Il populismo non deve essere il meno peggio o non ci salveremo mai

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La società civile italiana, spinta dal panico e dalle “emergenze” cicliche ha un problema: il miraggio del meno peggio.

Il “Governo del Cambiamento” è finito – per ora – come è iniziato: con una pantomima parlamentare, degna conclusione di un governo retto sulla propaganda.

Nel giugno 2018 tutto cominciò con un premier impacciato che si autoproclamava “avvocato del popolo” mentre, in un raro gesto di vis retorica, incensava il sovranismo del suo governo. Dell’intero suo governo.

Ora, agosto 2019, il sipario cala sullo stesso premier, sempre impacciato, che attacca il ministro-vicepremier sedutogli afficanco perché troppo concentrato sulla propaganda (ignorando la sceneggiata del balconcino voluta dall’altro vice-premier), sul successo personale e sull’ossessivo uso dei simboli religiosi. Il tutto mentre Salvini, ancora, sbaciucchiava il suo amato rosario.

Dei temi della mozione di sfiducia, nulla. Dell’immigrazione, vera macchia nera del Governo, niente, neanche un cenno, così come dei decreti sicurezza della crisi Open Arms, in quel momento ancora ferma al largo di Lampedusa, del caso Rackete, di quello Lucano e della Polizia diventato un corpo di pretoriani al servizio privato del Ministro.



Il balletto del Senato

La pantomima è continuata con la risposta di Salvini dai banchi della Lega, dove è stato relegato per volere del Presidente del Senato. Da lì, il segretario della Lega ha invocato il “cuore immacolato di Maria” e ripetuto le sue tirate ideologiche sull’Europa che ci terrebbe in catene e sul rischio di perdere l’italianità del paese per colpa dei migranti. Il tutto, ovviamente, a favore di camera, coscio che il dibattito di ieri sarebbe stata una delle trasmissioni più seguite del giorno.

Fra una citazione religiosa e l’altra – siamo oramai diventati lo Stato della Chiesa – si è arrivati a Renzi che, sornione, ribadiva l’urgenza di evitare l’aumento dell’IVA, senza specificare come: l’ennesima “emergenza” dietro cui gran parte del PD si sta nascondendo per sostenere un governo politico coi 5 Stelle. Un governo che chi scrive non ritiene essere di default “meno peggio” rispetto al precedente. Anzi, in prospettiva, potrebbe risultare più dannoso, almeno dal punto di vista culturale.

Il sipario si infine mestamente chiuso con le dimissioni di Conte, gesto tattico per evitare la sfiducia e autoaffermarsi, forte, stavolta, di un’opinione pubblica allo sbando, come “uomo delle istituzioni” per poter essere rinominato Presidente del Consiglio, magari Commissario Europeo e, perché no, entrare nel novero dei candidati alla successione di Mattarella.

Tanto, allo stato attuale della politica italiana, tutto è veramente possibile.

Mentre lascio a Ru e al Caffè Scorretto l’onere di commentare quanto ascoltato in Senato, vorrei concentrarmi sull’analisi politica o, meglio, antropologica di quanto stiamo vivendo, ovvero lo sdoganamento del populismo del MoVimento 5 Stelle. Una vicenda surreale non guidata dalla ragione, ma dal panico, dallo short-termismo tipico del paese e dalla percezione di un pericolo che esiste, ma sta rischiando di essere sopravvalutato.

La versione italiana della deflagrazione politica britannica, senza la scusa della Brexit.


Salvini, il bluff

Il dibattito al Senato, oltre che a consacrare a “gran commis di Stato” un premier minuscolo ora osannato quale baluardo della democrazia e “perla rara” (cit. Di Maio), ha messo in luce una verità che in molti sospettavano: Matteo Salvini è un bluff.

Il Ministro dell’Interno si è confermato un demagogo portatore di idee politiche pessime (il postnazismo di cui abbiamo già parlato qui) che è arrivato alle attuali vette di consenso non per merito su, ma  prosperando sulla propaganda da una parte e sull’inettitudine dei 5 Stelle dall’altra.

Un politico che ha invocato lo scontro con la UE per poi mettere la coda fra le gambe e far passare a botte di fiducia in 48 ore una Manovra in cui il Governo accettava quasi totalmente le obiezioni di Bruxelles. Egli rimarrà per sempre responsabile di due leggi anche quando queste verranno – giustamente – demolite dalla Corte Costituzionale, ma di rara pochezza politica visto che, dopo aver aperto la crisi, ha fatto di tutto, fino all’ultimo, per fare un passo indietro e rimanere al Viminale.

