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Merkel, Turingia, Europa ed estrema destra: la battaglia per Berlino

Simone Bonzano #europa, featured, galassia sovranista, il Caffè Leave a Comment

Il caso Turingia dimostra una cosa: per battere il populismo di estrema destra, occorre una linea politica comune ed evitare di inseguirne l’elettorato.

Il populista è un politico scaltro, sa sfruttare le divisioni dei suoi avversari e sa deformare i processi democratici a proprio uso e consumo.

In Gran Bretagna, Boris Johnson ha incassato delle improbabili elezioni anticipate facendo leva sui desiderata delle opposizioni per poi vincerle grazie all’incapacità del Labour – e Corbyn – di fare fronte comune contro Tories e Brexit (qui il link per chi vuole approfondire).

In Ungheria, la führer democracy diventa realtà anche grazie ad una legge elettorale palesemente disequilibrata e ancora, negli USA, i Democratici spaccati in due servono assist continui a Trump e al suo governo-via-tweet.

L’ultimo esempio è di pochi giorni fa, ovvero le dimissioni di Annagret Kramp-Karrenbauer, nota come AKK, da leader della CDU e candidata cancelliere in pectore come risultato del caso Turingia, dove, per calcolo o per errore, la CDU si è trovata a far eleggere un governatore liberale – peraltro già dimessosi – con l’appoggio, a sorpresa, dell’estrema destra dell’AfD.

Dimissioni che stanno mettendo in crisi il primo partito tedesco, il governo Merkel e che potrebbero avere ripercussioni anche in Europa.



Un patto?

Per la SPD quanto accaduto nell’ex-Land della Germania orientale, non è stato un caso, ma il frutto di un accordo fra il centro e l’estrema destra locale in chiave anti-sinistra. Una sorta di folle esperimento politico nei land orientali, quelli in cui i due opposti estremi politici, Linke e AfD, hanno più seguito (qui l’analisi).

Mossa che avrebbe la sua ratio – in prospettiva – per la stabilità della Sassonia e la conquista, da parte del centrodestra, di Berlino.

Che sia andata così o, come hanno dimostrato i fatti successivi – dimissioni di AKK, immediato alt alle attività di governo in Turingia – si sia trattato di un tranello della AfD compiuto ai danni della CDU, l’estrema destra ha segnato il punto. Essa è riuscita a incrinare il “cordone sanitario” contro sé stessa e consegnato il sistema ad una crisi politica che, probabilmente, rimetterà in gioco il voto conservatore a favore delle proprie idee.


Il contesto della Turingia

Facciamo un passo indietro.

Il 27 ottobre 2019, la Turingia va al voto per eleggere il nuovo parlamento e il governatore. Collocata all’undicesimo posto (su sedici Stati) in Germania per numero di abitanti (2,1 milioni) e al tredicesimo per indice di sviluppo, la Turingia non è uno Land centrale nella politica tedesca.

Non è neanche un Land in forte crisi, la disoccupazione è 5,3% che è sì superiore alla media nazionale, ma più basso rispetto a quella dei Land della ex-DDR (6,1%). La diseguaglianza rimane forte, ma il PIL è in crescita è, in generala, non è un Land in crisi come Brema o la Sachsen-Anhalt, o in trasformazione veloce, ma asimmetrica come Berlino. Aveva, però, una peculiarità nello scenario politico tedesco: nel 2014 è diventato il primo Land guidato da un governatore della Linke (Bodo Ramelow) e il primo dove una coalizione fra SPD, Verdi e Linke aveva quest’ultimo, erede della SED della Repubblica Democratica Tedesca, come leader.

Almeno fino al 27 ottobre, quando, in un attimo, tutto è cambiato:

  • pur aumentando i voti e arrivando al 31%, la Linke, la sinistra tedesca, ottiene solo un seggio in più rispetto al 2014, attestandosi a 29 sui 90 totali;
  • la AfD guadagna 13 punti percentuali, vola al 24% e ne ottiene 22;
  • la CDU, invece, perde 12 punti (22%) 13 seggi portando la sua rappresentanza da 34 a 21 eletti;
  • la SPD (8%) si ferma a 8 seggi, mentre i Verdi ne ottengono 5, stessa quota dei liberali della FDP che tornano in Parlamento.

