Frammenti di Germania: il crepuscolo di Merkel e SPD, l’ascesa dei Verdi

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Quando Angela Merkel uscirà di scena, la Germania non sarà mai più quella degli anni 90, ma un paese finalmente protagonista positivo.

La Germania è una sorta di monarchia elettiva in cui ogni Cancellierato definisce i periodi storici del paese, e la fine di ognuno, una “rivoluzione”.

L’era Kohl ha rappresentato la fine della divisione post-bellica, ma anche la fine della Germania statalista, protagonista defilata della politica internazionale. L’era Schroeder è stata quella delle grandi riforme, dell’Agenda 2020 e della “Terza via”, mentre la sua caduta ha segnato l’ultimo atto della contrapposizione Cdx/Csx aprendo la via alle Grandi Coalizioni. L’era Merkel, di cui stiamo vivendo gli ultimi momenti, ha decretato l’inizio dell’era post-ideologica e della Germania centro consapevole dell’Europa.

In questo Merkel è stata sia innovatrice che distruttrice: ha preso un paese ancora diviso fra centrodestra e centrosinistra, che si stava riprendendo economicamente, ma ancora arrancava e l’ha cambiato facendolo diventare un vero attore globale. Ci è riuscita perché nel corso di 14 anni di governo, e 21 di presidenza del partito, Merkel li ha rivoluzionati entrambi, lasciando quello che sarà un segno persistente nella storia del paese.



L’eredità di Merkel

Di questa rivoluzione pilotata dal successo di Angela Merkel, la CDU è stata – nel bene e nel male – la vittima principale. I Cristiano-Democratici del 1998, quelli di Kohl, erano un partito moderato, borghese e conservatore. Era il partito dei “grandi”, gli eredi di Adenauer che avevano finalmente riunito il paese. Era anche un paese che faceva ancora i conti con la crisi economica del 1994, quella che lo aveva reso il “grande malato” d’Europa e dato il via alla Cancelleria Schröder.

Merkel lo ha rivoluzionato progressivamente, dapprima con la svolta liberal-liberista atta a rendere più dinamica l’economia. Poi quella ecologica seppur ritardando l’applicazione l’uscita dal nucleare. Infine, la svolta verso il centrosinistra su diritti sociali e civili (matrimoni fra persone dello stesso sesso e reddito minimo).

Il tutto con una buona dose di pragmatismo politico da vero Zeitgeist. L’esempio lo si è visto nel 2009-2012, facendo digerire ai tedeschi prima il salvataggio della Grecia – scontrandosi con quell’opposizione interna che divenne il nocciolo da cui nacque la AfD – e poi il “whatever it takes” di Draghi per il salvataggio dell’Eurozona (senza il Sì tedesco, la BCE non avrebbe potuto fare nulla). Un altro esempio è stata la crisi migranti dove Merkel passò dal “non possiamo aiutarvi tutti” ai “confini aperti” alla luce del disastro che stava accadendo sulla frontiera greca. Erano gli anni del “ce la faremo” che porto oltre 1,2 mln di profughi nel paese.

Nonostante le resistenze interne (e l’ascesa della AfD passato da falco fiscale a partito anti-migranti), i tedeschi si fidarono di Merkel accettando l’idea di essere un paese forte capace di prendersi le proprie responsabilità.


Il futuro della CDU

Il risultato è che la CDU ora appare sempre meno il “centro moderato” di Kohl e sempre più quel “centro” (Mitte) che è sempre stato lo slogan elettorale della Cancelliera. Un processo che ha sicuramente portato alla perdita di parte dell’elettorato verso l’estrema destra di AfD, ma che ha fatto guadagnare nuova linfa al partito attingendo alla parte fra le frange più centriste della SPD – svuotata da Merkel prima ancora che dai Verdi – sia fra le nuove generazioni spostando, nel contempo, la FDP leggermente verso destra, ma conquistando il voto dei nuovi tedeschi.

Per questo la svolta conservatrice tentata da Jens Spahn e Friederich Merz è fallita: la maggioranza della base CDU non è più ne conservatrice ne cristianodemocratica, è, semplicemente merkeliana.

Il problema è che la centralità della figura della Cancelliera limita le capacità di azione della nuova leader Annegret Kramp-Karrembauer, schiacciata fra la necessità di dare un’impronta al partito e l’impossibilità di criticare il governo.

Questo, e la stanchezza dell’elettorato, è uno dei problemi elettorali della CDU che si somma a) il tentativo dei vertici della CSU – con poca capacità di interpretare le mutate condizioni sociali della regione – di connotarsi come partito conservatore in opposizione a Merkel e B) alle critiche degli under 35 alla Cancelliera di non fare abbastanza sui temi ambientali. Il risultato è l’attuale decrescita del partito nei sondaggi a favore dei Verdi.



La fine della SPD?

La seconda vittima – forse la più palese – di Merkel è la SPD, il suo junior-partner per 10 dei 14 anni di governo, un tempo (2005) al 34% e ora condannato ad uno striminzito 12% a parimerito dalla AfD e dietro, appunto, a Verdi e CDU (26%). Una debacle legata alla crisi ideologica del socialismo europeo, all’OPA congiunta di Verdi e Merkel all’elettorato progressista/centrista e, infine, all’incapacità della leadership socialdemocratica di identificare l’alternativa.

