Storia breve della Manovra del Popolo che non c’è già più

manovra

C’era una volta la Manovra del Popolo, poi venne la Manovrina del Popolo e ora aspettiamo la Correzione del Popolo. ma dopo giugno, prima si vota.

Vi ricordate il 27 settembre 2018? Quel giorno Luigi Di Maio e gli altri ministri 5 Stelle uscirono sul terrazzino di Palazzo Chigi per prestarsi alla celebrazione mediatica a favore di una platea parlamentari a 5 Stelle, meglio nota come “il balconcino”.

Erano i giorni trionfanti della prima redazione della Manovra del Popolo, del 2,4% di Deficit (in quale paese assurdo si festeggia un deficit?) inteso come l’atto sovrano di liberazione dal giogo dell’Austerity europea per l’avvio della ripresa del paese. Quella Manovra del Popolo così taumaturgica durò poco, bocciata dall’Unione Europea, ma anche da qualsiasi agenzia indipendente italiana, sia esso l’Ufficio Parlamentare di Bilancio che l’INPS. Se ne varò un’altra e un’altra ancora arrivo alla Camera, ma erano solo bozze atte a ottenere il tanto sospirato avvallo della Commissione Europea.

Un “Sì”, è bene sottolinearlo, che il Governo “ribelle” ha cercato – al contrario dei suoi stessi annunci – con pervicacia. Così si è arrivati all’ultima redazione, quella del 31 dicembre 2018 la quale, mediante una serie di dilazionamenti e tagli è rientrata all’interno delle norme del Fiscal Compact, anche se in maniera artificiosa.


La vera “manovra del Popolo”

Il risultato è stata una manovra con deficit a 2% (il 2,04% è uno specchietto per le allodole), basato su una crescita del 1%, 2 miliardi di accantonamento per mettere in sicurezza i conti (perché delle previsioni di crescita dell’Italia non si fidavano proprio a Bruxelles, e hanno fatto bene), promesse di privatizzazioni per 18 miliardi e l’aumento dell’IVA per 2020/2021 (sì, è possibile scongiurarlo, solo che servono oltre 50 miliard).

Con una furberia degna del “genio italico”, il Governo ha aggiunto il non specificare, né a noi né all’Europa, come fossero strutturati Reddito di Cittadinanza e Quota 100 fino a gennaio. Perché? Semplice, eludere le possibilità di analisi preventive, onde allontanare, un altro po’ la necessaria revisione dei conti sul 2019.

Una revisione che, assieme ai dati dell’economia reale è arrivata e ha già affossato la Manovra del Popolo 2.0 nel modo più semplice possibile: ne ha scompaginato i conti.


Le previsioni

Possiamo anche non fidarci delle previsioni di Bankitalia, della Commissione o delle banche d’investimento, ma è proprio la crescita degli ultimi due trimestri 2018 che nega matematicamente le previsioni di crescita all’1% presenti in manovra.

Come sottolinea Mario Seminerio sul blog Phastidio.net, nel caso di una crescita reale dello 0,6%, ovvero la stima di Bankitalia, “il deficit-Pil andrebbe al 2,2% […], ma il più rilevante debito-Pil salirebbe al 132,5%” ben oltre il 130,7% previsto dal Governo. Sempre Seminerio fa notare che il deterioramento progressivo a cui stiamo assistendo rischia di portare il nostro debito – che rimane meno sostenibile di quello giapponese – vicino al 135%.

Dati corroborati dal calo della produzione industriale legato sì alla contrazione degli ordinativi internazionali (soprattutto dalla Germania, da cui dipende buona parte del manifatturiero italiano) ma anche al calo dell’indice PMI che registra il grado di ottimismo delle aziende italiane.

Tradotto: stiamo assistendo ad una progressiva parabola di indebitamento progressivo – tanto per cambiare– che andrà a pesare, ovviamente, sempre di più sulle finanze italiane, sui consumi e sui salari. Il combinato disposto di questa situazione è che lo spread, che non accenna a diminuire, rimarrà alto e rischia di ripartire aggiungendo ulteriore pressione alle già martoriate casse statali. Perché la vera trappola non è l’euro, non è il Fiscal Compact, è avere un Pil fermo, un indebitamento alto e una tassazione talmente alta da rendere impossibile il “ripagarselo”, se non con strumenti eccezionali come la patrimoniale.