Eppure, in un paese che sta scavando per raggiungere i minimi termini della inettitudine politica, il terrore per Salvini è talmente elevato che parte dell’elettorato italiano e parte del PD sono pronti a bere l’amaro calice del populismo pur di andare a scontrarsi con lui alle urne. Dove, ribadisco, potrebbe venir sconfitto se si riuscisse a creare un’offerta politica alternativa. Invece, il principale partito dell’opposizione decide che l’alternativa va creata al governo e con chi, finora, ha prosperato politicamente sullo stesso populismo portato avanti da Salvini.


Il peggio del peggio?

Una soluzione “meno peggio” in cui il PD – per molti già il meno peggio – andrebbe al governo con il partito meno peggio della maggioranza di Conte per evitare che il più peggio ci porti diritti verso il super-peggio. Che questo rischi di uniformare al ribasso, ovvero verso il populismo, l’offerta politica sembra non interessare a nessuno.

In questo contesto, il M5S diventa il meno peggio assumendo che a) Salvini sia un fascistoide autoritario (vero), b) che un suo governo assieme a Fratelli d’Italia ci condurrebbe automaticamente fuori dall’Europa, al fascismo e ad essere figli spuri della Russia (probabile, anche se non così assoluto) e, soprattutto, c) che ne sia politicamente capace, cosa sui cui varrebbe la pena di dubitare dopo le prove degli ultimi 14 mesi.

Il problema, come ribadito più volte in questo blog (per esempio qui), e che pur ammettendo che ne sia capace – che ne abbia “le palle” – Salvini non potrebbe esimersi da passare attraverso le forche caudine dell’economia reale di un paese.

Perché puoi anche evitare l’aumento dell’IVA a parole – come stanno facendo tutti in Parlamento – e promettere “anni bellissimi”, ma questo non cambia nulla se i fatti non ti danno ragione: neanche Erdogan e Putin, con tutto il loro potere, possono fermare il declino della propria popolarità mentre l’economia dei loro paesi comincia a dare segni di cedimento (la Turchia è in crisi economica, la Russia ha dei seri problemi sociali legati all’aumento dell’età pensionabile).



‘a livella: l’economia

Evitare l’aumento dell’IVA per il 2020 costa circa 23 mld (8,6 per l’IVA agevolata e 14 per l’aliquota normale), e altri 28 da trovare entro il 2021, al netto di eventuali peggioramenti dei conti italiani. Anche chiedendo flessibilità all’Europa (o infischiandosene) questo porterebbe semplicemente a cercare 51 mld entro il 2021, quando diventerà, quindi, inevitabile andando a massacrare il potere d’acquisto dei salari di un paese dove quest’ultimi – caso unico nell’OCSE – calano da 25 anni.

Come se non bastasse, la Manovra 2020 dovrà risolvere il problema dei 18 mld delle mancate privatizzazioni inserite sempre dal Governo M5S-Lega allo scopo di alleggerire il debito che, finora, hanno fruttato la cifra di zero mld e tutto il rifinanziamento di Quota 100 e Reddito di Cittadinanza. Fossimo la Germania, la Francia o l’Olanda una soluzione si potrebbe trovare, ma siamo l’Italia, la terza economia d’Europa che ha sfruttato questa sua posizione per ottenere flessibilità e mantenere, forzosamente, un sistema produttivo e statale che fa acqua da tutte le parti.

La manovra da 50 mld a deficit della Lega è pura demagogia, e così lo sono i vari “eviteremo l’aumento dell’IVA” proferiti dagli altri partiti: semplici espedienti atti a rendere bevibile quell’amaro calice di un populismo che è sempre più difficile da distinguere dalla politica “sana”.

Da questo punto di vista, l’unico pregio del Governo Conte è stato quello di smascherare almeno una parte del bluff populista, quello economico del Decreto Dignità e del Reddito di Cittadinanza conditi dalle balle sui parametri europei e su fantomatiche nuove ricette “neokeinesiane” (i nuovi paradigmi di Savona ripetuti allo sfinimento da Di Maio) inventate di sana pianta. Il risultato è stato mostrare al paese l’inettitudine politica del MoVimento 5 Stelle (quello che, 18 mesi fa, ma ancora meno, era il peggio) su cui è ricaduta completamente la colpa della crescita zero, mentre Salvini usava il Viminale per sbottare in chiari “se governassi da solo” di berlusconiana memoria.


il problema del PD

Alla fine, fra i due populismi, ha prevalso quello del più furbo in un triste scontro fra inetti con in mezzo un paese incapace di reagire anche per colpa del PD che in 14 mesi non è riuscito a creare neanche la parvenza di un’offerta politica alternativa nonostante avesse di fronte uno dei governi meno operativi e più attaccabili della recente storia patria. In uno stanco balletto politico, invece, abbiamo assistito a ogni possibile disaccordo e disattenzione, non ultima la votazione all’unanimità dei minibot alla Camera dei Deputati e la totale incapacità di fronteggiare la propaganda salviniana e pentastellata.

