Migranti economici: lettera aperta (e j’accuse) di un italiano al proprio paese

migranti economici

Essere migranti economici vuol dire partire alla ricerca di un futuro negato in patria. Vale per chi si muove nell’occidente, e vale ancora di più per l’Africa o l’Asia. Capirlo è capire che il fenomeno migranti non si ferma a sportellate.

Oggi, mentre scrivo, Nelson Mandela avrebbe compiuto 100 anni. Un simbolo non solo per il Sud Africa o la lotta all’Apartheid, ma di quella voglia di riconquistare il proprio destino e la propria umanità da parte di un intero continente. Quell’umanità negata dall’occidente e che resiste in quei volontari che hanno salvato Josefa dalle acque e in tutti colori che in mare – ONG, cargo e Guardia Costiera Italiana – le vite, le salvano.


J’accuse

Proprio da qui, dal ritornare umani, voglio partire. E nel farlo mi rivolgo a voi, belve da tastiera di questo paese, voi che non volete andare oltre il colore della pelle o l’associazione ‘nero-spaccio e prostituzione’. Voi che vi vantate di capire tutto di ‘transponder nautici’ e che evocate finte invasioni e complotti internazionali. Voi che giustificate i morti in mare con i ‘non dovevano partire’, de-umanizzando le vittime e legittimando l’aguzzino. Non Salvini, perché lui è solo la punta dell’Iceberg, ma l’Italia, l’Europa e l’Occidente.

Sono già ‘650.000’ (come se poi fossero tutti rimasti qui), ‘abbiamo già dato tanto’, ‘pagato troppo” ed ‘è colpa della Francia’. Vi piacerebbe che fosse così semplice, ma non lo è e se avrete la cortesia di finire di leggere, ci arriveremo in chiusura di questo pezzo. Prima, concedetemelo, voglio provare a raccontarvi cosa voglia dire essere migranti, del perché diventano ‘clandestini’ e di come né il blocco navale né i’centri di transito’ sperduti nel mezzo del Sahel, in Libia o in Niger siano la soluzione.

Almeno che non si alzi bandiera bianca e si decida che meglio morti che in Europa.


 

Africa chiama Europa

Mi piacerebbe partire dalla storia di Josefa raccolta in mare da OpenArms, o degli altri migranti giunti in Italia, ma so che non servirebbe a nulla: sono ONG e avete deciso che sono pericolosi criminali di un complotto giudo-plutaico (massonico per ora ve lo tenete per voi). Dei migranti in se, degli”africani”, dei “musulmani”, dei “negri”, diciamolo, non vi frega nulla. Come non vi interessa dei conflitti che distruggono il Sud Sudan, in Darfur, in Mali, in Centrafrica, in Nigeria, in Congo o delle compagnie nazionali (sì, anche ENI) che coccolano il regime corrotto di turno per garantirsi carta bianca sullo sfruttamento delle risorse, in Egitto come in Nigeria.

Una muta accondiscendenza che fa il paro con gli interventi militari degli USA e della Francia, solo più silenziosa, ma che continua a distruggere quel continente.

Ignorate, eppure è lì, l’origine del problema, nel vostro chiudere gli occhi e non ascoltare. Nel negare la dignità a questi migranti di testimoniare come e perché stanno cercando di arrivare in Europa.

Per questo, nel chiudere Migranti, mi concedo un post più lungo del solito e partire dalla mia storia, quella di un ‘migrante’ bianco ed italiano, uno di quei 250.000 che ogni anno abbandonano l’Italia. Non lo faccio per sminuire la tragedia di chi migra dal terzo mondo, ma solo perché questo è l’unico modo per far capire a certe esseri umani, perché si decide di andare via.

Perdonate il prologo e cominciamo.


La mia (piccola) storia banale

Il mio, è un racconto un po’ banale. Sono partito a 26 anni per studio. Vengo dalla Generazione X, quella degli ideali traditi, ma non ero un ‘cervello in fuga’ (magari): quel tipo di qualifica spetta di diritto ai laureati delle facoltà scientifiche o del Politecnico. Al massimo, con una laurea in Archeologia, rientravo nella ben più allettante categoria dei bamboccioni o degli ‘scansafatiche’ che hanno lasciato l’Italia (cit. tanti politici di destra e sinistra). Sono partito per un dottorato non pagato, i miei risparmi con me ed una famiglia che mi appoggiava.

Stavo lasciando il mio paese, forse per sempre, con la prospettiva di tornarci sì, ma in vacanza, come molti che ho incontrato a Berlino. Nessuno si dichiara o ci chiama ‘migranti’, tantomeno ‘migranti economico’. Siamo ‘italiani all’estero’ più generalmente ‘expats’, e per molti, i più agiati, è vero.

Per gli altri, quelli che cercano veramente lavoro è un termine che fa certamente più cool, più ‘first world’ e, come tale, meno straccione e valigia di cartone.


La ricerca del proprio futuro

In fondo è vero, noi siamo fortunati: nel muoverci attraverso l’Europa, possiamo usufruire  della libertà Schengen, di usare gli stessi Euro a Torino come in Germania e possiamo godere degli stessi diritti che spettano ai cittadini della nostra nuova casa. Nonostante, rimaniamo migranti economici, i più numerosi in Europa e partiamo tutti per un motivo comune: costruirci un futuro che ci sentiamo negato in patria.

Questa è l’Italia, dove hai la sensazione di sbattere su un muro invisibile perché non ha abbastanza contatti o disponibilità familiari per aprire un’attività senza venir spolpato da banche, burocrazia e tasse. Un paese dove capisci in fretta che spesso sei: troppo omosessuale, troppo lesbica, troppo onesto, troppo strano, troppo anarchico, troppo bravo, troppo buono.

