May e la Brexit Drama: usciranno o alla fine torneranno indietro?

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Quando Theresa May pensava di essere arrivata al traguardo, la realtà ha bussato alla porta: ci sarà mai la Brexit?

La Brexit è una di quei negoziati in cui più si va avanti e più si perdono certezze. Nel giugno 2016, quando tutto iniziò era certo che la Gran Bretagna uscisse. Quando poi, a maggio 2017 la Brexit divenne ufficiale, si era convinti che tutto sarebbe finito entro il 29 marzo 2019.

Poi è arrivato il periodo transitorio che prolunga i tempi fino al 31 dicembre 2020. Sempre che non venga estesa, una decisione che Londra potrà prendere entro il 1 luglio 2020. Nel frattempo, propagande sovraniste a parte, avrebbero tutto il tempo di continuare le trattative.

Ho usato il condizionale perché allo stato attuale in dubbio non c’è solo la bozza dell’accordo già approvata dal Governo britannico o la stessa sopravvivenza dell’esecutivo May, ma la stessa Brexit.


Dinamica di un crollo

Mercoledì 14, con un voto concitato, il Gabinetto May approva le 585 pagine dell’accordo per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Giovedì 15, il Segretario alla Brexit Dominic Raab, la Sottosegraria Esther McVey ed altri membri del governo May si dimettono.

Poche ore dopo, il dramma si compie, Jacob Rees-Mogg, presidente de “European Research Group“, think-tank pro-Brexit e parlamentare conservatore, chiede un voto di sfiducia nei confronti di Theresa May.

In poche ore, quella che sembrava un’opera compiuta, la Brexit, si è completamente riaperta ed al momento non sappiamo se ci sarà un voto parlamentare e se dopo di questo ci sarà ancora un accordo. Non si neanche se Theresa May sarà ancora il Premier britannico o se, per assurdo, ci sarà ancora il Regno Unito: secondo gli accordi del Good Friday, se i sondaggi dimostrassero ci fosse una maggioranza pro-unificazione irlandese, Londra è costretta a far celebrare il referendum. La regione votò per il remain.


Propaganda e realtà

In Italia, la questione Brexit è, e lo è sempre stata, prettamente politica. L’attuale governo sovranista è, da parte della Lega, ideologicamente affine alle posizioni dei Leavers e, da parte del M5S, è alleato in Europa con l’UKIP di Nigel Farage, il principale sponsor della Brexit.

Per entrambi, la Brexit è una bandiera politica, la dimostrazione che “ribellarsi” alla UE si può (e si deve) fare.

Uniamo questo al principio, molto italiano, di negazione della realtà storica. Quello per cui, sotto sotto, Londra sia ancora un impero e i britannici si riprenderanno subito, e capiamo perché il Ministro dell’Interno Matteo Salvini riesca a dichiarare “che l’Europa voglia punire il popolo britannico”, senza battere ciglio.

Propaganda, per di più vuota: l’origine dell’attuale caos britannico non risiede nella UE, ma nella decisione stessa di scegliere la Brexit.


Spazio Europa


Cosa dice l’accordo

La lettura delle 585 pagine dell’accordo fra UE e UK sanciscono un principio, quello del realismo politico. Al di là dei voli pindarici su “tornare sovrani” o “strappare migliori accordi commerciali stando soli”, alla Gran Bretagna serve mantenere contatti stretti con l’Europa, non solo per mantenere la pace sociale in Irlanda del Nord (ci arriveremo) ma per far funzionare la propria economia.

Qui entra in gioco la principale concessione di Bruxelles: l’area di libero scambio commerciale o “territorio doganale unico”, il “backstop”, che entrerebbe in vigore alla fine del periodo transitorio qualora non si raggiungesse l’accordo.


Il backstop e l’Irlanda

Partiamo da un principio, fino alla fine del “periodo transitorio”, tutto rimane com’è e non c’è Brexit. Quando questo finirà (idealmente dicembre 2020, ma non è detto) il “territorio doganale unico” entrerà in funzione almeno che non si raggiunga qualche altro tipo di accordo.

Grazie ad esso, le merci britanniche ed europee continueranno a fluire da una parte e all’altra della manica (o del canale d’Irlanda) senza dazi o controlli. Con il backstop, si eviterebbe la costruzione di una frontiera fisica fra Irlanda e Irlanda del Nord andando a salvaguardare gli accordi del “Good Friday” del 1999, i quali istituivano un sistema intergovernativo fra le due parti dell’isola a corollario della libera circolazione delle persone garantita da Schengen.

In pratica, il Regno Unito rimarebbe dentro le norme ed i regolamenti UE, senza potere di voto e a tempo indeterminato. Uscire da tale accordo sarebbe possibile solo o sottoscrivendo un altro tipo di accordo o tramite voto favorevole anche dell’Unione Europea.



Fake Brexit

Tutto ciò ha, però, un costo economico e politico. Non solo Londra continuerebbe a contribuire al budget europeo come a Norvegia, ma anche continuare a rispettare le norme europee vigenti al momento dell’uscita europee su aiuti di stato, concorrenza, tasse, standard sociale e normative ambientali.

Piccola concessione dell’Europa: Londra potrà applicare le norme in vigore al momento dell’uscita e non le verrà richiesto alcun adeguamento successivo. A decidere sarà, però, la Corte di Giustizia della UE che avrà l’ultima parola in merito, il che vuol dire che Londra non potrà usare aiuti di stato o sussidi per preservare produzioni e aziende in Regno Unito.

Detto in parole povere: la Gran Bretagna diventa un mercato produttivo e commerciale satellite di quello europeo.