Il gorgo del debito

Il debito c’era prima? Sì, e  i governi precedenti hanno fatto ben poco per ripianarlo, quantomeno in taluni casi e sempre al netto del quadro macroeconomico (tipo la doppia crisi 2008 e 2011). Questa, però non è una scusa, bensì un’aggravante, perché proprio alla luce di una situazione debitoria e fiscale nota, negare l’evidenza, dire che a giugno “sarà un anno bellissimo” o che “RdC e Quota 100 faranno da motori alla crescita” è irresponsabile.

A questo possiamo aggiungere che crescere di 0.8% in meno al previsto (dati Commissione Europea), significa avere un buco di bilancio fra i 7 e i 9 miliardi di euro. Ovvero parte della Manovra è, ad oggi SCOPERTA.

Si può obiettare che i diarchi di Governo ignorino questi dati o perché mal consigliati o percheé sono realmente incapaci di leggerli, ma, domanda, è possibile che in tutta la, vasta, compagine di governo non ci sia qualcuno che riesca a imporsi per fermare tale scempio?

Possibile che l’establishment di due partiti non riesca realmente a pensare al bene del paese, ma solo ai traguardi elettorali regionali – Abruzzo, Sardegna e poi Piemonte, Emilia Romagna – ed europei?


La manovra correttiva

Tutto questo per dire che come la Manovra del Balconcino, anche quella di Capodanno non esiste più e con essa le sue fintroppo rosee – conseguentemente, irrealistiche – prospettive. Al suo posto un buco di bilancio che è già realta, oggi, a marzo, e che non suggerisce, ma rende necessaria la Correzione del Popolo, ovvero, la manovra correttiva.

Quando?

Ma a giugno ovviamente: dopo le elezioni europee. Sempre, però, che i conti reggano e che non si voti da qualche parte per un consiglio circoscrizionale.

Con questo post si chiude la prima stagione di “Problemi di Manovra”. Per chi se la sia persa, riproponiamo di seguito tutti gli articoli correlati e relativi link, sperando che aiutini quelle anime pie che si sentono prese di sorpresa dal peggioramento dei conti e che dicono, poi, che noi giornalisti non li abbiamo avvertiti.

L’abbiamo fatto, l’unica cosa è che bisognerebbe imparare e leggere per saperlo.


Salvini, come Berlusconi, ignora la crisi in atto: finirà come nel 2011?

22 febbraio 2019

Matteo Salvini di economia ci capisce poco, molto poco. Esattamente quanto i suoi consiglieri economici, persone come il sottosegretario Armando Siri, scopertosi senza laurea, il sen. Alberto Bagnai, capace di cambiare idee sull’economia a giorni alterni, e l’on. Claudio Borghi, “inventore” del MiniBot e noto per i suoi continui richiami all’Italexit. “Economisti” – virgolettato è d’obbligo visto che solo Bagnai lo è – in costante bilico fra l’essere yes men e l’afflato ideologico.

O così, o Salvini ha deciso di seguire le orme di Berlusconi del 2011, quello che dichiarò “Crisi da noi? Ma se i ristoranti sono pieni!” aprendo involontariamente (e colpevolmente) la strada, 11 giorni dopo, alla nascita del Governo Monti.

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Recessione Italia, ovvero, quando al Governo hai degli incompetenti.

10 febbraio 2019

Recessione, mancata crescita, produzione industriale in calo, crisi con la Francia, ma va tutto bene… o forse no.

L’economia non è il punto di forza di questo governo (neanche la politica, comunque, soprattutto quella estera), ma le cose stanno degenerando, e anche velocemente.

Stando alle ultime stime della Commissione Europea l’Italia, come molti avranno già letto, dovrebbe crescere dello 0.2% nel 2019, ovvero .8 punti in meno rispetto alle previsioni su cui è costruita la “Manovra del Popolo”.

Nel 2019, stando al DEF, dovremmo fare 2% di deficit su una crescita di 1%, viene da sé che con una crescita al 0.2% il deficit diventa, automaticamente 2.8%. In soldoni: fosse così mancherebbero già oggi i fondi stanziati in Manovra, un dato che, se confermato, si tradurrebbe nella necessità di una “manovra correttiva”.