Non siamo il terzo mondo, eppure sentiamo la stessa necessità di scappare per avere un futuro.


I migranti economici, quelli dal terzo mondo

Ora togliete l’Euro, la possibilità di muoversi liberamente, la vicinanza culturale – a volte opinabile – ed aggiungete il fatto di arrivare da paesi ben più poveri e disastrati del nostro. Togliete tutti i problemi da ‘Primo Mondo’ e provate a pensare cosa voglia dire arrivare dall’Eritrea, un pese dove a 16-17 anni inizi un servizio militare che può durare tutta la tua (breve) vita. Di crescere nel Mali spezzato in due dalla rivolta islamista, di provenire dalla Nigeria in cui, per il governo, si è tutti criminali, o dal Waziristan pachistano in mano ai signori tribali.

Pensate a questi paesi ed alla dozzina di ‘Stati’ africani ridotti alla miseria non avere speranze è talmente comune da far parte,dopo decenni, secoli di sfruttamento della tua cultura.

Se poteste, fareste come noi expats/migranti economici’ europei: raccogliereste i vostri soldi e salireste sul primo aereo.

Ma voi non siete così fortunati, siete chiusi in una gabbia di vetro con le mani legate dietro la schiena. Laddove noi, gli Europei, abbiamo Schengen, voi avete la Bossi-Fini, o altri provvedimenti simili esistenti negli altri paesi della UE. La legge 189/2002, meglio nota come Bossi-Fini, prevede, infatti, il rilascio del permesso di soggiorno solo in presenza di un contratto di lavoro, solo che dovreste averlo prima di partire. Poi dovreste fare i conti con la vostra provenienza perché la legge contiene delle restrizioni nei confronti di quei cittadini di paesi che – a nostro giudizio – non collaborano ‘adeguatamente’ col governo italiano nel contrasto all’immigrazione clandestina o nei provvedimenti di rimpatrio.

Infine, qualora si fosse in regola per il visto, la legge prevede che il diniego dello stesso non debba essere motivato. A pensar male, si potrebbe dire che basta una comunicazione fra Farnesina e ambasciate per bloccare i flussi regolari da alcuni paesi. A pensar male.


Effetti della Bossi Fini sui ‘regolari’

Viste le condizioni, ma come pensate che un lavoratore possa riuscire a venire in Italia in aereo da regolare? Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, non può, perché gli abbiamo negato i canali ufficiali. Eppure diciamo che è così che devono arrivare. Vi rimane allora l’alternativa di unirvi a quei disperati – fra cui donne e bambini – che scappano da guerre e persecuzioni, Yemen, Darfour, Sud Sudan, Centrafrica. Per loro, come ora per voi, non esistono gli aeroporti, ma solo le rotte dei cosiddetti ‘trafficanti’ attraverso Africa e Asia, criminali che riempiono un vuoto lasciato dalla nostra legislazione.

Ora siete clandestini e dopo mesi di viaggi attraverso l’Africa (dagli 11 ai 14 secondo uno studio dell’ISPI) segnati da sfruttamento e torture, se non morite nel deserto, arrivate in Libia, il paese che non c’è. Lì vi aspettano altri ‘trafficanti’ che – dietro ulteriori pagamenti – vi danno un posto su un barcone. A quel punto, se sei proprio tanto fortunato, vieni salvato dalla Marina Militare, da una nave commerciale o da una ONG. Se ti va meno bene vieni (ri)preso dalla Guardia Costiera Libica che ti rimanda nei campi o ti rivendono ai trafficanti e per te ricominciano mesi di ricatti e attesa.

Se ti va male, ma per molti il male vero è tornare in Libia, diventi un cadavere senza nome che si arena su una spiaggia e quello sarà tutto quello che rimane delle tue speranza infrante dalla cecità di un intero continente, Italia compresa.

 

Questo è diventare migranti economici: inseguire un futuro negato. Lo facciamo tutti, europei, asiatici, latino-americani o africani. Noi siamo agevolati, chi arriva dall’Africa meno. Chi diventa clandestino lo è perché gli togliamo le vie ufficiali (Bossi-Fini) spingendoli in mano a quei ‘trafficanti’ che prosperano dove noi ci ritiriamo. Gli stessi criminali che combattiamo a suon di #portichiusi e che invece rafforziamo ogni giorno di più.

Un paradosso, perché quella migrazione clandestina che cerchiamo di tenere lontana, nascosta, negata, è e rimane una nostra creatura.

Se partissimo da questo semplice concetto, che è indipendente da Dublino, forse una soluzione ai flussi incontrollati, ai disperati, ai morti in mare, la troveremo senza nascondere la testa nella sabbia.

Grazie dell’attenzione.

FIN


Titoli di coda e letture consigliate

Migranti si conclude qui, per chi fosse interessato alle altre tre parti le trova di seguito:

Per chi vuole dare uno sguardo ai dati, consiglio il lavoro di Matteo Villa per ISPI.

Consiglio, dello stesso ISPI, la mini-intervista sull’Africa a Romano Prodi.

Ringrazio tutti coloro che nei commenti hanno difeso il mio lavoro, chi lo ha condiviso e chi lo ha letto. Ringrazio anche le belve da tastiera e tutti coloro che hanno contestato, anche con minacce ed offese personali, i miei articoli: mi avete fatto capire che sono nel giusto ed a voi è dedicata questa quarta parte.

Rimaniamo umani è il primo comandamento.

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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