Un secondo referendum per la Brexit, la debolezza di Theresa May e le aspirazioni francesi

Alla ricerca di una nuova rilevanza internazionale: Theresa May incontra Emmanuel Macron. Intanto i Brexiters chiedono un secondo referendum. Cosa succede attorno alla Brexit.


Sommario:

  • il secondo referendum, realtà o finzione?
  • l’accordo commerciale ed i problemi della Gran Bretagna
  • Macron incontra May, l’incontro “non fra eguali”

Secondo Keir Starmer, responsabile per la Brexit dell’opposizione, no. In un intervento ai parlamentari laburisti, Starmer ha chiesto ai colleghi di non “guardare indietro” al referendum del 2016, alle “false promesse dei Brexiters (come i maggiori fondi alla sanità pubblica)”, ma lavorare per ottenere il “miglior accordo possibile per la Gran Bretagna”.

Labour: no al referendum. L’affermazione di Starmer segue quella del leader laburista Jeremy Corbyn. Nel corso dell’intervista rilasciata alla trasmissione Peston on Sunday, Corbyn ha ribadito la sua intenzione a non supportare né richiedere un secondo referendum sulla Brexit. A questo, i Laburisti preferiscono un voto vincolante in parlamento sull’accordo”. Ovvero, spostare la decisione finale in ambito politico. Un voto, infatti, che non andrebbe a “cancellare” la Brexit, ma potrebbe, sul lungo periodo, alterarne le sorti, riaprendo i negoziati.

Dove arriva allora la richiesta di un secondo referendum? Da Nigel Farage e Boris Johnson, gli ex-leader del “Leave” nel 2016.

Farage e Johnson. Per entrambi i politici, una seconda tornata referendaria “aprirebbe la strada ad un’affermazione ancora più schiacciante del Leave” atta a rafforzare il mandato governativo durante la seconda parte delle trattative oltre a “zittire” i remainers presenti al governo.

In particolare, Farage punta il dito contro “la disonestà dei politici al governo” (una frecciata a Theresa May) e il fatto che “mai l’Unione Europea concederà un accordo decente alla Gran Bretagna”, cosa che porterà il Parlamento a votare contro tale accordo. Il rischio, a quel punto, sarebbe ricadere nelle norme del WTO, un risultato che lo stesso Farage avvertirebbe come una sconfitta.

Onde evitare tale risultato, argomenta Boris Johnson, un secondo referendum “confermativo”  darebbe la possibilità “di ottemperare al meglio al volere del popolo britannico”.

Questo anche se esiste la concreta possibilità che un secondo referendum veda la vittoria del Remain.

Sono passati ormai quasi 2 anni dal referendum, ma Jean-Claude Juncker non si rassegna. “L’Unione Europea” sostiene il Presidente della Commissione “rimane pronta a riaccogliere la Gran Bretagna qualora questa decidesse per il rientro nel blocco dopo la Brexit”. Cosa che potrebbe avvenire, chiosa Juncker, tramite l’articolo 49, quello che, appunto, regola la riammissione nel blocco continentale.

Europa e Gran Bretagna. Un messaggio politico destinato ai sostenitori britannici del “Remain”, in crescita nei sondaggi mentre nel paese – sia fra i Labour che, per motivi opposti, fra i Brexiters – si discute sull’eventualità o meno di un secondo referendum.

Il ritorno della Gran Bretagna nel blocco continentale rimane, quindi, desiderio dei vertici dell’Unione. La realtà, invece, è quella della definizione dell’accordo commerciale fra Londra e Bruxelles: la fase due dei negoziati il cui inizio è previsto per questo mese.

L’accordo commerciale: i problemi. Due sono i nodi principali: la circolazione delle merci e dei prodotti finanziari.

I punti di partenza del negoziato sono diametralmente opposti. Londra, infatti, sta lasciando la situazione migliore che prevede zero dazi doganali ed il passporting finanziario.

Di quest’ultimo abbiamo lungamente parlato. Si tratta della regolamentazione comunitaria che garantisce la libera circolazione ai prodotti finanziari di istituti finanziari extra-europei con sede in un paese del blocco. Nel caso specifico tutte le banche statunitensi, cinesi, russe e giapponesi con sede a Londra.

Passporting e finanza. La “sparizione” del passporting non condannerebbe la finanza britannica (esistono altri metodi di penetrazione del mercato europeo), ma andrebbe a indebolirne la posizione, attualmente egemone, in quello che è uno dei mercati più ricchi del mondo.

In ogni caso, come spiega il Financial Times, qualunque altro sistema richiederebbe un accordo con l’Europa e la buona volontà dei 27 di concederlo.

Non a caso la City di Londra si era espressa a favore del remain e sempre non a caso il governo inglese ha più volte chiesto all’Unione la creazione di un sistema di libera circolazione attivo anche dopo la Brexit.