La SPD odierna è divisa fra una frangia centrista (legata all’esperienza Schröder) e una più laburista, come tale, incapace, di “stringersi” attorno ad un leader o a sceglierlo. Dall’elettorato viene avvertito come un partito “vecchio” incapace di parlare all’elettorato urbano, ai giovani, e ai nuovi ceti borghesi monopolizzati, è il caso di dirlo, dai verdi.

Martin Schulz fu un fuoco di paglia. Presentato come il politico esterno ai giochi di partito, Schulz era una candidatura emergenziale dovuta al fatto che nessuno delle tante correnti socialdemocratiche riusciva a far emergere un candidato dopo il ritiro dell’allora vicecancelliere Sigmar Gabriel. Lo Schulz Effeckt durò poco anche perché la SPD scelse la strada di “tornare alle origini” con una campagna che ha ignorato, colpevolmente, l’elettorato giovanile.

Alle domande ecologiste o a quelle che mettono il lavoro come mezzo e non come fine sociale, la SPD ha dimostrato di non aver alcun tipo di risposta. Finita l’esperienza Schulz, il partito ha continuato ad avviarsi su sé stesso, prima con la nomina di Andrea Nahles durata solo 14 mesi, poi con il commissariamento del partito a nome Dreyer, Schwesig e Schaefer-Guembel.

C’è ancora speranza? Forse, ma tutto dipenderà dalla nuova stella nascente del partito, il leader giovanile Kevin Künhert.


I nuovi: i Verdi

Chi esce vincitore dall’era Merkel sono Bündnis 90/die Grünen. Considerato fin dai tempi di Schroeder come il partito delle élite universitarie e stampella dei socialdemocratici, i Verdi sono diventati il partito di quell’elettorato urbano, creativo e socialmente sensibile prodotto dal benessere tedesco creato dalla Cancelliera. Esattamente come la Linke (con AfD) sono diventati i partiti degli esclusi.

Come sostenitori del Green Deal (economia circolare, uscita dal nucleare, riduzione emissioni e plastica) oltre che l’apertura totale ai migranti, i Verdi hanno saputo interpretare al meglio le istanze della Generazione Bio. Allo stesso tempo, sostenendo posizioni liberal-progressiste sono riusciti a parlare a quella parte del paese fatta di lavoratori creativi, liberi professionisti, medio/alta borghesia dipendente che non si riconoscono nelle ipostasi socialdemocratiche e non si fidano della CDU (soprattutto della CSU).

In Germania, alcuni li accusano di “populismo ideologico” perché propensi a soluzioni ideali e non pragmatiche, ma la loro scalata è la dimostrazione che i tedeschi vogliono una nuova “visione” per il proprio paese. Grazie a questo, la quarta potenza economica mondiale potrebbe essere il primo paese OCSE ad avere un governo ecologista.

L’unico dubbio: sono pronti a governare?


La destra

E AfD? L’estrema destra tedesca rimane una bestia strana. Nata come “partito di protesta” alla linea centrista di Angela Merkel, è diventata, progressivamente, filorusso, anti-europeista, populista, xenofobo – ai limiti del costituzionale – e, soprattutto, localizzato (ad Est).

Gli originali vertici del partito non ci sono più. Bernd Lücke ha fondato i Riformisti Liberal-Conservatori in segno di protesta verso le posizioni di destra di Frauke Petry e la stessa oggi è alla guida di die Blaue Partei come protesta per la svolta di ultradestra di Joerg Meuthen, Alexander Gauland e Alice Weidel. Pur perdendo pezzi, questo cambiamento ha permesso ad AfD di crearsi una base di consenso quantificabile attorno al 10/13% nazionale con punte del 20% in Germania Est.

Lì, però, si sono fermati. Il partito sta affrontando scandali di compensi elettorali di dubbia origine e la chiusura di sezioni per posizioni antisemite e neonaziste. Politicamente, sono un partito isolato che rischia – in Brandeburgo e Sassonia – di diventare sì maggioranza relativa alle prossime elezioni autunnali, ma di non poter formare una maggioranza di governo.

Per un partito che riscuote poco interesse fra i giovani, la domanda vera è: quanto dureranno ancora?



La Germania che si accinge al tramonto politico di Angela Merkel, è un paese diverso, in larga parte aperto e multiculturale anche se il passaggio, in alcune regioni, è lungi dall’essere compiuto. Di sicuro è un paese europeista e maturo, capace, finalmente, di accettare il proprio ruolo internazionale anche grazie, e non più nonostante, “la vergogna” (die Schande) della seconda guerra, anche se la nomina di Ursula von der Leyen ha suscitato dei dubbi in parte della popolazione che vorrebbe mantenere – ancora – un basso profilo.

Infine, un paese economicamente solido con potenziale di crescita ancora esistenti vista la sua incapacità di integrare al 100% i vecchi Laender orientali (Berlino a parte).

Un paese post-ideologico in cui non esistono più le vecchie dicotomie e che potrebbe dare il via ad una vera rivoluzione a livello europeo.

 

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