Ramelow con 44 voti sui 46 necessari, si ritrova senza i voti per portare avanti la propria esperienza di governo . La CDU si rifiuta di entrare in una Grosse-Grosse Koalition con SPD-Linke-Verdi ed esclude ogni tipo di accordo con la AfD che le strappa buon parte dell’elettorato rurale. La politica va avanti e mentre a sinistra lavorano per aggiungere la FDP alla coalizione di sinistra, si profila la possibilità di un governo di minoranza, possibile alla terza votazione.

Si va in aula, primo voto, serve la maggioranza assoluta: nessun governo.

Secondo voto: nessun governo.

Terzo voto, basta la maggioranza semplice: il governo viene eletto, ma è guidato da Thomas Kemmerich, il leader della FDP, eletto con 45 voti perché all’ultimo l’AfD non presenta un candidato e vota, compatta, per Kemmerich.


Le reazioni

Linke, SPD e Verdi insorgono e accusano la FDP e CDU di collaborazionismo  con l’estrema destra. Mohring, il leader dei cristianodemocratici locali, chiede a Kemmerich di escludere la AfD dai ruoli di governo, mentre lo stesso presidente eletto tenterà, invano, di costruire una maggioranza alternativa.

Il caso diventa nazionale e a Berlino la CDU accusa il colpo. AKK accusa  dirigenti locali di aver agito “contro le volontà della direzione federale” bollando il nuovo governo come “assurdo e senza alcuna maggioranza”. Per l’attuale ministro della difesa, la soluzione sarebbe una e una soltanto: il voto.

Votare, però, costa e le casse del Land non sono così floride. I Verdi obiettano che una nuova tornata elettorale, inoltre, rischierebbe di non risolvere nulla, riproponendo le medesime divisioni. Alle elezioni pare opporsi anche la SPD che, in ogni caso, sottolinea come, in ogni caso, c’è bisogno di un governo per sciogliere la camera.

Ramelow, invece, è un fiume in piena. Per FDP, CDU e AfD, egli sarebbe il “nemico pubblico numero uno” e paragona quanto successo alla stretta di mano fra Hitler e Hindenburg del 1933. Respinge di impeto la proposta –  arrivata dal governatore sassone Kretschmer (CDU) – di un governo tecnico o indipendente di un anno che guidi il paese alle elezioni.  Andare ad elezioni sarebbe “la decisione più politicamente più responsabile”, argomenta Ramelow che confida in una vittoria assecondata anche dai sondaggi.

La CDU non si esprime, mentre la FDP si schiera per nuove elezioni: falliti i tentativi per una maggioranza alternativa, lo stesso Kemmerich ha presentato le proprie dimissioni asserendo di non voler “governare con la macchia di esser stato eletto anche con i voti di AfD” .

Intanto il leader liberale rimane in carica, da solo, senza ministri: l’immagine simbolo di un caos istituzionale che ha scosso il paese.


La vittoria della destra

L’AfD, intanto, infierisce e sporge denuncia nei confronti di Angela Merkel, rea, sostengono, di aver definito “senza giustificazioni” la nomina del governo del Land fuori dai suoi doveri istituzionali.

Per l’estrema destra, la Cancelleria non ricopre alcun ruolo direttivo nella CDU e ha proferito il proprio giudizio delegittimando un governo locale mentre era in visita di Stato in Sudafrica e non ricopre più ruoli politici nella CDU. Avrebbe, è il ragionamento, “agito fuori dal mandato costituzionale” a danno dell’autonomia dei singoli governi regionali e contro il diritto dei singoli partiti ad una competizione leale.

Da qualche parte, in una kneipe di Erfurt, la dirigenza della AfD gongola, con un unico voto, in uno dei Land marginali della Germania sono riusciti nel miracolo: mettere in crisi sia il governo che una CDU divisa fra Merkel e conservatori.

