La Libia non è un porto sicuro nonostante quello che dice il Viminale

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La Libia non è un porto sicuro, nonostante Matteo Salvini ed il governo dicano il contrario.

Per lo Stato italiano la Libia sarebbe un “place of safety”, un “porto sicuro” dove far sbarcare i naufraghi-migranti salvati nel Mediterraneo.

La Libia, dice la direttiva emanata dal Viminale il 19 marzo e recentemente aggiornata, ha “piena responsabilità giuridica e operativa […] nel controllo delle frontiere e nel salvataggio delle vite umane in mare” dopo aver ratificato la convenzione di Amburgo del 1979 e quindi è rientrata a tutti gli effetti nel piano globale SAR (Search and Rescue).


La smentita UE e ONU

Il problema è che la Libia è un porto sicuro solo per l’Italia. Proprio oggi, la Commissione Europea, pur appoggiando lo sviluppo della Guardia Costiera libica, ha ribadito che “er quello che riguarda gli sbarchi si applica il diritto internazionale e la Commissione ha sempre detto che al momento in Libia non ci sono le condizioni di sicurezza”.

Per questo “tutte le imbarcazioni che battono bandiera UE [ovvero di un paese membro della UE, Italia compresa] non hanno il permesso di fare sbarchi in Libia”.

Della UE a Salvini interessa poco, anzi, egli prospera nel conflitto con l’Unione. Rincara la dose l’UNCHR, l’agenzia per rifugiati e migrazioni dell’ONU che afferma di non poter considerare la Libia “un porto sicuro” e che “rifugiati soccorsi e i migranti non dovrebbero essere riportati in quel Paese”. Non solo, sempre la UNCHR ribadisce che è un imperativo umanitario” dell’UNCHR, “portare le persone fuori dalla detenzione” in Libia “luoghi spaventosi dove non vengono garantiti i diritti mani e assicurare che abbiano accesso alla protezione internazionale”.

Ovvero dai campi libici applauditi, per par condicio, sia da Salvini che da Minniti.

L’UNCHR invita anche i paesi mediterranei a “porre fine a tali misure restrittive e di ristabilire e incrementare la capacità di ricerca e soccorso nel Mediterraneo” ridotte negli ultimi due anni “attraverso le misure restrittive adottate contro le navi delle ONG”.



La foglia di fico di Salvini

ONG a cui l’Italia ha dichiarato guerra. Basta questo per i supporters telematici del Ministro per ignorare anche l’UNCHR, ma al Viminale – e al Governo – serve giustificare questa scelta e lo fa citando l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni.

In un’intervista, Salvini specifica che la Libia “può e deve soccorrere gli immigrati in mare, e quindi è da considerare un Paese affidabile” perché “dove gli immigrati che vengono riportati a terra dalla Guardia Costiera vengono tutelati dalla presenza del personale OIM”.

La presenza dell’OIM, secondo il Viminale, sarebbe la garanzia che in Libia i migranti naufraghi vengano trattati umanamente e i loro diritti tutelati. Solo che è la stessa OIM a contraddire il Ministro. Il portavoce italiano Flavio di Giacomo ribadisce, anche lui, che “la Libia non può essere considerato porto sicuro e l’OIM non è garanzia del rispetto dei diritti umani nel paese”.

Perchè?

“Siamo presenti nei punti di sbarco e forniamo prima assistenza”, continua Flavio di Giacomo, “ma poi i migranti vengono trasferiti in centri di detenzione chiusi” dove “la detenzione di uomini, donne e bambini è da considerarsi arbitraria”.

Arbitraria, ovvero, al di fuori del diritto internazionale, il che non è sinonimo di “place of safety” o porto sicuro.

Centri in cui l’OIM è autorizzata ad entrare onde fornire materiali e moduli per i ritorni volontari nei paesi d’origine, ma che non gestisce e, come tale “non può garantire il rispetto dei diritti umani […] la nostra catena di protezione ai migranti riportati in Libia si ferma di fatto dopo il trasferimento dei migranti nei centri di detenzione”.


I centri in Libia

Come se non bastasse l’Organizzazione reputa “le condizioni di questi centri inaccettabili”. Sono molte, infatti le denunce dell’OIM sulla tragiche condizioni umanitarie dei migranti nei centri libici. L’ultima è del 5 marzo, dove vengono condannate le violenze subite dai migranti nel centro di detenzione di Trig al Sikka.

Sempre secondo l’OIM al 2017 sarebbero presenti in Libia 34 centri, 15 gestiti dall’autorità libica – quella con cui abbiamo accordi Stato-Stato – e 19 gestiti da gruppi militari e milizie, le stesse che, come documentato, sono diventate, in parte, la Guardia Costiera Libica. Difficile capire quante persone siano realmente presenti in essi, ma le stime UE parlano di un numero che oscilla fra i 400.000 e 650.000 rifugiati.

Persone che vengono detenute in condizione sanitarie molto precarie e senza pasti regolari: si parla di uno ogni 2/3 giorni.

Dire quindi che la Libia sia un porto sicuro è falso. Ci sarà un motivo se al solo pensiero di tornarci, un gruppo di migranti ha cercato di dirottare il mercantile che li aveva salvati? Si chiama “essere terrorizzati”. come si fa ad esserlo di un “porto sicuro”?



Per l’ennesima volta, il Ministro dell’interno decide di presentare le proprie iniziative politiche in maniera inesatta, alterandone fino a falsificarne il contesto allo scopo di giustificarne lo scopo agli occhi del proprio elettorato.

Si tratta del “buon senso”: la Libia ha ratificato Amburgo e quindi è porto sicuro, anche se non lo è, ma questo basta affinché le masse possano onorare la pietas del Ministro: un brav’uomo che non vuole morti nel mediterraneo.

Trattasi, come sempre però, di una menzogna propagandistica. I migranti-naufraghi che tornano in Libia non sono “messi in salvo”, ma vengono detenuti arbitrariamente in condizioni precarie in centri fatiscenti e in gran parte controllati da milizie. Una situazione che è di emergenza umanitaria e che rende prioritario sia per l’UNCHR che per l’OIM, il portare gli stessi migranti fuori da quei centri.

Riconoscendo senza alcun merito alla Libia lo stato di porto sicuro, l’Italia diventa complice di questa tragedia.

Vignetta di RU


Il Caffè e l’opinione

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