gruppo europeo di Lega-Le Pen-AfD, dagli altri sovranisti europei, in particolare la Polonia, più atlantista. Rispetto alla Lega, il M5S è considerato più fluido perché diviso fra diverse anime (alcune filo-russe, altre sovraniste, altre atlantiste) e, come tale, meno pericoloso dal punto di vista ideologico. Soprattutto, appunto per la discrasia di visioni presenti esemplificate dal conflitto Grillo-Casaleggio, viene visto come scalabile.

Conte, in questo quadro e se riuscirà a portarsi dietro il 5 Stelle, ovvero a normalizzarlo – è considerato un alleato degli Stati Uniti e figura più “filoccidentale” anche, ma non solo, per i suoi rapporti con il Vaticano. “L’Italia può stare con gli Stati Uniti contro la UE” ed in questa chiave che va letto l’appoggio – unico paese europeo ad averlo fatto – dell’Italia al rientro della Russia nel G7 paventato da Trump. Il risultato finale sarà, probabilmente, il ritorno al tran-tran politico romano (cit. Michele Boldrin) e lo status quo socio-politico con relativo declino non più accellerato dall’inettitudine gialloverde, ma lento, come è sempre stato negli ultimi 30 anni.

Partendo da questi fatti, il braccio di ferro interno al MoVimento si può leggere attraverso due diverse punti di vista: una strategica, l’altra conflittuale


La visione strategica

Nel primo Conte e Di Maio stanno giocando la medesima partita – la nascita del nuovo governo atlantista – con due ruoli diversi riassumibili secondo la dinamica del poliziotto buono e di quello cattivo. L’obiettivo sarebbe quello di ottenere il più possibile dal Partito Democratico allo scopo di “tranquillizzare” la base movimentista del partito e limitare i danni di immagine al “partito anti-Ka$tah”. Non secondario il mantenere il controllo dei gangli dell’esecutivo, perché anche i 5 Stelle hanno la loro agenda e un elettorato più “ideologicamente” populista di quello della Lega.

In questo quadro l’atteggiamento nevrotico del MoVimento su Conte e il richiamo alla piattaforma Rousseau ribadito da Patuanelli, andrebbe letto nel tentativo emergenziale della Casaleggio di creare a tavolino un “5 Stelle di Lotta e di Governo” scegliendo – come sta accandendo al PiS polacco – di “autonormalizzarsi” rimanendo populista in patria e diventando atlantista in Europa. In questa fase, il “nuovo umanesimo” promosso da Conte – e diventato lo slogan del governo nascente al punto che Repubblica gli ha dedicato un paginone – altro non sarebbe che a nuova identità del MoVimento che andrebbe a sostituire il Vaffanculo del grillismo.


L’ipotesi del conflitto

Nel secondo scenario Conte e Di Maio starebbero realmente combattendo per il controllo del M5S. Stando a Jacobo Iacoboni – uno dei giornalisti italiani (La Stampa) più esperti delle dinamiche interne del M5S – “il cuore del mondo proveniente dalla Casaleggio – un universo che sarà pure un fortino assediato, ma è la centrale del MoVimento, che tuttora ne possiede tutto, dai dati alla conoscenza delle persone, eletti e iscritti – è TUTTO contrario al governo col PD”. Di Maio, quindi, starebbe difendendo l’agenda di Casaleggio e del direttivo 5 Stelle “storico”, motivo per cui avrebbe anche ottenuto un oramai inconsueto “bravo” da Alessandro Di Battista, l’ideale capofazione del 5 Stelle sovran-populista contrario all’accordo col PD.

Secondo questa chiave di lettura, Casaleggio sarebbe quindi contro Conte, avvertito come la figura che sta cercando di strappare il partito al controllo della SRL. “Casaleggio e Di Maio” continua Iacoboni “sanno che, un secondo dopo che è nato il governicchio, Conte si presenterà in giro come uno che è sempre stato indipendente (l’ha già fatto). Farà finta di non averli mai neanche conosciuti”. Partisse il giallorosso, avrebbe tempo per completare il takeover e normalizzare il MoVimento.



Rousseau

Per questa fazione, il ritorno al Governo con la Lega sarebbe l’ideale, così come proseguire il percorso di riposizionamento internazionale dell’Italia.

Con il Premier – e la normalizzazione “democristiana” del MoVimento” – starebbe Marco Travaglio (ovvero il Fatto Quotidiano), una parte minoritaria dei gruppi parlamentari (25 secondo le fonti di Jacoboni) e, soprattutto, Beppe Grillo, il quale sarebbe al centro delle suddette pressioni internazionali in quanto considerato “più influenzabili”. Esternamente ci sarebbe il Consiglio Europeo, il Vaticano, gli USA e, non ultimo, il Quirinale.

A questo punto il voto di Rousseau – di solito scontato – rappresenta un discrimine reale e non è un caso che sia il presidente dei Senatori 5 Stelle Patuanelli che il sottosegretario Sibilia lo considerano vincolante ai fini della formazione del Governo. Anche a costo di andare contro la Presidenza della Repubblica. Secondo i pentastellati, infatti, il voto sulla piattaforma online altro non sarebbe che l’equivalente della direzione del partito per decidere sul Governo. Peccato che queste dovrebbero avvenire prima di un assenso dato al Quirinale sulla formazione di un nuovo esecutivo, ma in fondo, le forzature della democrazia del MoVimento 5 Stelle non sono una novità.


Chi è quindi “Giuseppi” Conte?

Senz’altro un’utile pedina che – da qualunque punto la si guardi – ha un vantaggio: essere un politicante factotum, senza particolari qualità di governo o di visione politica, ma dotato di ambizione. Questo gli permette di modificare il proprio CV a piacimento e di passare da “avvocato del popolo di un governo sovranista e “grande statista” atto a salvare il paese dai danni compiuti dal… suo stesso precedente governo.


Il Caffè e l’Opinione

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