L’unico successo del partito, è stato superare, con perdita di voti, il dato percentuale del MoVimento alle elezioni europee presentando un programma quasi-fotocopia e uno slogan che suonava come un “vorremmo fare le stesse cose, ma meglio”.

Il Governo giallorosso, quello dei populisti meno peggio, nasce, in pratica, perché la retorica populista è diventata talmente radicata da aver già contagiato il Partito Democratico. Per chi cerca di divulgare dati e idee reali, questo fenomeno – che potremmo chiamare l’affermazione del “pensiero unico” populista – è già ben visibile, basti pensare agli annunci paralleli del “reddito minimo” del PD e M5S basato sul puro rilancio dei numeri, senza tenere in considerazione tutti gli studi esistenti sulla questione.


La riabilitazione forzosa dei 5 Stelle

Questo, comunque, è nulla a fronte del vero delitto: il processo di riabilitazione ex-post del MoVimento da parte della società civile mossa, in gran parte, da quel “panico” che abbiamo citato prima (e che sembra aver contagiato anche Prodi).

Salvini non è altro che una delle facce del populismo italiano, un fenomeno vasto (Meloni, Fassina, Rizzo, CasaPound, etc.) che ha nel MoVimento 5 Stelle l’altro grande esempio. Prima dell’ascesa del leader leghista, le fake news erano appannaggio soprattutto del 5 Stelle, così come gli attacchi diretti ai politici mediante meme, le ONG descritte come “taxi del mare” e la UE – e l’Euro – come ragione dei mali del paese. Gli attacchi alle istituzioni democratiche del paese e alle istituzioni parlamentari del MoVimento predatano l’alleanza con Salvini, così come il mandato diretto dal popolo è una rielaborazione pentastellata del berlusconismo.

Nonostante il tentativo di nascondersi dietro un dito, il MoVimento rimane un partito costruito a tavolino da una SRL pubblicitaria milanese (come ricorda il leader dei Verdi europei) che ha firmato e votato i Decreti Sicurezza, la Manovra che ci regala l’aumento dell’IVA e i porti chiusi. In Europa, dove era alleato con Farage e l’AfD, ha votato contro ogni soluzione politica al problema “migranti” e alla riforma del Trattato di Dublino, esattamente come la Lega.

Non è un caso che, stando all’analisi dei flussi elettorali alle europee, che non saranno la Bibbia, ma rimangono l’unico strumento che abbiamo per capire il voto, l’aumento del Consenso di Salvini è avvenuto perché una parte dell’elettorato del meno peggio (il M5S) ha considerato più credibile l’offerta elettorale leghista.



Nei fatti, l’Italia è bloccata in una scelta forzosamente binaria: o si beve l’amaro calice delle elezioni, con probabile vittoria di Salvini, ma si evita di legittimare il populismo a 5 Stelle, o si beve l’amaro calice giallorosso e si evitano le urne.

La terza soluzione, sfidare Salvini alle urne in maniera seria, offrendo una nuova idea di paese e, al massimo, costringere i populisti a bere il vero calice, quello di salvare loro i conti del paese, sembra non venir considerata. Eppure, come ricorda Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni su Twitter: la politica non è fatta di scelte binarie.

Una frase che mi ricorda un passo di “Come sfasciare un paese in sette mosse” della giornalista turca Ece Temelkuran. Parlando di come molti intellettuale e politici non populisti appoggiassero, nel 2006-2008, Erdogan per limitare il potere straripante dei militari nel paese (in molti ricordavano ancora l’ultimo colpo di stato dei militari), Temelkuran cita questo colloquio:

“Beh, dolcezza, prima facciamo fuori quei bastardi nell’esercito e poi facciamo fuori Erdogan”

“Ma come, con quale supporto, con che poteri?!

“Se così naïve mia cara: questa è politica, si fanno alleanza e faremo nuove alleanze”.

La Turchia pensò di bere in quel momento il suo amaro calice sognando la nascita di una democrazia moderna “usando” il meno peggio. Il risultato lo conosciamo e leggere quelle pagine durante la crisi di ferragosto in Italia regala uno strano senso di déjà-vu.

Spero onestamente di sbagliarmi.

 

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