L’opinione di molti tedeschi, infatti, è il caso Turingia non si possa derubricare solo a livello locale, ma nasconda una strategia di delegittimazione dei vertici della CDU – ancora legati alla Cancelliera – da parte dei suoi oppositori interni. Ovvero l’ala conservatrice rappresentata da Jens Spahn e Friederich Merz (qui l’analisi), oltre che da vari esponenti del partito e dei media d’area.

Come il magazine Cicero, mai gentile con la Cancelliera, che titola “Terapia Merz per la CDU” sottolineando come l’ascesa alla leadership del rivale di Angela Merkel possa essere “un colpo di fortuna” sia per il partito che per la democrazia.


La svolta Merz

La “cura” consisterebbe nell’abbandono delle politiche filo-liberal in materia economica (come il reddito minimo), abbandonare la Grosse Koalition, esser meno accondiscendenti in Europa, rivedere le politiche migratorie che hanno definito i 14 anni di governo di Angela Merkel e rivedere la svolta green portata avanti, fra strappi e ripensamenti, dalla Cancelliera.

Un riallineamento della CDU verso destra che segnerebbe la fine del centrismo e, nei desiderata della possibile nuova dirigenza, metta il partito nelle condizioni di riassorbire il voto pro-AfD dei Land della ex-DDR. Quelli dove, dopo la caduta del Muro e la riunificazione, la CDU è sempre stata la prima forza di governo e dove, alla luce dei problemi economici, l’apertura ai migranti, la svolta verde e l’abbandono dell’intransigenza in Europa sono stati avvertiti come dannosi.

Il rischio, sottolineano però dalla moderata Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz), è che indipendentemente da chi diventi il nuovo leader del partito, la crisi continuerà finché la Cancelliera rimarrà al governo. Aver scisso il ruolo di leader del partito di maggioranza e capo del governo, ha affermato la stessa AKK dimettendosi, avrebbe difatti limitato l’autorevolezza e le capacità di manovra sia della dirigenza, operando una scissione che non funzionerebbe a fronte del sistema politico tedesco.


Il crepuscolo dell’era Merkel

Possibile che Merkel decida di lasciare Berlino?

Per la Faz sì, ma deve essere Angela Merkel a volerlo e non il partito ad imporlo: la cancelliera non lascerebbe mai il governo ad un candidato che ritenesse – come Merz – pericoloso per le politiche centriste del governo.

Se Cicero è altri media conservatori invocano la svolta, Die Zeit e Faz, più moderati, vedono in questa il rischio di una ghettizzazione della CDU, ultimo sopravvissuto fra i grandi partiti popolari europei, con conseguenze anche a livello continentale. Per decenni, con Kohl prima e Merkel poi, la CDU è stato il motore del centrismo europeo del PPE, il collante capace di tenere insieme un agglomerato politico sempre più esplosivo, ma essenziale per l’equilibrio del Parlamento europeo.

Pur se ampiamente criticabile, è stata la direzione cristianodemocratica a evitare la confluenza dei voti di Fidesz e Forza Italia vero l’ala destra del Parlamento europeo ed è stata la stessa CDU a negoziare l’accordo che ha stabilizzato la Commissione attorno al nome di von der Leyen.



Come sottolinea die Zeit, una CDU spostata a destra potrebbe realmente rompere il tabù della collaborazione con l’estrema destra, magari non con Merz e/o Spahn, ma mettendo le basi per un esperimento del tutto simile a quello tentato due anni fa in Austria da Sebastian Kurz.

Un accordo con la AfD che, sottolinea il magazine di Amburgo, molto legato al mondo commerciale e finanziario tedesco, sarebbe assolutamente da evitare.

“La AfD è un pericolo per la democrazia che, come dimostrano i fatti ungheresi e la Storia, può essere disfatta dall’interno” è il monito: un insegnamento che vale per tutti i paesi europei, Italia compresa. 


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