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Quei fondi che non ci sono: la balla del boom economico di Di Maio

14 gennaio 2019

Dove trovare i fondi per una manovra espansiva? Da nessuna parte, ma poco importa: per il Governo la Manovra lo è già. Peccato sia falso.

Per Luigi Di Maio, l’Italia potrebbe avere (a breve, è lì, si sente) un nuovo “boom economico“. Questo nonostante il rallentamento della produzione industriale, la contrazione del PIL nell’ultimo trimestre del 2018 e l’assenza di reali misure per produttività e crescita.

Tutto ‘grazie’, continua il Ministro delo Sviluppo Economico, grazie allo sviluppo delle autostrade digitali: ovvero la fibra ultraveloce, la nuova ‘digital economy’ etc. etc.

In gergo economico, è il progetto della “Smart Nation“, una visione alla Grillo/Casaleggio (Gianroberto) dei primi tempi del MoVimento 5 Stelle. Di per sè un progetto che sarebbe bello fosse nel piano industriale italiano, se e quando ne avremo uno, ma che il Governo pare perseguire più a slogan che con iniziative concrete.

Il Ministro/Vice Premier/Capo Politico Luigi Di Maio dimentica che, per realizzare la conversione alla Smart Nation, servirebbe a) anni per costruire infrastrutture e competenze, b) fondi per la realizzazone del progetto, investimenti per la formazione delle nuove figure professionali, c) un piano industriale nazionale (vedi sopra alla voce “magari ne avessimo uno) e d) una serie di provvedimenti paralleli (i protocolli di sicurezza, per dirne una).

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Problemi di Manovra III: Quota 100, RdC e trasferimenti fiscali

6 gennaio 2019

RdC e Quota 100 sono puri trasferimenti fiscali, non investimenti per la crescita del paese (e l’occupazione).

Per Di Maio, Castelli, Lezzi e Conte (sono più cauti Salvini, Giorgietti e Tria) Reddito di Cittadinanza e Quota 100 sarebbero “investimenti” mirati a “incrementare il PIL e l’occupazione in Italia.

Stimoli economici miracolosi, forse – annunciano quelli che ne sanno – addirittura keynesiani.

Un idea, ahimè, sbagliata. Ecco perché.

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Problemi di Manovra II: l’aumento (molto probabile) dell’IVA

6 gennaio 2019

L’IVA: la grande bomba da 54 miliardi che il Governo ha inserito nel DEF, ma a partire dal 2020. Possibile evitarla?

Le “Clausole di Salvaguardia” non esistono e il Governo ha già aumentato l’IVA per il biennio 20/21. Un dato di fatto che diverrà esecutivo dopo la fiducia alla Camera.

Chi racconta il contrario sta solo giocando con le parole.

Mi riferisco alle cosiddette “clausole di salvaguardia sull’IVA” per il biennio 20/21, rispettivamente 23 e 29 miliardi di euro (circa 1.3% e 1.6% del PIL). Il termine è improprio ed usato ad arte dal Governo gialloverde per produrre una falsa illusione di sicurezza nei cittadini. Una “clausola di salvaguardia” è un artificio contabile che letteralmente sposta ad un futuro X una parte dei saldi di una manovra per farne quadrare i conti.

Lo fa prevedendo un aumento dell’IVA, quindi di gettito fiscale sicuro, immediato e diretto, nel caso non si raggiungessero, alla fine dell’anno contabile, i saldi stimati.

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Problemi di Manovra I: il PIL e la non crescita del paese

2 gennaio 2019

Crescerà il PIL nel 2019? Non come vorrebbe il Governo, ma Conte la “vede” diversamente, sulla base della propaganda.

Perché per il Premier Giuseppe Conte è così importante ribadire che, per il 2019, si aspetta una crescita “robusta” e, addirittura, “superiore all’1% previsto dalla maggior parte degli istituti italiani e internazionali”?

Per motivi strettamente di immagine: il Governo, infatti, considera il Reddito di Cittadinanza (e non Quota 100, come affermato dal Ministro Tria a Radio 24) una misura atta ad aumentare i consumi e produrre nuovo PIL.

La realtà sarà ben diversa, perché si tratta di un semplice trasferimento di fiscalità dallo Stato ai cittadini, mirata a consumi “primari”, quindi a basso valore aggiunto che, nelle migliori delle ipotesi, andrebbe a costo 0.

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