Mal d’Africa e male in Africa: Fenomenologia del Safari – il Caffè al Cinema del 12-09-2017

 Una delle scene di Safari. ( Ulrich Seidl Filmproduktion )

Una delle scene di Safari. ( Ulrich Seidl Filmproduktion )

Una asciutta, ma dettagliata ricostruzione sulla caccia in ambiente esotico come passatempo. Il regista Ulrich Seidl fa onore alla sua fama con un altro film crudo e di grande spessore: Safari.

Che sia un gioco, uno sport o un rito, funziona più o meno così: ci si inoltra nella savana, silenziosamente, quasi immedesimandosi nel ruolo di astuti predatori. Si osserva l’orizzonte e con pazienza si aspetta. La durata dell’attesa può essere assai variabile, ma le sue ragioni sono piuttosto definite. Bisogna riuscire a localizzare delle forme di vita appariscenti, dall’estetica intrigante, che suggeriscano l’idea dell’avventura esotica, dell’ambiente selvaggio.

 Una delle scene di Safari. ( Ulrich Seidl Filmproduktion )

Una delle scene di Safari. ( Ulrich Seidl Filmproduktion )

Il turismo della caccia. Ulrich Seidl osserva con occhio distante alcuni tedeschi e austriaci della classe media che trovano nel safari un’attività ricreativa ed emozionante oltre misura, a volte simile ad una forma di tossicomania. C’è chi aspira a uccidere una giraffa, chi una zebra, chi un’antilope; non sempre si riesce ad incontrare l’animale di cui si ammira il vello, l’agilità o le dimensioni, e spesso bisogna accontentarsi di altro, ma raggiungere il bersaglio è un’esperienza che in ogni caso porta grande emozione.

Il colpo dev’essere preciso, diretto al cuore (un’ambizione che in un famoso western non portò bene a chi la perseguiva), ma quasi mai è subito letale.

Di solito l’animale che lo riceve si muove, cerca di fuggire, per cui va tenuto d’occhio e seguito a distanza, osservando le tracce di sangue che lascia al suolo. Anche gli splendidi colori e le luci della savana – abilmente catturati dal regista – non riescono a cancellare dei tratti presenti nel film che ricordano l’horror o il thriller, piuttosto che il documentario; ad esempio, la figura dell’assassino che insegue il proprio obiettivo con febbrile determinazione. Una volta trovata la carcassa, o la massa di carne in preda ai suoi ultimi spasmi, si studia la giusta inquadratura e ci si dispone adeguatamente per la foto di rito, in compagnia della preda esanime.

In Safari volevo mostrare non la caccia grossa dei ricchi, dei nobili, degli sceicchi e degli oligarchi, ma quella normale, quotidiana. Da molto tempo, ormai, in Africa la caccia è diventata alla portata della gente comune. A tal proposito era mia intenzione scovare e rappresentare i moventi della caccia e le ossessioni connesse al suo esercizio. Così il film è diventato anche un film sull’atto di uccidere: uccidere come svago, senza esporsi al pericolo; uccidere come modalità di liberazione emotiva.

— Ulrich Seidl

Il dopo. La carcassa è trattato quasi con affetto: si ammira l’animale, lo si accarezza e se ne loda la bellezza, il coraggio e la capacità di battersi – il che è curioso, se si considera che è stato colpito a tradimento e in uno scontro impari.

Le tappe successive sono il trasporto, l’accurato scuoiamento, la macellazione dell’animale e la preparazione dei trofei di caccia. Tutte operazioni sporche e sgradevoli che vengono demandate al personale locale, che opera in modo rapido e accurato. Si tratta, ovviamente, di africani neri, che costituiscono una delle tre componenti essenziali, nonché silenziosi co-protagonisti, di Safari.

 Una delle scene di Safari. ( Ulrich Seidl Filmproduktion )

Una delle scene di Safari. ( Ulrich Seidl Filmproduktion )

Parole e silenzi. Interessante e di grande portata espressiva è la scelta di Seidl di giustapporre alle interviste ciarliere o enfatiche dei bianchi – europei benestanti che parlano nei dettagli del loro svago – i silenzi eloquenti dei neri, che vengono spesso ripresi nei sudici quartieri di baracche in cui vivono e davanti alle telecamere non pronunciano alcuna parola: al più consumano qualche avanzo di carne.

Un modo eccellente di dirigere lo sguardo oltre il discorso sul safari e localizzare differenze di classe consolidate e difficili da superare. I lavoratori locali fissano in silenzio la macchina da presa, in un fermo immagine apparente, così come le loro misere condizioni di vita sono intrappolate in un’immobilità fittizia; la loro quotidianità, infatti, si dispiega in una successione di eventi che non dà tregua, ma in sostanza rinnova e consolida i rapporti di potere esistenti, lo status quo.

La tecnica. Pregevoli nel lavoro di Seidl sono l’uso della camera fissa e le inquadrature dei paesaggi. Notevole è la sua capacità di raccontare in modo asciutto una parte del mondo del safari. Il regista non formula giudizi espliciti, ma – al di là dei discorsi silenziosi dei neri – sembra provare spesso il gusto cinico di esercitare un’impietoso sguardo dall’esterno su eventi che per i loro protagonisti sembrano tingersi di eroismo e avventura, ma che a noi, accompagnati da Seidl, appaiono il più delle volte in bilico sulla soglia tra il ridicolo e l’assurdo.

Etica animalista e discorsi sugli equilibri ecosistemici sono lasciati giustamente ai margini, anche perché le poche volte che si fanno strada nella narrazione tendono a conferirle delle pieghe quasi grottesche, da darwinismo d’accatto (come le battute di alcuni dei cacciatori sugli equilibri tra le specie animali e il ruolo che gli esseri umani ricoprono in essi, o su come sarebbe il mondo se la specie umana si estinguesse).

Presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 2016


Safari

Regia: Ulrich Seidl

Anno: 2016

Durata: 91’

Produzione: Ulrich Seidl Filmproduktion

Sito Ufficiale


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