Il paradosso di Theresa May

Bruxelles starebbe quindi  “punendo il popolo britannico” come dice Salvini? Assolutamente no, perché le concessioni fatta da Barnier al Regno Unito hanno suscitato le ire della Francia e degli altri paesi pro-Hard Brexit. Non solo, tale “territorio doganale unico” è sempre stato l’obiettivo conclamato di Theresa May: “quell’accordo speciale” di cui la Premier britannica parla sin dalla sua successione a David Cameron.

E visto che tutta la Brexit è costruita completamente sui paradossi, proprio la principale conquista di Theresa May potrebbe essere la ragione della sua sconfitta.


E ora?

L’accordo non piace ai Brexiters perché cancella l’idea (peraltro molto ottimista) di una “Global Britain” battitore lbero del commercio internazionale. Non piace neanche ai Leavers, perché crea una UE di secondo grado apposta per la Gran Bretagna ponendola “de facto” in una posizione di “vassallaggio politico e commerciale” con i 27.

A quel punto “meglio rimanere in Europa” e non lo dicono solo i Labour, ma lo stesso Boris Johnson (capo dei Brexiter conservatori) commentando l’accordo.

Intanto Londra è nel caos. Martedì prossimo si terrà il voto di fiducia interno ai Tories sulla leadership di Theresa May. Qualora i frondisti riuscissero a prendere il controllo, May si dovrebbe dimettere da Premier a favore, al 99%, di un hard-Brexiter che tenterebbe di riaprire – forse inutilmente – le trattative con Bruxelles.

Qualora Theresa May prevalesse, il che arriverebbe, per paradosso, grazie all’appoggio del brexiters Micheal Gove, ci sarebbe il problema del voto parlamentare. Alcuni parlamentari Conservatori – i Remainers – hanno infatti chiesto un voto di coscienza sulla Brexit, il che li libererebbe da vincoli di partito.

Un’alternativa che Theresa May è indecisa se appoggiare. In caso di voto politico, il partitino DUP, essenziale per la maggioranza May, voterebbe contro l’accordo in quanto questo, con il backstop, andrebbe a creare una diversità legislativa fra l’Irlanda del Nord ed il resto del Regno Unito.

Anche il voto di coscienza potrebbe far saltare l’accordo, ma salverebbe il governo evitando una tornata elettorale straordinaria a soli quattro mesi dall’eventuale no-Deal.

Allo stato attuale il no all’accordo ha 415 voti, il sì 224.


l’Opinione


Labour e referendum

Intanto, nella disattenzione generale, e nel continuo diniego, continua ad avanzare l’idea di una “no-Brexit”. Theresa May, per la prima volta, ne ha parlato come un’alternativa credibile allo scenario, oramai considerato catastrofico da tutti, del no-deal.

Un’apertura in tal senso è arrivata anche dal Labour, non solo dal Cancelliere ombra John McDonnel, ma dallo stesso leader Corbyn. Dopo aver ribadito “l’impossibilità di stoppare la Brexit” al settimanale tedesco Der Spiegel, in una lettera ai proprio parlamentari ha proclamato il referendum un’alternativa possibile qualora l’accordo venga bocciato e non ci siano nuove elezioni.

A favore di un “final say” ci sarebbe, dice un sondaggio YouGov, il 59% degli elettori, percentuale che salirebbe al 64% nel caso di un voto negativo sull’accordo da parte del parlamento. Se ci fosse un referendum, il 54% degli elettori sarebbe favorevole a rimanere in Europa.

Si è spinta oltre la conservatrice Justine Greening, la quale ha proposto un referendum di “preferenze”, il quale chiederebbe agli elettori di mettere in fila le tre possibilità: no-deal, deal, no-brexit.

Potrebbe essere l’unica alternativa rimasta anche per l’esistenza dell’articolo 51, quello che, per farla semplice, permetterebbe il reintegro immediato della Gran Bretagna nella UE.


Conclusione

Attendendo il sipario, questa è, in estrema sintesi, è parte dell’immenso psicodramma britannico sulla Brexit. Uno script, in realtà, altamente prevedibile per via delle contraddizioni intrinseche alla Brexit.

Per quanto anche i britannici rimangano essi stessi sedotti dal proprio particolarismo, con o senza UE, l’economia britannica rimane totalmente integrata con quella europea. Lo è sia per l’importantissimo mercato finanziario di Londra, sia per la produzione industriale.

Aver creduto, anche per i pochi istanti del voto, che staccarsi dalla UE avrebbe portato un risultato diverso da questo era utopistico.

La UE è un’organizzazione molto complessa e con mille difetti, ma c’è un aspetto di cui è regina: regolamentare il commercio così bene da essere “il” più efficiente organismo internazionale.

Come fosse possibile che un paese solo, peraltro economicamente dipendente, in tanti aspetti, dalla stessa Unione Europea sperasse di ottenere condizioni irraggiungibile dagli stessi USA, rimane uno dei principali esempi di cosa il mix letale di ideologia, propaganda e mancata informazione possa generare.


Aggiornamento

Con un colpo di teatro Micheal Gove, Hard-Brexiter, con quattro co-Ministri del Governo May hanno deciso di riunirsi la settimana prossima per riscrivere l’accordo. All’origine del tentativo, l’idea di presentare un “accordo votabile” che preservi la propria partecipazione al governo. Non dovessero farcela, molto probabile che decidano di dimettersi dal Governo e votare contro l’accordo a Westminster.

E la tragedia continua.


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il Caffè e l’opinione

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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