 Theresa May e Jean-Claude Juncker durante l'ultima conferenza stampa del 2017. Foto:  Number 10  Licenza: CC 2.0

Theresa May e Jean-Claude Juncker durante l’ultima conferenza stampa del 2017. Foto:  Number 10  Licenza: CC 2.0

Le mire dell’Europa. Quello che risulta ottimale per la Gran Bretagna non lo è necessariamente per l’Europa. Nessuno dei 27 paesi sembra interessato a concedere una qualsiasi forma di libera circolazione agevolata alle merci britanniche in assenza di una partecipazione di Londra all’Unione anche in maniera simbolica (come la Norvegia). Questo anche se tale scelta portasse ad accrescere il costo dei prodotti europei sul mercato britannico e viceversa.

L’incidenza di quest’ultimi, infatti, è relativa: la bilancia commerciale fra Londra ed i 27 della UE pende nettamente a favore di quest’ultimi e la situazione difficilmente cambierà nel prossimo futuro, vista l’assenza di moltissimi settori manifatturieri dal paese.

La corsa alla “capitale finanziaria”. Da parte sua Londra potrebbe essere “tentata” di accettare una posizione “penalizzante” dal punto di vista commerciale, allo scopo di alleggerire la posizione europea proprio sulla circolazione dei prodotti finanziari.

Nel definire la questione, centrale sarà il ruolo di Germania, Paesi Bassi, Irlanda, Italia e Francia, ovvero i maggiori esportatori continentali verso la Gran Bretagna allo stesso tempo interessati al mercato finanziario in uscita dal Regno Unito.

Fra tutte, Francoforte, Amsterdam, Dublino, Milano, spicca Parigi, ideale candidata del Presidente francese Emmanuel Macron a diventare la nuova “capitale finanziaria” d’Europa.

Per approfondimenti:

– come la Francia punta al mercato finanziario europeo: the Indipendent

– sul rapporto fra passporting e futuro della finanza britannica: Business Insider

Proprio il presidente francese Emmanuel Macron è atteso in Gran Bretagna all’accademia militare di Sandhurst giovedì 18 gennaio per il summit bilaterale franco-britannico sulla cooperazione nella difesa, un’area che, in attesa della fortificazione della PESCO (la difesa comune europea), rimane fuori dalla giurisdizione europea.

L’incontro di Sandhurst. All’ordine del giorno è la formazione di un contingente di spedizione militare congiunto, un nuovo piano per il porto di Calais, punto di raccolta dei migranti per la Gran Bretagna e nuovi scambi culturali.

Dietro a questi punti, due prospettive diverse. Per una Theresa May sempre più indebolita dalle scaramucce parlamentari, l’incontro è una chance per rimanere politicamente rilevante in Europa utilizzando la carta della sicurezza e della cooperazione militare. La stessa già usata, a dicembre, a Varsavia quando il governo britannico ha firmato un nuovo trattato militare con la Polonia.

La Francia e la Brexit. Per Emmanuel Macron, reduce dal successo della visita in Cina, un ulteriore occasione per mostrarsi quale nuovo leader del blocco continentale anche perché, riporta POLITICO citando Jonathan Eyal, direttore associato del think tank londinese RUSI, la Francia non vede più questo “come un incontro fra uguali”. Esso, continua Eyal, “arriva in un momento di debolezza per il Regno Unito” in cui “Parigi cercherà di ottenere il maggior numero di concessioni possibili”.

Gli obiettivi della diplomazia francese sono semplici. La partecipazione britannica alla missione francese in Mali e aiuti alla regione del Sahel per 50 milioni di sterline atti ad alleggerire il peso sulle casse francesi. In cambio la Francia accetterà di partecipare al corpo di spedizione britannico dell’Estonia nel 2019.

Calais e la questione migranti. Parigi, inoltre, punta alla rinegoziazione dell’accordo Le Touquet riguardante il transito dei migranti per la Gran Bretagna. Questo pone il “confine” fra i due paesi a Calais, attribuendo l’onere dell’identificazione (262.000 rifugiati nel 2017, in crescita rispetto al 2016) ai francesi. Macron vorrebbe spostare la frontiere e relativi controlli dall’altro lato della Manica.

Realisticamente, il nuovo trattato sancirà una maggiore cooperazione britannica sul porto di Calais (totale 44.5 milioni di sterline per nuove recinzioni, impianti di sicurezza), l’espansione della collaborazione sul limitrofo porto di Dunquerke oltre che ad una serie di aiuti per spostare i rifugiati in altri porti francesi.

Per quanto riguarda la ricerca, da parte della Gran Bretagna, di un “partner” per la Brexit, la risposta di Macron è arrivata martedì 16 gennaio. In una visita sulle coste francesi della Manica, il Presidente ha ribadito come la Francia darà priorità agli interessi delle regioni settentrionali francesi nel corso delle nuove trattative sulla Brexit. Questo vuol dire, oltre ai migranti: pesca ed industria.

Per approfondimenti:

– il cambio della guardia fra Germania e Francia: the Economist

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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